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    GLI ARTICOLI DI ERIDANOSCHOOL
- Astrologia e dintorni

SULL’ISOLA DI LOST
     a cura di Francesca Piombo
 
Sull’isola di LOST
E’ sull’isola di “LOST”, la serie televisiva americana che viene trasmessa da un po’ di tempo in Italia e che sta ottenendo ascolti da record non solo nel nostro Paese ma in tutto il mondo, che penso si possano vedere messe in scena e visualizzate in maniera perfetta molte delle dinamiche psicologiche che i pianeti Nettuno e Plutone simboleggiano.

In “LOST”, infatti, tutto è incantato ed incantevole come vuole Nettuno, ma anche continuamente insidiato da un senso di minaccia e di pericolo per la vita, spesso al limite della sopravvivenza, come assolutamente pretende Plutone.

La storia è quella di un gruppo di 324 passeggeri, in viaggio il 22.02.2004 sul volo di linea 815 dell’Oceanic Airlines da Sidney a Los Angeles, che per un’improvvisa turbolenza perde quota e precipita, catapultando i suoi passeggeri su un’isola tropicale, sconosciuta alle mappe ed apparentemente disabitata, nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico.

Dallo schianto, si salveranno solo 48 passeggeri che vedremo passare da una condizione di speranza o di disperazione a seconda di quello che era il loro stato d’animo al momento del viaggio, sia perché stavano andando incontro ad un roseo futuro, sia perché consapevoli che li aspettava una vita difficile e restrittiva, ad una condizione apparentemente diversa, ma che in realtà ripropone le stesse dinamiche emotive, ma ribaltate rispetto allo stato d’animo iniziale dei singoli passeggeri; infatti, dopo lo sgomento e la contemporanea felicità che tutti i sopravvissuti provano per il pericolo scampato e per vedersi ancora vivi anche se feriti, alcuni di loro proveranno sensazioni di profonda gioia perché improvvisamente liberi e soprattutto circondati da persone sconosciute che non sanno nulla del loro scomodo passato ed altri precipiteranno invece in preda alla più cupa disperazione nel vedere i propri progetti di vita andare in fumo, con la necessità di ricominciare tutto da capo, in un mondo sconosciuto e misterioso se pur, a prima vista, incantevole.

La condizione dei sopravvissuti, quindi, è tale da riunire in sé sia la parte più sognante di Nettuno che viene tradotta come possibilità di vivere una nuova dimensione di vita, avventurosa, singolare e completamente diversa da quella che si stava vivendo fino a quel momento, ma anche la parte più inquietante ed oscura della dimensione plutoniana, che si esprime attraverso l’esatta percezione che hanno i sopravvissuti di essere atterrati in un territorio sconosciuto, in cui nulla è noto e familiare e dove dovranno battersi, tra mille pericoli, per difendere se stessi e la propria incolumità.

“Il paradiso perduto”.
E’ per questo che “perdersi in LOST” diventa facile… quasi naturale; la storia, infatti, permette di partecipare allo stupore quasi infantile dei personaggi, che si ritrovano a fare cose dalle più semplici alle più complicate e che comunque non avrebbero mai immaginato di poter fare prima e, nello stesso tempo, fa palpitare per le loro sorti sempre incerte e quasi sospese come sull’orlo di un buio precipizio che non vedono con i loro occhi, ma di cui avvertono costantemente la presenza.
Permette di partecipare a sensazioni di sogno ed idealizzazione ma anche di fuga da ciò che di ordinario e di banale affligga l’esistenza, vivendo situazioni in cui la vita si intreccia anche col miracoloso ed il fantastico, che la parte più razionale della mente stenta ad accettare, ma anche circostanze da vero e proprio incubo e che comunque sembrano scaturire da quell’intima ed inconscia tensione dell’animo umano a vivere la vita pericolosamente, facendo esperienza di emozioni forti che attraggono e contemporaneamente mettono in fuga da tutto ciò che è sconosciuto, imprevedibile e misterioso.

Forse l’isola di “LOST” potrebbe ben simboleggiare quell’area inesplorata della psiche umana in cui è necessario addentrarsi pur senza volerlo, per scoprire quel che è nascosto all’interno dell’inconscio, che va ricontattato e riconosciuto dalla parte cosciente, per essere finalmente dominato e padroneggiato con l’uso della ragione.

E chissà, forse proprio perché si tratta di un serial altamente simbolico, molto diverso da quel che ci offre ultimamente la produzione seriale americana, non stupisce affatto quella dimensione per cui in “LOST” tutto diventa possibile ed ammissibile; perfino le cose più assurde e senza senso, quelle che non si possono spiegare e razionalmente capire, compresi quei “miracoli” o prodigi di cui la serie è disseminata, avvengono con una tale semplicità e naturalezza e soprattutto in così rapida successione, da essere accettati senza domande anche dallo spettatore più esigente, che non ha il tempo di soffermarsi a capire; questo perchè la prima dimensione che si respira su “LOST” è quella di un mondo in cui tempo e spazio perdono i soliti confini e in cui si vive come in un incantesimo dove l’impossibile si fa possibile, l’ordinario diventa straordinario, l’intangibile si riesce ad afferrare.

Sull’isola di “LOST”, Nettuno si fa afferrare… e sperimentare senza chiedere nulla in cambio; non c’è la possibilità di essere delusi o ingannati o ridimensionati; sull’isola di “LOST” Nettuno si mette in mostra in tutta la sua dolcezza, facendosi toccare sia negli amori da sogno, romantici ed estatici che coinvolgono alcuni personaggi, sia nel senso di fratellanza e solidarietà che unisce tra loro i sopravvissuti, che si daranno da fare per salvarsi a vicenda, con una partecipazione emotiva che andrà al di là di qualsiasi differenza e distinzione sia etnica che sociale.

Salvezza e perdizione.
E non potrebbero essere più indovinati i personaggi, i sopravvissuti del volo 815 che si muovono sull’isola: a cominciare da Jack Shepard (l’attore Matthew Fox, Sole in Cancro trigono a Nettuno e sestile a Plutone), il personaggio principale della storia, con cui si aprono tutte e tre le Stagioni finora mandate in onda in Italia; lui è la “grande guida” a cui tutti fanno riferimento; perfetta messa in scena dell’archetipo nettuniano del “salvatore” per eccellenza… quello che si prodiga più di tutti sull’isola per aiutare chi ne abbia bisogno e che continua, per tutto il racconto, a conservare quella “vecchia abitudine”, come lui stesso la definirà parlando di sè nel flash-forward della puntata finale della Terza Stagione “Through the looking glass”: “salvare qualcuno togliendolo dalle lamiere che lo circondano”…

Jack è il puro, il nobile ed incontaminato eroe nettuniano, che fin da piccolo si è trovato nella necessità di difendere, ma senza riuscirci, il suo migliore amico dalla prepotenza di due ragazzi più grandi di lui, traendo da questa sconfitta un grande senso di umiliazione e di impotenza; non tanto per il fallimento personale provato per non esservi riuscito, quanto per le parole pronunciate da suo padre, che commentava così quella potenzialità da lui sprecata: “non hai quel che ci vuole per essere considerato un eroe dalle altre persone”.
Tutto l’opposto di quello che era convinto di essere e di aver sempre fatto lui, quando, trovandosi quotidianamente davanti a decisioni difficili da prendere nel suo lavoro di medico, anche quando falliva, poteva tollerarne le conseguenze “perché avevo gli attributi per farlo”, si vanterà lui stesso col figlio, “a differenza di te che non ce l’hai”.

E’ per questo che nella figura di Jack Shepard, a mio avviso, entrano a buon diritto e in tutta la loro ambivalenza anche le dinamiche plutoniane, quelle che muovono gli intenti nascosti delle scelte, quando spingano la persona ad osare l’impossibile proprio per testare i limiti del suo potere personale e vedere fino a che punto sia capace di superare se stessa e vincere la prova.
A questo punto c’è da chiedersi quanto in Jack Shepard ci sia di Nettuno e quanto ci sia di Plutone, quando si sacrifica per amore dei suoi compagni, rinunciando anche ai suoi interessi e alla sicurezza personale, ma nello stesso tempo manifestando comportamenti ed atteggiamenti estremi, addirittura violenti, nell’attimo in cui si accorge che qualcosa o qualcuno gli stia sbarrando la strada, mettendo a rischio il fine che lui si è messo in testa, l’unico che gli interessi e che voglia perseguire: salvare tutti e riportarli a casa.

In lui c’è tutta l’ossessione plutoniana di dimostrare di essere in grado di risolvere le situazioni, anche le più complicate; di essere l’unico che può garantire una strada di salvezza che gli altri non possono trovare, perché LUI solo SA quello che bisogna e non bisogna fare in ogni circostanza, a costo di apparire crudele, disumano e spietato.

Illusione e delusione.
Così, lo vediamo compiere anche quei “miracoli” che il simbolo nettuniano, come principio di fede e di religione, si porta dietro: prima di precipitare sull’isola, la sua professione di medico, che non è improbabile abbia scelto per competere o rivalutare se stesso agli occhi del padre, lo mette spesso nelle condizioni di poter “dare la vita o la morte” alle persone che gli si rivolgono per una guarigione, prima fra tutti la sua futura moglie Sarah (l’attrice Julie Bowen, Sole in Pesci e Plutone opposto alla Venere) che, coinvolta in un pauroso incidente stradale, rischia di perdere per sempre l’uso delle gambe.

Sarah guarda a Jack come ad un dio, convinta che lui sia nelle condizioni di poterla guarire. E Jack ce la farà, facendo l’impossibile ed andando anche al di là di questo miracoloso evento perchè si innamorerà di Sarah…, nei cui occhi vedrà rispecchiato il lato più bello del suo nobile cuore.
Ma proprio quando Nettuno si è fatto toccare nell’incanto della storia d’amore e nella fiducia che entrambi ripongono l’uno sull’altro; quando si è fatto anche sognare nel giorno delle loro nozze, in cui si giurano fedeltà ed eterno amore, ecco che si insinua piano piano Plutone nella storia e comincia a mettere in crisi, ma forse solo ad umanizzare, un amore ritenuto perfetto, costringendo entrambi i partner a “mettersi a nudo” e a svelare gli egoismi e le pretese nei confronti di se stessi e dell’altro, che trasformeranno in cocente delusione la grande illusione iniziale, che era ancora ferma lì… intatta e come sospesa, al momento dell’innamoramento.

E Sarah tradirà Jack, accusandolo di essere “sempre troppo ossessionato dal bisogno di sistemare le cose”, come lei stessa gli rimprovererà più volte nel racconto e non le importerà più che lui l’abbia salvata e riportata alla vita; anche perché Sarah sta cercando “altro”… e si illuderà di poter trovare questo “altro” negli occhi di un nuovo uomo, di cui la storia, e giustamente, non rivelerà mai il nome.
“Non importa sapere chi è” risponderà Sarah stessa a Jack che vuole conoscere il nome di chi “sta con sua moglie”; “importa solo che non sei tu”.

In realtà, “l’altro” potrebbe essere semplicemente il simbolo della tensione e dell’aspirazione inconscia dell’anima umana verso quella dimensione di completezza e di amore infinito; quella tensione a “lasciarsi andare” a cui spinge Nettuno e che fa credere a chi è innamorato di poterla raggiungere attraverso il “perdersi” e mettere la propria vita nelle mani di un’altra persona.

La fuga di Jack a quei tormenti d’amore; la sua intima inquietudine e il senso di scontentezza tipicamente nettuniane che sembrano seguirlo costantemente, raggiungendo l’apice nel flash-forward finale della Terza Stagione, in cui non sembra più padrone di se stesso, ma vittima delle sue più oscure ossessioni, lo spingeranno ad imbarcarsi sul volo 815 da Sidney per riportare in America la salma del padre ormai morto, in un viaggio simbolico alla ricerca di se stesso che lo metterà in contatto con quelle persone, i nuovi compagni dell’isola, che per lui non sono davvero nulla…non sono fratelli, né familiari, né amici, ma che, su quell’isola, gli entreranno nel cuore.

Fusione e separatezza.
Questa è l’altra grande simbologia nettuniana che racchiude ed illustra a meraviglia questo serial americano: sull’isola, a parte due, tre casi di parentela, i sopravvissuti non si conoscono; tra loro non ci sono legami familiari, nè ruoli, nè appartenenze etniche o sociali; i ruoli sono lontano… “là”, da qualche altra parte del mondo e quello che conta “qua” sono le nuove alleanze, le nuove fratellanze, ma anche quell’impressione che ognuno di loro ricava dall’attuale situazione che li vuole partecipi ad un’esperienza collettiva; un destino comune che li vede tutti “sulla stessa barca”, in cui ognuno passa alternativamente dalla condizione di salvato a quella di salvatore e comunque con la percezione esatta che DEVE collaborare, tanto che non si fa nulla se non si fa insieme e non si salva nessuno se non si salvano tutti.
“Si vive insieme, si muore soli”, dirà Jack Shepard nell’ultimo episodio della Seconda Stagione “Live together, die alone”, un detto ripetuto molte altre volte ancora durante il corso del racconto.

Questo spirito nettuniano che pervade “LOST” è ben descritto in un’intervista fatta a Jack Bender, uno dei registi e produttore esecutivo della serie, di cui purtroppo non sono riuscita a trovare né data né luogo di nascita, ma la cui carta astrale a mio avviso dovrebbe essere segnata dai due grandi lenti: “Per certi versi “LOST” è stato lo show giusto al momento giusto. Nella società americana, quella del post 11 settembre, il messaggio proposto dalla serie poteva essere: come vivere all’interno di un gruppo sociale composto da persone che non si conoscono. Il multi-etnico, variegato ed eccellente cast di “LOST” costituisce un gruppo di attori che credo non si sia mai visto nella storia della televisione, dove i personaggi sono impegnati nella ricostruzione di una nuova socialità che si impone dopo una catastrofe, portandosi appresso i bagagli del proprio passato, le proprie credenze, le proprie vite. Forse anche la nostra società, in questo momento, vive all’interno di un’isola”.

E’ questo il significato che mi sembra di riconoscere nell’altro simbolo nettuniano di “moda” e di “folla”, inteso come un flusso di energia delle forze sotterrane dell’inconscio collettivo che viene sperimentato ed universalmente condiviso, attraverso un canale espressivo, che potrà essere la musica, la poesia, o il cinema o la televisione.
E’ il simbolo di un’esigenza emotiva comune che si vuole partecipare e che non a caso vediamo illustrata nel cielo dei tempi che stiamo vivendo nella congiunzione sempre più stretta tra il Nodo Nord e Nettuno in Acquario.

E lo spirito di partecipazione e di empatia da casa dodicesima che anima il gruppo è ben illustrato nel modo in cui Hugo Reyes detto “Hurley”( Jorge Garcia, Sole in Toro quintile a Plutone e Luna quadrata a Nettuno), uno dei sopravvissuti, il più simpatico e bizzarro tra tutti i dispersi; quello che, a dispetto delle credenze comuni farà di tutto per liberarsi dei 114 milioni di dollari vinti ad una lotteria, che considera portatori di sventura; ed anche quello che, nonostante il suo spropositato peso, si prodigherà e si renderà sempre disponibile nei momenti di crisi, intenerendo ma anche indispettendo gli altri perché non si rende conto che non può essere d’aiuto.
E invece Hugo si riprenderà più volte il diritto di essere anche lui in grado di salvare questo o quell’amico che si trovi in difficoltà, a dispetto di quello che è la mentalità comune sui requisiti standard che bisognerebbe per forza avere per affrontare una prova e soprattutto vincerla.
Lui, nonostante questo sentimento così forte di fratellanza che prova per i nuovi amici, chiama tutti gli uomini del gruppo non per nome, ma “Coso”… quasi a voler significare che sull’isola di “LOST” non c’è più l’identità che si era costretti a mostrare e difendere nella vita di prima; non ci sono nomi o ruoli o identificazioni certe, ma solo la volontà dei personaggi di essere se stessi che non esclude però il contraddire se stessi, quando gli atteggiamenti fin lì mostrati e fortemente voluti possano nuocere alla salvezza del momento, per cui non si esita a sconfessare quello che era stato affermato fino ad un attimo prima, se c’è in gioco la propria sopravvivenza.

Passato, presente e futuro s’inseguono in “LOST” con un ritmo circolare e muovono le scelte dei personaggi che non dimenticano ciò che erano stati, ma sono anche disposti a vedersi diversi e ad accettarsi totalmente per ciò che sono diventati.

Ma proprio perché sull’isola di “LOST” è in scena la vita, accanto alle coloriture nettuniane fin qui analizzate, si avvertono presenti anche le simbologie plutoniane che metteranno più volte alla prova ed in crisi lo spirito di fratellanza che i sopravvissuti scambiano tra loro, tanto che saranno pronti anche a mutare atteggiamento e a rinnegare quel sentimento d’unione condiviso, nell’attimo in cui si sentiranno minacciati o tormentati dalle loro più antiche paure.
E così lo scenario da sogno, fin lì cullato ed accarezzato, si trasforma ogni tanto in una sorta di incubo dove i sentimenti si fanno cupi e quello che era l’ideale perfetto si sfilaccia e perde i suoi confini; gli amori si fanno tormentati, i rapporti dolorosi; la fiducia si trasforma in sospetto e la dedizione diventa strategia, ma proprio per quella peculiarità tipica di entrambi i pianeti di ribaltare qualsiasi situazione definita, qualsiasi convinzione ideologica radicata; in “LOST” il detto “mai dire mai” che ci riporta a Plutone è sicuramente adatto, perché sull’isola può avvenire tutto e il contrario di tutto, visto che non c’è posto per vincoli preconfezionati o “paletti” etici standardizzati, a cui spesso l’uomo si deve allineare o nei quali gli sembra di dover incastrare ogni attimo dell’esperienza di vita.

E’ per questo che, a seconda di quello che propone la storia, l’uno salva l’altro, l’uno protegge l’altro, l’uno si fida dell’altro, ma nello stesso tempo, l’uno sospetta dell’altro… l’uno fugge dall’altro, l’uno prevarica l’altro, non facendosi alcuno scrupolo di ingannare o tradire, a dispetto di ogni ideale interiore fin lì perseguito, se è più forte la paura e il sospetto di essere tradito.
Su “LOST” è di scena la vita con le sue contraddizioni e le sue ambiguità ed è per questo che viene seguito senza troppe domande o turbamenti da parte di chi lo guarda, visto che non appaiono turbati più di tanto nemmeno i vari personaggi, tutti tesi, prima ancora di analizzare, giudicare o spiegare razionalmente quel che sta a loro capitando, a “sentire” e vivere intensamente l’attimo presente, tutti tesi a sopravvivere… più che a capire.

E questo ribaltamento di sentimenti e di alleanze, per cui si rompono e riallacciano amicizie con molta disinvoltura; per cui ci si ferisce e ci si tradisce in amore, dopo che fino ad un attimo prima ci si era adorati, non stupisce più di tanto nemmeno lo spettatore più esigente, che si abitua ad aspettarsi di tutto e a considerare naturali queste “fluttuazioni” del sentimento, così come è naturale il fluire e lo scorrere della vita.

Malattia e guarigione.
Ma “LOST” è particolare soprattutto perché non è obbligatorio che tutto quello che vediamo accadere sull’isola debba per forza avere una spiegazione razionale, o logica o consequenziale; in “LOST”, può anche accadere che quello che si vede, o si tocca o si sente sia soltanto il frutto di un abbaglio fatale della mente, così come quello che non si vede, non è detto che non c’è…Nettuno, “il grande illusionista dello Zodiaco” spinge sempre a visualizzare qualcosa che vada al di là della semplice esperienza collegata al mondo dei sensi, o al puro soddisfacimento dei bisogni più egoistici ed immediati, e in questa spinta c’è il moto perpetuo dell’asse terza-nona che simboleggia quella tensione dell’animo umano a non fermarsi, ma a continuare a cercare “altrove” quelle risposte che il mondo dei sensi non riesce a fornire.

Fedele a questo principio nettuniano e sicuramente facilitato dallo spirito un po’ esagerato ed enfatico dello stile del cinema americano, il racconto si snoda tra misteri e situazioni inspiegabili, sia nel rincorrersi di entità misteriose, come “il fumo nero” o i vari animali che appaiono e scompaiono, come allucinazioni nella foresta e che sono soprattutto la personificazione dei sogni e delle paure più antiche dei singoli personaggi, sia nel presentarci situazioni impossibili, come quelle per cui chi è ferito mortalmente, può magicamente guarire, senza che per questo la storia scada nel genere paranormale o fantascientifico.

Queste miracolose guarigioni accompagnano per tutto il racconto soprattutto il personaggio di Johnathan Locke detto John (l’attore Terry O’Quinn, Sole in Cancro quadrato a Nettuno e semisestile a Plutone) che stupisce continuamente lo spettatore per questa sua capacità di risorgere come l’Araba Fenice risorgeva dalle ceneri…; a cominciare dalla Prima Stagione, in cui lo vediamo immobile e sulla sedia a rotelle nel momento di prendere l’aereo per Los Angeles, dopo che gli era stato impedito di partecipare in Australia ad un’esperienza “estrema” proprio perché disabile, una volta precipitato sull’isola riprende a camminare come se niente fosse…, per poi trovarsi di nuovo, perché ferito, in una condizione di totale immobilità; ma eccolo ancora una volta in piedi, nell’episodio conclusivo della Terza Stagione, pronto ad un’altra missione da compiere e perfettamente sano, senza che lo spettatore si stupisca più di tanto di queste sue strane guarigioni e senza che venga spiegato nulla da parte degli autori se non con il tacito invito a ritenere che l’isola abbia un potere miracoloso e taumaturgico: quel potere che simboleggia Plutone come forza rigenerante della psiche che spinge l’uomo a credere in se stesso, anche nei momenti più bui e a risorgere a nuova vita.

John Locke è il personaggio più saggio dell’isola; omonimo del filosofo empirista inglese, come capita per altri personaggi, i cui nomi rievocano figure illustri della storia, è quello a cui gli altri guardano come ad una guida spirituale, da ascoltare e di cui avere rispetto; lui è convinto che “ogni cosa accade per una ragione”, “everything happens for a reason”, come lo sentiremo spesso ripetere lungo la storia; a differenza degli altri superstiti, lui guarderà all’isola come ad un’ entità cosciente, dotata di una propria volontà che indirizza il destino di tutti, senza forzarlo; una sorta di “mente” superiore che ha un disegno ben preciso per i sopravvissuti e che potrebbe simboleggiare quel progetto superiore ed universale a cui rimandano Nettuno e Plutone e che va molto al di là delle spiegazioni logiche e razionali che pretende di fornire la mente umana agli eventi della vita.

Ma ci sono anche altri “miracoli” di cui gli uomini e le donne di “LOST” fanno esperienza; ad esempio, se sterili prima di toccare l’isola, si scoprono improvvisamente fertili…oppure riescono ad uscire da malattie gravissime, come avviene sia per Rose Nadler che ritorna a Los Angeles assieme al marito perché non è riuscita a curare il suo tumore, per scoprire, una volta precipitata, che l’isola l’ha guarita, (“c’è un sottile confine tra la fede e la disperazione” dirà, riportandoci ancora una volta su Nettuno e Plutone), sia per Benjamin Linus, (l’attore Michael Emerson, Sole in Vergine, Plutone trigono a Marte e Nettuno congiunto a Venere) capo degli “Altri”, i presunti nemici da cui si devono difendere i sopravvissuti, il quale, sul punto di morire per un tumore alla spina dorsale, viene guarito e miracolosamente salvato ancora da Jack, che è proprio un chirurgo spinale, quasi a sottolineare come il caso e le coincidenze che fanno parte della vita vanno forse inquadrate in un disegno superiore e perfetto a cui l’uomo partecipa attivamente, nonostante non gli sia dato “capire” ma solo assecondare con quell’atto di resa che chiede Nettuno.

Jack opererà Ben nella stazione dell’ “Idra”, la base degli “Altri” in cui è tenuto prigioniero, un edificio di cui una parte è posta sulla terraferma e una sotto l’acqua e che rimanda inequivocabilmente al mostro a più teste della mitologia greca, messo in analogia all’inconscio e ai simboli di Plutone.

Amore e tradimento.
E nettuniana, ma anche profondamente plutoniana, mi sembra Kate Austen (l’attrice Evangeline Lilly, Sole in Leone trigono a Nettuno e Plutone trigono a Marte), la protagonista femminile della serie; se in Jack regna Nettuno e rimane solo percepita e latente la colorazione plutoniana, in Kate, i due pianeti si intrecciano mirabilmente e ne impregnano l’essenza più profonda: infatti, lei è la sirena che ammalia e seduce per la sua bellezza; lei è la fanciulla dolce, fragile e bisognosa di protezione nelle circostanze più difficili, tanto da far breccia nel cuore di Jack che non esita ad appoggiarsi a lei mentre contemporaneamente le assicura sostegno, ma è anche in grado di trasformarsi in un’amazzone guerriera, disposta anche ad uccidere quando qualcosa mette a rischio il progetto comune; oppure a mostrare un coraggio da leone quando, mentre tutti gli altri vogliono andare avanti per raggiungere le mete che di volta in volta si sono prefissi, lei non esita a tornare indietro se c’è qualcuno da salvare…, a costo di andare da sola.

“C’è sempre qualcuno per cui tornare indietro, non è vero Kate?”, le chiederà James Ford detto “Sawyer” (l’attore Josh Holloway, Sole in Cancro trigono a Nettuno e sestile a Plutone), personaggio in cui si sente molto poco Nettuno, mentre si avverte distintamente Plutone che gli conferisce un aspetto affascinante ma anche tormentato da “cattivo ragazzo”.
Sawyer infatti è l’unico tra i sopravvissuti che non condivide quello spirito di solidarietà che anima gli altri; è l’unico che oppone cinismo ed indifferenza al bisogno che gli altri hanno di restare uniti; ma nei suoi modi di fare, asciutti e un po’ duri, leggiamo un cuore sensibile che teme solo di essere ferito ed è per questo che fa di tutto per allontanare gli altri, ritenendosi incapace di amare.

Ma Kate se ne innamorerà di un amore tanto appassionato e totale, quanto sfuggente ed ambivalente, proprio perché deve passare dallo struggimento nettuniano in cui ci si vuole perdere e abbandonare l’uno all’altro, al tormento plutoniano del potere e del controllo che l’uno vuole avere sull’altro; e così l’amore diventa passione ma anche rifiuto, dedizione totale ed indifferenza, abnegazione e tradimento.

Sawyer e Kate, ambedue in fuga dalla vita di prima per avere dei conti in sospeso con la giustizia; ambedue assassini, lei del patrigno che l’aveva insidiata da piccolina e lui di un uomo che aveva ucciso per sbaglio per vendicare la fine della sua famiglia, si ameranno e tradiranno a più riprese durante la storia, non solo perché Kate dimostrerà che quando è con Sawyer non smette di pensare a Jack e quando bacia Jack non riesce a non cercare Sawyer con lo sguardo…, ma soprattutto perchè li vediamo “usarsi” a vicenda e mentirsi senza scrupolo alcuno, nell’attimo in cui si accorgono di non potersi fidare del tutto l’uno dell’altro, perchè ne interpretano e traducono pensieri e gesti con sospetto e diffidenza.
E se si guarda al loro passato, illustrato dai numerosi flashback che affollano il racconto e che si intrecciano a meraviglia col momento presente, si apprende che hanno avuto un’infanzia di rifiuto e con risvolti drammatici e dolorosi, di cui non si sono liberati ancora, ma che continua a condizionarli e a legarli nelle scelte della nuova vita.
Questa conoscenza del loro passato, fa sì che i loro tradimenti fisici e psicologici vengano accolti con accettazione e tolleranza dallo spettatore, secondo una nuova etica che in “Lost” s’impone con naturalezza, così che Kate può amare o tradire di volta in volta il “Cancro” che preferisce… visto che entrambi i protagonisti maschili di questo triangolo amoroso sono incredibilmente del segno della Luna, mentre l’attrice Evangeline Lilly è del segno del Sole.

E così, Sawyer e Jack mettono a nudo la parte maschile dell’anima di Kate, quando si rivela buona e compassionevole con gli altri, generosa e disponibile, ma anche insensibile e profondamente scorretta nell’attimo in cui non si fida e si fa prendere dalle antiche paure.
Guardando nel profondo degli occhi dei suoi uomini, così diversi ma in realtà molto simili in quel che provano nei suoi confronti, noi guardiamo nell’anima di Kate, archetipo perfetto delle mille contraddizioni ed ambivalenze che convivono nell’animo di una persona, quando sia innamorata.

E’ per questo che il triangolo amoroso ha suscitato negli appassionati della serie tanto entusiasmo e tanta partecipazione emotiva: proprio perchè va al di là della storia amorosa in sé e per sé, ma pesca all’interno di quella archetipica tensione a darsi e contemporaneamente negarsi che si ritrova alla base dei rapporti amorosi quando vengano segnati da Nettuno e Plutone.
“I don’t want you but I hate to lose you, you’ve got me in between the devil and the deep blue sea”, (Non ti voglio, ma odio perderti; mi hai trascinato tra l’inferno ed il profondo mare blu) canta emblematicamente Ella Fitzgerald, rimandandoci ancora una volta ai due pianeti.

Sacrificio e redenzione.
C’è quindi in “LOST”, più che la storia in sé e per sè, abbastanza complicata e paradossalmente difficile da seguire nei risvolti che presenta, forse per sviluppare nello spettatore una reazione ed un invito alla logica, in un mare totale di illogicità, questa capacità di “farsi mito”… e cioè presentare un mondo di archetipi, complesso e sfaccettato, in cui lo spettatore di volta in volta si identifica a secondo delle dinamiche personali in cui si specchia, parteggiando per l’uno o per l’altro personaggio, come se stesse partecipando in prima persona alla scena che sta guardando; come se la scena fosse stata scritta apposta per lui.

Questo è quello che accade per esempio nel finale della Terza stagione, in cui si assiste con delusione e rammarico alla morte del musicista Charlie Pace (l’attore Dominic Monaghan, Sole in Sagittario congiunto a Nettuno e sestile a Plutone), religiosissimo eppur tossicodipendente, che riuscirà a disintossicarsi proprio sull’isola; Charlie, innamoratosi di Claire Littleton (l’attrice Emilie de Ravin, Sole in Capricorno congiunto a Nettuno, sestile a Plutone), ragazza madre del piccolo Aaron; dopo essersi preso cura di lei e del bambino, a cui farà da padre, incarna con la sua morte il bisogno salvifico nettuniano dell’eroe che si immola per amore, non solo nei confronti della sua amata, ma anche verso tutti gli altri compagni che aspettano da lui “quel gesto” che permetterà la loro salvezza e il ritorno alla vita di prima.

La scena della morte di Charlie è struggente e ad alta partecipazione emotiva: già vista in sogno dagli occhi visionari di Desmond Hume (l’attore Henry Ian Cusick, Sole in Ariete quinconce a Nettuno e a Plutone), uno dei personaggi più amati della storia, che confiderà il suo sogno all’amico chiedendogli di immolarsi per gli altri: “questa volta devi morire Charlie… se non lo farai, non ci sarà alcun salvataggio”, la scena riassume in sé la drammaticità plutoniana e nettuniana della morte per annegamento, in cui Charlie, pur potendo salvarsi, sceglierà il sacrificio di se stesso, per dare un corso diverso e positivo al destino di tutti.
Così la pietà, la partecipazione, le aspirazioni più alte d’amore che simboleggia Nettuno trovano uno sbocco in un gesto personale che viene fatto a beneficio di un gruppo, non senza quel pizzico di esaltazione nettuniana che leggiamo negli occhi di Charlie mentre si fa il segno della croce e si abbandona al flusso delle acque.
Dolce e struggente la musica di Michael Giacchino che accompagna splendidamente tutta la serie, ma soprattutto i momenti drammatici della fine di Charlie, mentre si apre per lo spettatore la speranza che tutti gli altri compagni possano finalmente salvarsi e, grazie a quel sacrificio, “tornare a casa”.

Andare, tornare.
Ma il “tornare a casa” che potrebbe essere il filo conduttore di tutto il racconto sembra scontrarsi continuamente con lo svolgimento dei fatti, dove per un motivo o per un altro, non si riesce a mettere in atto la fuga dall’isola.

Questa dinamica tra le aspirazioni coscienti della psiche e quelle inconsce nutrite senza averne consapevolezza e che viene simboleggiata dall’irrequietudine mentale dell’asse terza-nona in cui troviamo ancora una volta i due pianeti che si fronteggiano, potrebbe essere letta a meraviglia nella puntata finale della Terza Stagione, in cui Jack, nei flash-farward che lo vedono ormai offuscato dall’abuso dell’alcool e dipendente dell’oxicodone; dopo che ha rinunciato ai suoi propositi di suicidio, per salvare ancora una volta una mamma e il suo bambino coinvolti in un incidente stradale, riassume con poche parole toccanti e terribili quello che l’astrologia pensa possa accadere a chi non riesce a dimenticare le dimensioni più ingannevoli dell’incantesimo nettuniano…a chi non riesce a tornare indietro dal “paradiso perduto” in cui si è perso e a cui non sa rinunciare: Jack, che ha ormai lasciato l’isola assieme a Kate e ad altri compagni e che può finalmente sentire di “essere al sicuro” e soprattutto appagato in quel che era l’UNICO suo desiderio fintanto che era “là”…, non prova più quella soddisfazione e quella tranquillità che probabilmente si era aspettato di provare una volta tornato “qua”…; lo avevamo sentire dire a Kate nell’attimo in cui si profilava finalmente la salvezza “festeggerò quando sarò a casa”… e poi lo vediamo disperato nella sua abitazione di Los Angeles e in uno stato di totale abbandono…con la barba lunga e profondamente depresso, mentre il caos regna sovrano fuori e dentro di lui e finalmente capiamo che in realtà lui non ha mai smesso di pensare all’isola… non ha mai smesso di desiderare di tornare “là”, a dispetto di tutte quelle certezze in cui si vedeva “felice e finalmente a casa”.

“Vado ogni giorno all’aeroporto” – dirà a Kate a cui ha chiesto un incontro – “e volo da Los Angeles a Tokio… o Singapore, o Sidney e poi scendo dall’aereo, bevo qualcosa e torno a casa. Perché voglio che precipiti Kate…e non mi importa di tutte le persone che sono a bordo… ad ogni rumore che sento, ad ogni turbolenza, chiudo gli occhi e prego di poter tornare indietro. Sono stanco di mentire. Dobbiamo tornare indietro, Kate… dobbiamo tornare indietro”.

Con questo rimpianto e desiderio di Jack Shepard, ma anche con mille interrogativi per lo spettatore sulla sorte dei dispersi, termina la Terza Stagione di “LOST” in attesa di poter vedere la Quarta.

E’ chiaro che non possiamo sapere il motivo esatto per cui Jack voglia tornare sull’isola; forse c’è qualcun’altra missione salvifica da compiere che gli fa dire a Kate “non era destino che andassimo via” e comunque le motivazioni logiche e razionali di questo suo desiderio, per quanto razionali possano essere, magari le scopriremo più avanti.
Perché le scopriremo: è questo infatti l’altro grande spunto innovativo che fa distinguere “LOST” dalle altre produzioni seriali, che troviamo ancora una volta descritto dalle parole di Jack Bender: “LOST non è una semplice serie televisiva che può essere allungata a dismisura oppure ultimata, spesso senza alcuno avviso, dal successo o dall’insuccesso in termini di dati d’ascolto; LOST è come un grande racconto, un appassionante romanzo che tutto il mondo sta leggendo. Ogni stagione della serie è un libro ed ogni episodio ne costituisce un capitolo. C’è stato un inizio e ci sarà una fine. LOST non continuerà per sempre”.

Questo significa che più avanti capiremo COSA stia spingendo Jack Shepard a voler tornare indietro, anche se a me piace immaginare un motivo diverso da quello che sceglieranno gli autori; un motivo collegato direttamente a quel particolare stato d’animo che fa provare Nettuno quando ci si rende conto che il vuoto che si era creato nell’anima per aver perduto qualcosa di molto importante nella propria vita e che si era provato in qualche modo a colmare, …non si è colmato… ma anzi, si è fatto più grande; come se Nettuno spingesse sempre a cercare “altrove” e da un’altra parte quello che può soddisfare quel bisogno di infinito e spirituale in cui l’anima vorrebbe perdersi e finalmente lasciarsi andare; un qualcosa che possa davvero interrompere quella tensione a desiderare un qualcosa fin quando non la si possiede, per poi distanziarsene di nuovo nell’attimo in cui la si sta per afferrare e continuare così…a cercare ancora… non si sa dove, o come o perché, si sa solo che non è “lì” che ci si può fermare.

In fondo, questo non è altro che il moto perpetuo dell’onda in mezzo al mare, che si muove senza sosta fra mille correnti e venti contrari al fine di raggiungere la riva, ma che ritorna indietro a cercare ancora, proprio nell’attimo in cui l’ha toccata.

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