sabato 16 febbraio 2019
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    GLI ARTICOLI DI ERIDANOSCHOOL
- Astrologia e dintorni

STORIA DEL MATRIMONIO E DEL DIVORZIO TRA L'ASTROLOGIA E L'ASTRONOMIA (4ª PARTE)
     a cura di Gordon Fisher
 
Storia del matrimonio e del divorzio tra l'Astrologia e l'Astronomia (4ª Parte)
Da Babilonia a Copernico e Appendice I:
Citazioni da Diodoro Siculo - Filone di Alessandria - Giuseppe Flavio e Appendice II:
Note supplementari di Storia dell'Astronomia greca



1. Tra gli Astrologi più famosi del passato ci sono per tradizione i Babilonesi [nota 236]: la religione e la cultura dell'antica Babilonia - ed in particolare dei suoi indovini, fedeli del dio Bel (Marduk) - traevano il loro fondamento dagli astri, e si concentrava in special modo sulla predizione delle umane sorti.
Sembra infatti che il principio di una connessione tra corpi astrali e destino umano sia \stato una parte importante della loro fondamentale concezione di un cosmo in cui sostanzialmente non c'è nulla né di morto né di estraneo: le osservazioni dei sacerdoti-astronomi babilonesi riflettono con chiarezza la loro preoccupazione di definire con la maggior esattezza possibile i legami tra astri, terra ed esseri umani.
S. Giedion scrive:
In un sogno lungamente tramandato di un grande re - Gudea of Lagash [N.d.T. - vissuto intorno al 2100 a.C., nel periodo in cui si riconoscono le più antiche tracce dell'influenza sumerica su Babilonia] - la dea Nisibis (o Nisaba) gli si rivela non soltanto nelle vesti di divinità dell'intelligenza, della saggezza della matematica e della scrittura; è anche la custode della tavoletta della buona stella, cioè è anche la dea dell'Astrologia. [nota 237]

2. Sull'antica Babilonia Édouard Dhorme scrive:
Per i Sumeri e per gli Akkadi il cielo era di fatto una grande mappa in cui sono tracciati i nostri destini. Le costellazioni erano chiamategli scritti del cielo o gli scritti del firmamento.
L'esperienza del lato oscuro della vita e la sensazione di essere in balia del destino permearono le concezioni filosofico-religiose mesopotamiche: molto tempo dopo i Greci ripresero l'idea di destino, ma la distillarono eliminando la componente del profondo pessimismo come si manifesta - ad esempio - nelle deprimenti vicende della saga di Gilgamesh, risalente al 2600 a.C.
Tale interesse nei confronti del destino era intrinsecamente collegato alla brama di comprendere approfonditamente il desiderio degli dei, dato che le stelle venivano identificate con gli dei e si pensava che influenzassero qualsiasi evento e fossero dunque le guide del destino umano: tutto dipendeva dalle capacità dell'Iniziato di decifrare la volontà degli dei dal movimento delle stelle.
Non si riesce ancora a risalire con chiarezza alle prime origini di questa concezione, ma non è fuori luogo ritenere che sia strettamente collegata all'antropomorfizzazione dell'Universo, una tendenza che si manifesta non molto prima dell'inizio dell'era storica [nota 238].

3. I Mesopotamici costruirono edifici tali da ispirare una grande reverenza religiosa, che chiamarono ziggurat: erano delle torri composte da una serie di terrazze degradanti sovrapposte, collegate da una scalinata e sormontate da un tempio, che probabilmente conteneva anche l'area destinata allo svolgimento dei sacrifici. Tanto gli ziggurat mesopotamici quanto le piramidi egizie derivano la loro forma e la loro esistenza - scrive Giedion - da una pressante ansia risvegliatasi nell'uomo bei confronti della dimensione verticale e dell'altezza come simbolo di contatto con la divinità, quasi si trattasse di toccare il cielo. [...]

La torre di Babele di cui si parla nella Bibbia è - con ogni probabilità - il grande ziggurat di Babilonia; la parola Babel significa, nella lingua del popolo Akkadico, strada che porta a Dio, ed il fatto che abbia un suono simile alla parola ebraica che significa confusione è probabilmente all'origine della storia biblica della torre di Babele.

4. In un periodo relativamente tardo della loro storia, i Babilonesi furono anche pionieri dell'Astronomia matematica, anche se abbiamo testimonianze di osservazioni astronomiche molto accurate risalenti a molto tempo prima del momento in cui si sviluppò la loro Astronomia matematica. Per esempio, Simplicio (vissuto nel VI secolo d.C.), nel suo commento all'opera aristotelica De caelo (composta nel IV secolo a.C.) - sostiene che Aristotele possedesse una serie di osservazioni astronomiche raccolte Callistene ed estese a coprire un arco di tempo superiore ai 1903 anni [nota 240]. Per quanto poi si tratti di una indicazione cronologica da prendersi con le pinze, come sostiene Rutten, Giamblico (vissuto intorno al 250-330 d.C.) sostiene che i Babilonesi hanno osservato le stelle per oltre settantaduemila anni.

5. L'Astronomia babilonese si sviluppò in seno alla loro Astrologia, o accadde il contrario? O ancora, le due discipline si svilupparono insieme?
Otto Neugebauer - riflettendo sulle origini dell'una e dell'altra - scrive:
Si dice spesso che l'Astronomia sia nata dall'Astrologia, ma io non riesco a trovare alcuna prova di questa teoria. [...] Tutto quel che possiamo dire per definire la situazione è che sappiamo pochissimo dell'origine tanto dell'Astrologia quanto dell'Astronomia, e che la possibile importanza dell'una nei confronti dell'altra è per ora solamente e soprattutto frutto di congetture. [nota 241].

6. Rutten cita Strabone, il Geografo vissuto tra il 60 ed il 20 a.C. circa:
Nell'antica Babilonia viveva una casta - o forse una specie di colonia - di Filosofi autoctoni detti Caldei, che si dedicava soprattutto allo studio dell'Astronomia. Alcuni di loro si specializzarono nell'interpretazione degli oroscopi, pur non avendo l'approvazione degli altri per questa loro attività. [nota 242]
Secondo Rutten, questo brano prova che fin dalle origini, a fianco degli Astrologi-divinatori c'erano anche veri Astronomi, nel senso moderno del termine; ma in realtà l'affermazione di Strabone significa soltanto che alcuni dei Filosofi si dedicarono all'interpretazione dei temi natali delle singole persone, diversificandosi da coloro che praticavano la predizione grazie agli omina, mentre altri si concentravano sulle previsioni oroscopiche relative alle nazioni o alle genti in generale o ai fenomeni naturali.

7. Neugebauer sostiene di non aver alcuna prova per poter dire che l'Astronomia sia scaturita dall'Astrologia, ma Édouard Dhorme sostiene il contrario, e scrive:
Era inevitabile che si stabilisse una stretta relazione tra l'osservazione delle stelle e la strutturazione del calendario, che nasce da misurazioni del tempo riferibili al susseguirsi di eventi nella volta celeste. In questo modo, gli Astrologi si concentravano nello studio della vita degli dei non soltanto nella dimensione spaziale ma anche in quella temporale, e dunque avvertirono sempre più la necessità di annotare i fenomeni celesti poichè in tal modo riuscivano ad assegnare a ciascun giorno del mese ed a ciascun anno la propria specifica fisionomia.
La necessità di ridurre al minimo gli errori e di garantire precisione matematica ai risultati ottenuti condusse velocemente ad una sintesi delle osservazioni astrali destinata a divenire una scienza esatta: in tal modo l'Astronomia si allontanò dall'Astrologia.
L'apparato religioso che circondava i calcoli dei divinatori finì per essere accantonato: le tavole divinatorie non erano altro che schedature empiriche, ma continuarono ad offrire risposte alle ansie dell'animo umano generate dalle nebbie che coprono il futuro.
In ogni caso, separandosi da questa forma indigena di cultura, l'Astrologia acquistò nuove energie espansionistiche, che la diffusero in lungo ed in largo in Asia Minore, in particolare tra gli Ittiti, e da là in Grecia ed a Roma, ove i Caldei godevano di grande fama come abili calcolatori di oroscopi ed altrettanto abili predittori della sorte. [nota 243]

8. Malgrado il fatto che gli Astrologi/Astronomi babilonesi fossero considerati sacerdoti (così li definisce anche lo storico greco Erodoto), probabilmente alcuni di loro si dedicarono allo studio delle stelle anche per scopi più mondani.
A. Laurent scrive:
Si credeva che la maggior parte dei testi egiziani che esponevano conoscenze scientifiche fosse stata composta e rivelata agli uomini direttamente dagli dei. I Caldei - ed in seguito i loro allievi, gli Assiri - consideravano i propri testi analoghi di origine meno eccelsa, ritenendo che fossero semplicemente i frutti dell'esperienza di uomini molto eruditi e di generazioni e generazioni di solerti osservatori.
Sono in particolare i trattati di divinazione (cioè quelli di Astrologia, di interpretazione defli omina, di aruspicina etc.) che a noi moderni sembrano i frutti di generazioni di attenti osservatori che, nel corso di secoli e secoli, un giorno dopo l'altro, hanno registrato dei riferimenti che a loro sembravano esplicativi tra fenomeni siderali o naturali e fatti terreni relativi a vicende pubbliche o private.
Né i Caldei né gli Assiri si preoccuparono mai di mistificare le origini terrene ed umane di tali trattati. [nota 244]

9. Per lungo tempo l'osservazione degli astri ha avuto a che fare con la definizione e la conferma del calendario. Dhorme - parlando di ciò - attribuisce ai Babilonesi un calendario costituito da un anno composto da docidi mesi comprendenti trenta giorni ciascuno, più un periodo di cinque giorni saltuariemente intercalato: questo calendario, tuttavia, è probabilmente stato creato dagli Egizi, visto che Plutarco - erudito greco vissuto tra il 46 ed il 120 d.C. - dice:
Essi sostengono che il Sole, una volta raggiunta la consapevolezza dell'accordo tra Crono e Rea, scagliò una maledizione su di lei affinché non potesse partorire mai più nessun figlio in nessun giorno dell'anno; ma Hermes, innamorato della dea, si accordò con lei ed in seguito, giocando a dadi con la Luna, vinse da lei la settantesima parte della sua luce, con la quale compose cinque giorni e li pose ad intercalare i trecentosessanta giorni consueti.
Gli Egizi chiamano ancora oggi questi cinque giorni intercalari il compleanno degli dei e li festeggiano come tali. [nota 245].

10. Neugebauer, a proposito del calendario egizio - composto da 12 mesi di 30 giorni ciascuno più 5 giorni intercalari, scrive che questo calendario è - di fatto - l'unico calendario veramente intelligente mai esistito nella storia dell'Umanità [nota 246], ed aggiunge che Erodoto (lo storico greco vissuto tra il 485 ed il 425 a.C. circa) scrive che i sacerdoti egizi con cui aveva parlato concordavano tutti nel dire che - grazie ai loro studi astronomici - gli Egizi erano stati i primi a ideare l'anno solare ed anche a dividerlo in 12 parti - e a mio avviso i loro metodi di calcolo sono migliori di quelli greci, perché secondo questi ultimi è necessario intercalare un intero mese ogni due anni affinchè le stagioni del calendario concordino con quelle reali, mentre gli Egizi, con il loro anno di 12 mesi composti da 30 giorni ciascuno, ai quali ogni anno intercalano cinque giorni, riescono a seguire perfettamente il ritmo delle stagioni. [nota 247]
È possibile che Dhorme - commentando questo passo - confonda il calendario egiziano appena ricordato con il calendario lunare babilonese, secondo il quale alcuni anni contano 12 mesi di 30 giorni ciascuno ed altri anni contano invece 13 mesi: questa suddivisione, inizialmente, era stata fatta irregolarmente ed in seguito era stata sostituita da un ciclo regolare consistente in sette anni di 13 mesi ciascuno ogni 19 anni [nota 248], considerando i 13 mesi di 30 giorni come periodo intercalare: Dhorme, infatti, parla di un mese di 30 giorni intercalare in un anno composto da 12 mesi di 30 giorni.

11. È ragionevole ipotizzare che, ai primordi della cultura mesopotamica, i Sumeri già praticassero l'Astrologia?
O. R. Gurney scrive:
L'unica prova documentata che i Sumeri praticassero l'Astrologia già in epoca arcaica viene dal cilindro di Gudea (2143-2124 a.C. circa). Il re di Lagash vide in sogno la dea Nisaba curva a studiare una tavoletta con la/le stella/e del cielo, ed il sogno fu interpretato nel senso che la dea stava cercando la stella migliore per la costruzione del tempio; tuttavia non si spiega in quale modo si pensasse che la stella avrebbe dato questo segno.
Dalla città di Mari, all'epoca di Hammurabi (intorno al 1780 a.C,), proviene una lettera molto interessante di un barû [un sacerdote incaricato di ispezionare i riti si interpretazione degli omina] di nome Asqudum: il divinatore accenna ad un'eclisse di Luna, sapendo che era stata considerata un cattivo auspicio ma ora non più: poi procede controllando i risultati dell'Aruspicina e dichiara che - in ultima analisi - la prospettiva è favorevole. Evidentemente a quell'epoca l'Aruspicina era l'unica forma di divinazione considerata affidabile. [...]
Sembra però che non sia necessario molto tempo perché l'Astrologia passi in primo piano in antagonismo all'Aruspicina; il probabile modo in cui ciò è avvenuto si ricostruisce forse grazie a circa seicento descrizioni di eventi profetici inviati al re assiro Esarhaddon (680-669 a.C. circa) da Studiosi sparpagliati in lungo ed in largo per il suo regno: la maggior parte di tali messaggi sono di carattere astrologico e giungono sovente come risposte ad una precisa richiesta formulata dal re allo scopo di comprendere il significato profetico dell'evento; ed i messaggi - come i resoconti dell'esame delle viscere - citano il significato del presagio come spiegato dal manuale, lo completano con una predizione circostanziata e concludono con una serie di indicazioni di carattere generale relative alla sorte del re, ma senza alcun riferimento ad una specifica vicenda politica: non si usava l'Astrologia per dare risposta a specifiche domande puntuali, alle quali si dava risposta invece con l'esame degli omina.
I funzionari che stilavano questi rapporti non erano sacerdoti barû ma studiosi di svariate connotazioni professionali, uno dei quali è soprannominato .lo scriba di Abu ed Enlil, mentre un appellativo specifico che non è ripetuto ovunque è Capo del Gruppo dei Dieci.

12. Gurney continua:
In seguito si svilupparono l'Astrologia oroscopica sulla base dei 12 segni dello zodiaco e la dottrina degli hypsomata.
L'oroscopo più antico a noi giunto (ora conservato ad Oxford) risale al 410 a.C. Due manuali astrologici di epoca seleucide (successiva al 300 a.C.) riportano disegni degli hypsomata, cioè delle posizioni planetarie di maggiore importanza in Astrologia: la Luna in Toro, Giove in Cancro, Mercurio in Vergine. A questi disegni sono aggiunte alcune spiegazioni molto dettagliate per il periodo, secondo le quali ciascun segno zodiacale si suddivide a sua volta in 12 microzodiaci di 2 giorni e mezzo di estensione ciascuno.
Questa già sofisticata forma di Astrologia - nell'esercizio della quale i Caldei sono rinomati nel mondo romano si è comunque sviluppata solo dopo la caduta di Babilonia in mano ai Persiani, nel 539 a.C. [nota 249].

13. Samuel Angus sottolinea che il diffondersi dell'Astrologia rese antiquati tutti gli altri metodi greci e romani di divinazione del futuro: le arti degli Auguri e degli Aruspici vennero praticamente abbandonate, perché gli Oracoli ufficiali come quello di Delfi - anche se tornati a nuova considerazione in epoca imperiale - non potevano competere con le discipline dei Matematici caldei né con le apocalissi cristiana e gnostica [nota 250].

14. Alcuni importanti Scienziati greci - tra i quali l'Astronomo e Matematico Eudosso (vissuto tra il 390 ed il340 a.C. circa) ed il Filosofo Teofrasto (vissuto tra il 372 ed il 286 a.C. circa), allievo prediletto di Aristotele - studiarono approfonditamente il culto degli astri e le pratiche astrologiche babilonesi: come testimonia Proclo (vissuto tra il 412 ed il 485 d.C.) nel suo commento al Timeo platonico, nell'opera di Teofrasto dal titolo Sui Segni zodiacali si riconosceva che i Caldei del suo tempo avevano un metodo per predire qualsiasi evento e la vita e la morte di qualsiasi persona. [nota 251]
Fu intorno alla fine del III secolo a.C. che un certo numero di Astrologi professionisti si trasferì dalla Babilonia alla Grecia. Michael Grant scrive:
Il primo di questi professionisti - secondo la tradizione - si chiamava Berosso, ed era un sacerdote babilonese trasferitosi sull'isola di Cos, che tradusse il testo dal titolo L'Occhio di Bel e fondò una scuola di Astrologia sull'isola intorno al 280 a.C.
Ma non fu se non dopo il 200 a.C, che tale affluenza di Astrologi dall'Oriente prese le dimensioni di una vera e propria migrazione: era l'epoca in cui Bolo di Mendes (località egizia) che aveva appreso l'Astrologia in Mesopotamia, compilò un trattato intitolato Sulle Simpatie ed Antipatie che elencava e spiegava le corrispondenze ipotizzabili tra corpi celesti ed esseri umani. Tale scritto esercitò un'influenza enorme, che si estese ai secoli successivi.
Un'altra opera di grande successo fu il manuale astrologico risalente al 150-120 a.C. circa, firmato dagli egizi Nechepso e Petosiris (probabilmente pseudonimi). [nota 252]

15. Tali concezioni si combinarono facilmente con le dottrine stoiche, ed è comprensibile che lo Stoicismo adottasse l'Astrologia fin dall'inizio, dato che - come si è detto nel 1° capitolo - si trattava di un'alternativa alla desolante prospettiva di un mondo del tutto in balia della sorte e dell'incostante fortuna.
Uno dei Maestri della scuola stoica, Diogene da Seleucia sul fiume Tigri, detto il Babilonese e vissuto intorno al 152 a.C., sosteneva che le anime tanto degli uomini quanto delle donne contenevano una scintilla della potenza che governa i cieli, e Grant scrive di lui che gettando le basi del culto del Sole e degli astri nel suo allievo Cleante, fu colui che spalancò le porte all'Astrologia, rendendola ben accetta in virtù delle sue dimostrazioni apparentemente convincenti della Simpatia di tutto il Creato.
Un altro stoico, Panezio di Rodi (vissuto tra il 185 ed il 109 a.C. circa) - per quanto disposto ad accettare la validità della divinazione - rifiutò l'idea che il Sole, la Luna e le stelle fossero le cause influenti delle vicende terrene; ma il ben più influente stoico, Posidonio di Apamea in Siria (di poco posteriore, in quanto vissuto tra il 135 ed il 50 a.C.) accolse di buon grado i principi basilari dell'Astrologia, considerandoli le chiavi dell'armonia dell'Universo.

16. Alcuni degli aderenti a tali concezioni concessero un certo spazio - per quanto modesto - al libero arbitrio, ma si considerarono in ogni caso in balia degli incomprensibili ed incontrollabili signori del cielo, che tracciano il destino di tutto quel che accade.
Altri si ribellarono contro una tale spietata inevitabilità meccanicistica e tentarono di trovare scappatoie per ridurre e circoscrivere l'onnipotenza dei poteri astrali; il che imponeva che si scoprissero gli intenti di tali poteri ed i modi per modificare i propri comportamenti al fine di evitare le maggiori ostilità; e dunque rendeva necessaria l'esistenza di esperti, cioè di Astrologi professionisti/Astronomi.
Così la casta degli Astrologi/Astronomi divenne molto influente, mano a mano che aumentava l'innumerevole quantità dei loro consultanti, in cerca soprattutto di consigli e suggerimenti: questi professionisti fornivano oroscopi in cui - tramite la posizione degli astri al momento della nascita - si tracciavano le linee-guida del destino del soggetto, e non si limitavano a predire il futuro, ma consigliavano anche i modi migliori per sfuggire a quel che si riteneva predestinato, mescolando scienza e magia.

17. Nella Scienza - come nella Religione - è necessaria una specie di sottomissione, sotto molti aspetti, a ciò che è e non può essere diversamente, mentre nella Magia si è spunti dal dichiarato intento di superare questo limite, intervenire a piegare la volontà degli dei alla propria, o di controllare il modo in cui la Natura agisce o comunque di interferire con il fato.
Con la Tecnologia, che comprende le applicazioni della Scienza, spesso tentiamo di fare proprio questo, ossia di modificare la direzione della Natura; ma con la Magia si tenta ben di più, cioè cambiare la volontà degli dei, o le leggi della Natura: la Magia si basa sul presupposto che gli uomini non siano affatto creature subalterne come la Scienza o la Religione li ritengono, e che neppure il cielo può rappresentare un limite.
In epoca ellenistica, la fiducia nei poteri della Magia era diffusa ovunque, e c'era chi si preoccupava di scoprire le leggi che regolavano il movimento delle stelle, alcuni per semplice curiosità, ed altri nella speranza di poterle modificare: in fin dei conti, a quei tempi si poteva essere contemporaneamente Astronomi, Astrologi ed anche Maghi.

18. In ambiente greco e romano, i Babilonesi erano rinomati non solo come Astrologi, Astronomi e Maghi, ma anche come divinatori secondo altri metodi.
In alcuni suoi scritti satirici, datati al 161 o 162 d.C., Luciano racconta come Menippo sia sceso nell'Ade per scoprire il giusto modo di vivere ed abbia scoperto che a questo scopo non si deve essere né ricchi né potenti né filosofi, ma persone qualsiasi che vivano normalmente e ridano il più possibile. Scendendo nell'Ade, Menippo dice:avevo deciso di andare a Babilonia ed interpellare uno dei Magi, i discepoli e successori di Zoroastro, perché mi era stato riferito che grazie ad alcune fascinazioni e cerimoniali essi riuscissero ad aprire i cancelli dell'Ade, riportando in vita e conducendo sano e salvo nel mondo dei viventi chiunque avessero desiderato.[...] Così, un passo dopo l'altro, mi sono avviato verso Babilonia, camminando più velocemente possibile, e al mio arrivo mi sono messo a parlare con uno dei Caldei, un uomo saggio dai poteri miracolosi, con i capelli grigi ed una barba maestosa, che si chiamava Mithrobarzane.
A forza di suppliche e di implorazioni, e promettendo che gli avrei dato qualsiasi cifra mi avesse chiesto, ho ottenuto il suo riluttante consenso ad essere la mia guida nel viaggio verso gli Inferi; così mi prese in consegna e per prima cosa mi guidò per un cammino lungo ventinove giorni [approssimativamente un mese lunare], dopo di che - al ricorrere della Luna Nuova - un mattino presto, al sorgere del sole, mi portò lungo l'Eufrate e mi fece bagnare nelle sue acque; dopo di che cominciò un lungo discorso che a dire il vero non ho capito molto bene a causa della mia totale incompetenza e del fatto che lui parlava molto velocemente ed in modo confuso. Tuttavia sembrava che stesse invocando certi spiriti.

19. Il racconto di Menippo continua in questo modo:
Insomma, mi disse che dopo l'incantesimo, mi avrebbe sputato in faccia tre volte e poi sarebbe tornato indietro senza alzare lo sguardo su nessuno, chiunque avesse incontrato. Mangiammo noci e bevemmo latte mescolato ad erbe e all'acqua del Coaspe, e dormimmo allo scoperto sull'erba.
Quando il Caldeo giudicò che quel trattamento avesse dato risultati soddisfacenti, mi condusse sulla riva del Tigri a mezzanotte e mi purificò, mi lavò e mi consacrò con torce, musiche e molte altre cose, borbottando i suoi incantesimi, e dopo avermi incantato dalla testa ai piedi, camminandomi intorno a tracciare un cerchio in modo che io non potessi essere danneggiato dagli spiriti maligni, mi riportò a casa, camminando all'indietro, dopo di che disse che eravamo pronti per la partenza.
Per conto suo indossò una veste da mago molto simile a quella del popolo dei Medi, e poi me abbigliò velocemente nel modo in cui mi vedete - con un copricapo, una pelle di leone e la lira - e mi raccomandò, se qualcuno mi avesse chiesto il nome, di non rispondere Menippo per nessun motivo, ma Herakles o Odisseo o Orfeo. [nota 253]

20. A differenza dei Babilonesi, non sembra che gli antichi Cinesi . nel complesso - abbiano una tradizione tanto antica per quel che concerne gli astri.
Edward Schafer scrive che per la maggior parte dei Cinesi delle epoche più antiche, comprese le autorità di rango più elevato, Astrologia ed Astronomia erano del tutto indistinguibili, e tale caratteristica si mantenne mano a mano che aumentava la conoscenza delle caratteristiche e dei movimenti del cielo, e dunque un numero sempre maggiore di componenti del firmamento stellato usciva dall'ambito delle congetture, del dubbio e del timore per passare alla dimensione del conosciuto e del prevedibile,
Comete, meteore e supernovae rimasero spaventosi segnali delle potenze celesti, e sarebbe scorretto pensare che la stesura di effemeridi decisamente più affidabili - contenute negli almanacchi medievali cinesi - indichi che il significato dei corpi celesti sia finalmente stato interpretato come un puro e semplice fenomeno fisico legato ai movimenti celesti.
Schafer scrive:
Naturalmente ci saranno stati anche degli scettici, ma sembra che la maggior parte dei Cinesi - anche di coloro che conseguivano i livelli più alti della cultura - continuò a pensare che Giove - anche se prevedibile - rimaneva oggetto di timore.
Inoltre i Cinesi dedicarono poco impegno all'ideazione di modelli geometrici dell'Universo fisico che risultava dai loro calcoli aritmetici e dalle loro osservazioni. In realtà - scrive Schafer - la Cosmologia languiva ai confini della Mitologia, e molti - anzi, probabilmente i più - pensavano che Cosmologia e Mitologia fossero la stessa cosa.
L'obliquità dell'eclittica, la precessione degli equinozi e la reale lunghezza dell'anno tropico vennero scoperte in tempi arcaici, ma non mutarono il lavoro dei divinatori [nota 254].

21. Secondo Schafer, un'importante componente dell'Astrologia/Astronomia T'ang è rappresentata dal diffondersi delle concezioni indiane e mesopotamiche nella cultura cinese, anche se questa tendenza raggiunse il massimo alcuni secoli dopo, nel corso del dominio dei Mongoli - spiega Schafer - quando gli Studiosi della scienza islamica conquistarono il rango di Astronomi di Corte a Pechino.
Il diffondersi delle conoscenze occidentali sulle più arcaiche concezioni astronomiche e cosmologiche cinesi è incerto, e le ipotesi in questo campo assomigliano all'incontrollabile espandersi della foresta tropicale: piante della giungla e liane variopinte o rampicanti i cui percorsi si intrecciano e si confondono, e le cui radici affondano chissà dove.
Una delle caute ipotesi di un Assiriologo dei nostri tempo - E. Bezold - sembra ragionevole quanto altre: l'originaria Astrologia/Astronomia cinese cominciò ad assorbire la cultura babilonese e ad essere da questa modificata almeno a partire dal VI secolo a.C. [nota 255]

22. Quand'è che l'Astronomia - intesa nel senso che oggi attribuiamo a questo termine - iniziò la sua evoluzione? La risposta dipende da quel che consideriamo Astronomia.
Questa o quella popolazione può aver raggiunto una certa conoscenza della ripetitività dei movimenti e degli aspetti del Sole, della Luna, dei pianeti e delle stelle, al punto da essere in grado di lasciare delle relazioni scritte archiviabili: ed è assolutamente plausibile che si sia fatto uso dell'osservazione dei cieli per predire - o tentare di predire - i cambiamenti stagionali ed il tempo più adatto alla semina o alla mietitura, oppure quando si corre maggior rischio di alluvioni o catastrofi simili, o magari quando è meglio imbarcarsi e quando invece non è opportuno andare per mare, e così via.

23. Sulle origini dell'Astronomia, Mircea Eliade scrive:
Alexander Marshak [sic] ha recentemente dimostrato l'esistenza di un sistema simbolico di annotazioni cronologiche basato sull'osservazione delle fasi lunari nel Paleolitico superiore: queste annotazioni che definisce supportate dal tempo - ossia frutto di esperienze accumulate in un lungo arco di tempo - aprono la strada all'ipotesi che esistessero cerimonie stagionali o quanto meno periodiche fissate con ampio anticipo, come accade in epoca molto più recente tra le popolazioni della Siberia o gli Indiani d'America.
Questo sistema di annotazioni sopravvisse per oltre 25 mila anni, dal primo Aurignaziano al tardo Maddaleniano: secondo Marshak, la scrittura, l'Aritmetica ed il calendario propriamente detto - che fecero la loro comparsa agli albori della civiltà - sono probabilmente connessi al simbolismo con il quale si articola il sistema di annotazioni usato nel Paleolitico.
Qualsiasi sia la propria opinione sul principio generale della teoria dell'evoluzione della civiltà di Marshak, rimane il fatto che il ciclo lunare era stato osservato, analizzato, memorizzato ed usato a scopi pratici almeno 15 mila anni prima della scoperta dell'agricoltura, il che rende molto più comprensibile l'importanza del ruolo della Luna nella Mitologia arcaica, e soprattutto il fatto che il simbolismo lunare sia ambientato in un sistema autonomo, comprendente molte realtà diverse come le donne, le acque, la vegetazione, il serpente, la fertilità, la morte, la resurrezione eccetera. [nota 256]

24. Nessuno sa quando gli dei apparvero per la prima volta agli uomini: nessuno sa quando gli uomini cominciarono a tentare di comprendere la loro volontà. Chissà quali e quante idee sugli dei nacquero dall'osservazione del Sole, della Luna e delle stelle.
Sesto Empirico scrive:
Aristotele sostiene che la concezione degli dei sorse tra gli uomini in quanto originata da due motivi, vale a dire da eventi che hanno a che fare con l'anima e dall'osservazione dei fenomeni celesti: dalla prima causa - gli eventi concernenti l'anima - per gli stati ispirati dell'anima che si manifestano nel sonno e per le profezie; infatti - dice Aristotele - quando l'anima è di per sé immersa nel sonno, allora raggiunge la sua vera natura e può prevedere e presentire il futuro; ed è in questo stato anche dopo la morte, dopo essersi separata dal corpo. [...]
Inoltre la concezione degli dei derivò anche dall'osservazione dei fenomeni astronomici perché, vedendo i ciclici movimenti del Sole che durante il giorno circonda la terra, e vedendo anche l'ordinato movimento delle altre stelle durante il giorno, gli uomini immaginarono che esistessero degli dei in grado di creare questo movimento e questo ordine. [nota 257]

25. Cicerone racconta che il filosofo stoico Cleante (vissuto tra il 300 ed il 220 a.C. circa) elencava quattro motivi che a sua opinione erano le cause della formazione dell'idea degli dei nella mente dell'uomo:
Cleante mette al primo posto [...] la necessità di conoscere in anticipo gli eventi futuri; al secondo posto quella che scaturisce dalle riflessioni sulla grandezza dei benefici che traiamo dal clima, dalla fertilità della terra e dalla ridondante abbondanza di altri doni benedetti; al terzo posto, il timore ispirato dai fulmini, dalle tempeste, dalle piogge, dalla neve, dalla grandine e dalle inondazioni, dalle epidemie, dai terremoti e dai boati sotterranei che talvolta si odono, dalle piogge di pietre e di gocce del colore del sangue, e poi anche dalle frane e dalle voragini che si spalancano improvvisamente sul suolo, delle nascite mostruose tanto umane quanto animali, dell'apparire di luci meteoriche e di quelle che i Greci chiamano comete e nella nostra lingua si chiamano stelle dalla lunga chioma, [...] e di tutte quelle impressionanti manifestazioni che hanno suggerito all'umanità l'idea che esistessero dei poteri divini celesti.
Infine, il quarto e più importante motivo alla base dell'idea che esistano gli dei - come dice ancora Aristotele - è il movimento uniforme di rivoluzione dei cieli ed il modo in cui si alternano tanto ordinatamente e con tanta bellezza il Sole, la Luna e le stelle, ed insomma la reale contemplazione di quel che provano di per se stesse di non essere semplice effetto del caso.
Quando si entra in una casa o in una palestra o si va ad una assemblea pubblica e di tutto quel che si ha intorno si osserva la disposizione, la regolarità ed il modo in cui funziona, non è possibile trarne la convinzione che queste cose accadano per caso e senza un motivo: si capisce chiaramente che esiste qualcuno che presiede e controlla. A maggior ragione quando si assiste ai movimenti tanto ampi e lontani degli astri, a questi ordinati processi di mutamento di una moltitudine di enormi quantità di materia, che nel corso di innumerevoli ere dello sconfinato passato non si sono mai neppure minimamente rivelati fasulli, è inevitabile dedurre che questi movimenti che coinvolgono tutto il Cosmo siano regolati da una qualche Mente divina. [nota 258]

26. Dunque non ci si deve particolarmente meravigliare della nascita della concezione che gli astri ed il loro movimento esercitino un qualche potere sulle vicende terrene, né del fatto che si sia tentato di utilizzare tali fenomeni per tentare di predire in qualche modo gli eventi più importanti per un paese o per un governante.
Sembra che la tecnica di predizione con gli omina sia stata una specifica creazione babilonese, per quanto i Cinesi possano aver sviluppato una personale concezione, indipendente da quella mesopotamica: Bartel van der Waerden fa risalire l'inizio della tecnica dell'interpretazione degli omina all'epoca precedente al regno di Hammurabi di Babilonia (intorno al 1800 a.C.), e forse anche a molti secoli prima [nota 259].

27. Ecco un esempio:
Quando lo Scorpione si avvicina al bordo della Luna e si ferma, il regno del sovrano durerà a lungo; giungeranno nemici che subiranno una completa disfatta. [nota 260].
Un altro esempio:
Nel mese di Elul, al quindicesimo giorno, eclisse di luna: il figlio del re uccide suo padre e si impadronisce del trono, ed i nemici avanzano e devastano il paese. Nel sedicesimo giorno, eclisse della Luna: al re di un paese straniero accade la stessa cosa [cioè viene ucciso dal figlio], il re della terra di Hâti avanza e si impadronisce del trono. Cadono abbondanti piogge dal cielo, e l'acqua abbonda nei canali. [nota 261].
Eccone un terzo:
Se Marte è visibile nel mese di Tammuz (cioè tra giugno e luglio), i giacigli dei soldati rimarranno vuoti nelle loro case, cioè ci sarà una spedizione militare che allontanerà i soldati dalla loro terra [nota 262].

28. Anche se tra i divinatori Caldei ci può essere stata una tradizione tramandata per secoli di generazione in generazione, è lecito supporre che anch'essi siano stati influenzati in qualche grado dalla religione prevalente.
Nell'antica Babilonia la divinità del Sole - di nome Marduk - il maggiore tra gli dei babilonesi, successore della divinità lunare sumerica - impresse il movimento e determinò il percorso degli astri, suddividendo il tempo in unità regolari; e tale regolarità di movimento divenne il modello della vita umana nella società, un'importante forza-guida allo svolgersi dell'amministrazione pubblica, del lavoro umano e delle attività cittadine, dato che il più alto dovere dei più alti funzionari governativi di Babilonia - cioè i sacerdoti - era quello di osservare ed interpretare i movimenti del Sole e degli altri astri [nota 263].

29. A capo del pantheon babilonese ed assiro si trova il dio Anu. Secondo l'enciclopedia mitologica Larousse, Anu era figlio di Anshar e di Kishar. Il suo nome significa Cielo ed infatti il suo regno si estendeva nei cieli. [...]
Affiancato dalla sua compagna, la dea Antu, Anu presiedeva e governava i fati dell'Universo senza occuparsi degli affari umani; perciò, anche se la venerazione nei suoi confronti non venne mai meno, a poco a poco finì per essere soppiantato da altre divinità, che si impadronirono anche di alcune delle sue prerogative.
Tuttavia il suo prestigio di divinità al di sopra delle altre rimase immutato al punto tale che il potere di tali dei usurpatori non fu mai definito con sufficiente chiarezza fino a quando essi stessi non presero a loro volta il nome Anu. [...]
L'intero corso della vita umana [...] era regolato dal volere sovrano degli dei, il cui principale attributo era quello di decidere le sorti degli uomini. Abbiamo già visto fino a che punto gli dei valutavano questo compito, che spettava in successione gerarchica ad Anu, ad Enlil, ad Ea e a Marduk.
Anche se Anu era il dio supremo a cui spettava la decisione finale, tutti gli dei potevano partecipare alla discussione nel corso della quale tale decisione veniva presa.
All'inizio di ogni anno, mentre sulla Terra si celebrava la festa di Zagmuk, gli dei si riunivano in assemblea ad Upshukina, il Santuario dei Fati; il re degli dei - che in seguito in area babilonese prese il nome di Bêl-Marduk - prendeva posto sul trono, mentre gli altri dei gli si inginocchiavano di fronte con reverenza e timore. Allontanando dal proprio petto la Tavoletta dei Fati, Bêl-Marduk la consegnava a suo figlio Nabu, affinchè ci scrivesse le decisioni degli dei: così venivano stabilite le sorti del paese per l'anno che stava iniziando. [nota 264]

30. Se Anu era il re degli dei, quale rango era assegnato ai suoi genitori Anshar e Kishar?
L'enciclopedia mitologica Larousse spiega ancora che si credeva che l'origine di tutte le cose fosse dovuta ad Apsu (l'acqua dolce) e a Tiamat (l'acqua salata): i loro primi discendenti furono Lakhmu e Lakhamu, divinità dalla natura piuttosto vaga che forse avevano l'aspetto di due mostruosi serpenti.
A loro volta, essi generarono Anshar, il principio maschile, e Kishar, il principio femminile, che - come alcuni pensavano - rappresentavano rispettivamente la sfera celeste ed il mondo terreno, che unendosi diedero origine alle stirpi successive, così come nella mitologia greca esse ebbero origine dall'unione di Urano - il Cielo - con Gea - la Terra; ma mentre la greca Gea ha un ruolo importante, la sua collega mesopotamica Kishar non figura mai nella storia. [nota 265]

31. Thorkild Jacobsen riporta una storia simile a questa, basata su antiche copie babilonesi di testi sumerici del III millennio a.C.
Tra gli dei ve n'era uno gerarchicamente più in alto di tutti: il suo nome, translitterato in Akkadico come Anum, era la parola sumerica corrispondente a Cielo, ed infatti An indica la divina potenza dei cieli, l'origine della pioggia ed i fondamenti del calendario, secondo i quali - attraverso il susseguirsi delle costellazioni - esso può annunciare i mutamenti stagionali e le relative celebrazioni. [...]
La sposa di An era la Terra, di nome Ki, sulla quale An creò gli alberi, le canne e tutti gli altri tipi di vegetazione. [...]
Sembra che vi sia stata anche una tradizione secondo la quale la potenza celeste era sia maschile che femminile, con la distinzione di un dio maschile An (il dio akkade Anum) dalla dea femminile An (il cui nome akkade era Antum), con la quale il dio maschile An era sposato. Secondo questa concezione, la pioggia era opera della dea o (dato che ella era solitamente rappresentata sotto forme bovine) sgorgava dal suo seno - che era simbolicamente rappresentato dalle nuvole. [...]
Il dio An non era solamente il creatore della vegetazione, ma anche il padre ed il predecessore di tutti gli dei, e veniva considerato genitore anche di un'innumerevole quantità di demoni e di spiriti del male. Veniva spesso raffigurato sotto forma di un enorme toro. [...]
L'idea che il dio An fosse la principale fonte della fertilità, il padre che rende fertile il seme generatore della vegetazione, dei demoni e di tutti gli dei portò come logica conseguenza il fatto che a lui venisse attribuita autorità paterna. [...]
Mano a mano che si prendevano piede le differenziazioni sociali e gli atteggiamenti di rispetto e di timore nei confronti del governante sulla terra, cominciò a svilupparsi anche una nuova forma di sensibilità nei confronti delle potenze del vasto cielo, che produsse sentimenti di rispetto e di sacro terrore nei loro confronti: quando l'uomo si trova in una speciale condizione di sensibilità religiosa, il cielo può fungere da veicolo per consentirgli delle intense esperienze di sacro terrore, cosa che si può riscontrare anche nella nostra cultura contemporanea.

32. Jacobsen cita un passo dell'opera di William James dal titolo The Varieties of Religious Experience:
Ricordo la notte, e quasi tutti i lampi di luce sulla collina, dove la mia anima si aprì, come era aperta, all'Infinito; e ricordo che c'era continuità tra i due mondi, quello intimo e quello esterno. Era una profondità che spingeva verso altra profondità - la profondità che il mio stesso personale tormento aveva scavato dentro di me, a cui veniva data risposta dall'illimitata profondità esterna, che andava ben oltre le stelle.
Io stavo da solo con Colui che mi aveva creato, e tutta la bellezza del mondo, tutto l'amore ed il dolore ed anche la tentazione.

33. Jacobsen continua:
Per gli antichi popoli mesopotamici, quel che il cielo rivelava era il potere di An, la sua intima essenza di autorità e di maestà assolute, che poteva rivelarsi - ma non necessariamente si rivelava - in quel che si poteva sperimentare ogni giorno dal cielo, anche a prescindere dal potere divino che il cielo in sé mostrava e che poteva essere compreso nella categoria degli eventi puri e semplici. [...]
Dal momento che la società umana non è l'unica struttura basata sull'autorità e sulla gerarchia (dato che anche il regno della Natura fa capo agli stessi principi), tutte le manifestazioni ed i poteri regolatori dell'Universo facevano capo alla volontà di An: la sua era l'autorità che consente di esistere al di fuori del caos e dell'anarchia e che pone ordine nel cosmo: come un edificio viene sostenuto dalle fondamenta, e la sua struttura rivela le forme di tali fondamenta che lo sostengono, così l'antico universo mesopotamico era sostenuto e rifletteva il volere organizzante di An, il cui ordine era il fondamento del cielo e della terra. [...]
In qualità di unica e prima fonte di qualsiasi potere, An era strettamente associato alla più alta autorità sulla terra, cioè al re: le insegne reali erano sormontate da un'immagine di An che dai cieli consegnava lo scettro al sovrano terreno, ed insieme a questo non soltanto il potere reale assoluto ma anche tutti i doveri legati alle sue funzioni cosmiche, cioè la responsabilità di aggiornare il calendario e di celebrare i riti ad esso collegati. Per esempio, la ricorrenza della Luna nuova, a lui sacra, [...] doveva essere solennemente celebrata in tutti i templi, e così pure l'inizio del nuovo anno, ricorrenza che sembra ricevesse il nome da una delle attività svolte dal re di volta in volta.
Con l'assegnazione di questi compiti, di fatto, il re diveniva lo strumento di cui An si serviva per far sì che gli eventi terreni non uscissero dalle regole. [nota 266].
Perciò i cieli erano il modello ed il punto di riferimento dell'autorità terrena.

34. Poichè l'alternarsi delle stagioni ed il ricorrere di altri importanti eventi erano in svariati modi riferiti ai movimenti della Luna, del Sole e delle stelle, non è illogico il tentativo di ricondurre agli astri ed ai loro movimenti anche il ricorrere o il manifestarsi di determinati eventi terreni: per esempio, nell'antico Egitto, il periodo in cui il Nilo usciva dai propri argini venne riferito al momento in cui una determinata stella raggiungeva una specifica posizione celeste.
Anche molti tipi di manifestazioni atmosferiche venivano collegati alle costellazioni, e non solo dal punto di vista della loro posizione celeste, ma anche in termini di effetti atmosferici da loro esercitati.
Martin Nilsson sostiene che il più diffuso tra i poemi di epoca ellenistica è stato Phainomena di Arato, un vero e proprio almanacco che conteneva le indicazioni per la previsione degli eventi atmosferici secondo gli astri (Martin Nilsson, Geschichte der griechischen Religion, 1950, v. 2, p. 56.).

35. Questo modo di agire continua ancora oggi: ecco un brano dal titolo "Previsioni del tempo, tratto dall'Almanacco della città di Hagerstown e del suo territorio per l'anno di nostro Signore 1989, a pagina 9:
Questa tavola e le seguenti note sono il risultato di molti anni di impegno applicati alle moderne osservazioni: l'intero sistema si basa sull'attenzione da tributarsi al Sole ed alla Luna nelle loro diverse posizioni nei confronti della Terra, e - grazie a semplici riferimenti - consente all'osservatore di comprendere che tipo di tempo atmosferico possa con maggiore probabilità verificarsi a seconda dell'ingresso della Luna in ciascuna delle sue fasi, con una veridicità che molto di rado o praticamente mai si rivela inattendibile.

36. I presupposti che il Padre nostro sia nei cieli e che le cose sulla terra siano ordinate secondo quelle del cielo sono universalmente diffusi in ogni luogo ed in ogni epoca.
Claude Lévi-Strauss sostiene che tra gli Indios delle regioni centrali del Brasile sono presenti alcuni miti che ad uno sguardo superficiale non sembrano avere nulla in comune con l'Astronomia, ma che in realtà si riferiscono all'alternarsi delle stagioni e dunque alla suddivisione dell'anno: in particolare la storia di Asare, che si tramanda tra il popolo Sherente e racconta la storia di una madre stuprata da alcuni dei suoi figli (il più giovane dei quali si chiama Asare) i quali - dopo aver sconfitto i fratelli nati dal loro stesso padre - appiccano il fuoco alla casa dei genitori, che si salvano trasformandosi in aquile e volando via; dopo di che il mito continua raccontando di un viaggio che comprende lo scavo di un pozzo in grado di fornire tanta acqua da produrre il mare; poi tre dei figli (o forse un numero diverso) riescono a salvarsi da un alligatore con l'aiuto di alcuni picchi, delle pernici, di scorze di frutta e di una puzzola.
Il mito termina in questo modo:
Quando il mare fu formato, i fratelli di Asare tentarono subito di fare un bagno. Ancora oggi, verso il concludersi della stagione delle piogge, si riesce ad udire - tendendo l'orecchio verso occidente - lo sciaguattio dei loro tuffi tra le onde.
Dopo il bagno, i fratelli salirono al cielo e da là si mostrarono, rinnovati e puliti, come Sururu, le Sette Stelle (le Pleiadi). [nota 267].
Lévi-Strauss cita la testimonianza di J. F. Oliveira, secondo il quale - tra il popolo Sherente - l'anno inizia quando si cominciano a vedere nel cielo le Pleiadi, data grosso modo coincidente con l'inizio della stagione asciutta [nota 268].

37. Secondo Lévi-Strauss, nell'Antichità classica Orione era comunemente associato alla pioggia, ai temporali ed alla stagione umida: abbiamo appena visto che nelle regioni centrali del Brasile, Orione è parimenti associato all'acqua - anche se si tratta di quella che scaturisce dalla terra nella stagione asciutta, e non dell'acqua che scende dal cielo nella stagione delle piogge.
E ancora, nella mitologia greca e romana Orione - oltre ad indicare il cadere della pioggia - poteva anche far scaturire l'acqua dalle profondità della terra, esattamente come Asare, l'eroe assetato; ed è dunque facile concludere che ci si trova davanti allo stesso tipo di indicazione cosmografica, ossia che la costellazione che indica la pioggia nell'emisfero settentrionale è parimenti uno degli indicatori dell'acqua anche nell'emisfero meridionale.
Nell'area delle isole tra l'equatore ed il tropico del Capricorno, la stagione delle piogge corrisponde approssimativamente all'autunno ed all'inverno della fascia temperata settentrionale, mentre la stagione della siccità corrisponde grosso modo alla primavera ed all'estate della medesima fascia temperata: il mito di Asare rappresenta dunque la prospettiva meridionale di questa realtà di fatto (simmetrica a quella settentrionale) dato che si dice che l'apparire delle Pleiadi e di Orione annuncia l'inizio della stagione asciutta. [nota 269].

38. Tuttavia i due miti ci pongono di fronte ad una significativa differenza, dato che in un emisfero, Orione è associato all'acqua che cade dal cielo, e dunque si riferisce ad un'esperienza meteorologica, mentre nell'altro emisfero - senza che sia possibile stabilire alcuna connessione o alcuna analogia esperienziale - il riferimento Orione-acqua si mantiene per mezzo di un collegamento apparentemente incomprensibile tra Orione e l'acqua di origine sotterranea; ed insomma ci troviamo di fronte ad un'acqua la cui provenienza è invertita. (p. 227)
Lévi-Strauss delinea quest'opposizione servendosi di una trasformazione di un mito-chiave del popolo Bororo.
È per altro chiaro che i due miti - il primo appartenente al mondo antico [cioè all'antichità classica in Europa] e l'altro al nuovo [cioè il popolo Bororo del Brasile centrale] - sono, come ho ipotizzato, l'uno il riflesso dell'altro. L'apparente inversione sorge, semplicemente, dal fatto che si riferiscono entrambi alla stagione secca, della quale un mito spiega l'inizio (dopo la stagione delle piogge) e l'altro la fine (prima della stagione delle piogge). (ibid., p. 239)

39. Il punto consiste nel fatto che - mentre ad un livello superficiale di lettura questi miti hanno a che fare con l'incesto, lo stupro, i lunghi viaggi pericolosi, gli esseri umani che si trasformano in uccelli o in altre creature e cose del genere - ad un piano più profondo può indicare la descrizione di fenomeni astronomici associati all'alternarsi delle stagioni.
Tuttavia, continua Lévi-Strauss, pur sottolineando il fatto che i due miti hanno significato astronomico, non intendo in alcun modo regredire alle erronee idee caratteristiche della mitografia solare del XIX secolo. A mio parere, il contesto astronomico non si può affatto interpretare come punto di riferimento in senso assoluto; non possiamo dunque sostenere di aver interpretato correttamente entrambi i miti solo perché riusciamo a riportarli entrambi allo stesso contesto. La verità del mito non si trova in un qualche contenuto speciale, ma consiste nelle relazioni logiche prive di contenuto narrativo o, più esattamente, in quelle in cui alcune proprietà invariabili manifestano il loro valore operativo, e quindi si rivela possibile stabilire relazioni comparabili tra i singoli elementi di un gran numero di contenuti diversi.

40. Lévi-Strauss continua:
Per esempio, ho sottolineato come uno specifico tema - ad esempio l'origine della morte negli esseri umani - si ripeta in miti abbastanza diversi l'uno dall'altro in termini di trama, ma anche come in ultima analisi tali differenze si possano ricondurre alla diversità dei codici, ciascuno dei quali si sia sviluppato a partire da diverse categorie sensoriali - il gusto, l'udito, l'olfatto, il tatto o la vista. [...]
Nelle pagine precedenti, nell'interpretare astronomicamente i due miti, mi sono limitato semplicemente a stabilire l'esistenza di un codice, anche visuale, diverso ma il cui materiale lessicale consiste di coppie contrapposte tracciate a partire da una periodicità variabile dell'anno e - ad un altro livello - a partire da un riferimento sincronico alle stelle nel cielo.
Questo codice cosmografico non è più vero di qualsiasi altro codice né è migliore, se non dal punto di vista metodologico, dato che il suo funzionamento può essere controllato dall'esterno; ma non è impossibile che le nuove scoperte in campo biochimico possano prima o poi offrirci riferimenti oggettivi dello stesso livello qualitativo per testare l'esattezza e la coerenza dei codici formulati nel linguaggio dei sensi.
I miti vengono costruiti sulla base di alcune qualità logiche che non operano distinzioni nette tra gli stati soggettivi dell'essere umano e le proprietà del Cosmo. [nota 270]
Così, codici diversi rappresentano diverse realizzazioni delle strutture della fisiologia umana, e questo è il motivo per il quale Lévi-Strauss attribuisce lo stesso valore a codici diversi.

41. Tuttavia è lecito chiedersi se un codice astronomico possa o meno essere considerato in modo prioritario.
Secondo molte Cosmologie, le stelle e le loro manifestazioni precedono le creature viventi ed il loro modo di comportarsi: per quale motivo dunque ci saremmo evoluti in consonanza agli astri ed ai loro movimenti? Per quale motivo la nostra fisiologia ed il nostro modo di pensare si sarebbe modellato sulle stelle?
Come è spiegato da Lévi-Strauss, alcuni popoli Indios del Brasile collegano il cuoco con cui cucinare le loro vivande al Sole:
La funzione mediatrice del fuoco per cucinare le vivande dunque agisce tra il Sole e l'umanità in due diversi modi: dal punto di vista pratico, sembra che il fuoco da cucina sia completamente disgiunto dal cielo, ma al contrario unisce il Sole e la Terra e preserva gli uomini in essa confinati dalla disfatta nella quale precipiterebbero se mai accadesse al Sole di sparire completamente; ma la sua presenza agisce anche da mediazione, vale a dire che sventa il rischio di una congiunzione totale tra Sole e Terra, che avrebbe come risultato l'incenerimento di quest'ultima.
In Mitologia, spesso l'incesto ed il cannibalismo vengono collegati alle eclissi ed all'origine delle malattie. [nota 271]

42. Lévi-Stauss continua:
Nell'esame della questione relativa all'origine divina dell'arte del cucinare i cibi, mi è stato possibile verificare la mia interpretazione del fuoco domestico come agente mediatore tra il cielo e la terra grazie all'esame dei miti che descrivono l'incesto e che lo collegano all'origine delle eclissi. [...]
Un mito sull'origine delle tempeste e della pioggia [cioè con la citazione sopra riportata, con cui Lévi-Strauss inizia il discorso] mi ha portato ai miti sull'origine del fuoco e dell'arte di cucinare i cibi. [...]
Mi è stato possibile stabilire che tutti questi miti - apparentemente diversi - appartengono ad un solo gruppo, il medesimo. [nota 272]
Ma quale mito spiega quale elemento? Come è possibile che il Sole, la Luna e le stelle possano per analogia descrivere o fornire la spiegazione all'invenzione dell'arte del cucinare i cibi? O comunque è possibile che le analogie all'arte del cucinare corrispondano o descrivano in qualche modo i movimenti del Sole, della Luna e delle stelle? Astri e cucina sono in qualche modo intercambiabili? E se non lo sono, da dove è partita l'analogia?
Seneca - filosofo di età neroniana - scrive degli Etruschi:
Dal momento che essi riconoscono una componente divina in ogni cosa, pensano anche non che le cose rivelino un futuro che avverrà di conseguenza al modo in cui dette cose sono accadute, ma che accadano allo scopo di rivelare il futuro.

43. Inoltre, alcune previsioni abbastanza corrette sull'alternarsi delle stagioni e perfino (talvolta) sulle condizioni del tempo atmosferico avranno senza dubbio avuto successo anche in altre situazioni, come ad esempio nella previsione dell'attacco dei nemici, dato che - con ogni probabilità - i comandanti avevano la tendenza ad attaccare battaglia nella stagione più favorevole per il raccolto, quando cioè le truppe avrebbero potuto trovare facilmente del cibo, e naturalmente il raccolto fa parte dell'avvicendarsi delle stagioni.
Tuttavia, la predizione di cose del tipo "chi sarà il vincitore della battaglia?", basata sull'osservazione degli eventi celesti era senza dubbio di gran lunga più incerta, a meno che - naturalmente - in cielo non si vedessero segni a forma di frecce e di spade.
Isaia, a quanto pare, parla in modo ironico quando dice; Scendi e siedi sulla polvere, vergine figlia di Babilonia. Siedi a terra, senza trono, figlia dei Caldei, poiché non sarai più chiamata [...]
Ti sei stancata dei tuoi molti consiglieri: si presentino e ti salvino gli astrologi che osservano le stelle, i quali ogni mese ti pronosticano che cosa ti capiterà.
Ecco, essi sono come stoppia: il fuoco li consuma; non salveranno se stessi dal potere delle fiamme. [nota 273].

44. Fra il 539 ed il 331 a.C. - cioè durante il regno dei Persiani su Babilonia - l'Astronomia matematica dei Babilonesi giunse ad un considerevole livello di evoluzione: è proprio durante questo periodo - forse intorno al 450 a.C. - che iniziò a svilupparsi l'Astrologia personale, cioè l'interpretazione degli oroscopi calcolati sulla data di nascita.
Esiste un'antica tradizione secondo la quale l'oroscopia natale venne introdotta in Grecia da Berosso, un sacerdote babilonese, fondatore della prima scuola di Astrologia greca sull'isola di Kos intorno al 300 a.C.; tuttavia pare che siano stati scoperti oroscopi natali greci risalenti ad oltre centocinquant'anni prima.
Sul ruolo dell'Astrologia personale, Auguste Bouché-Leclercq scrive:
Il calcolo della lunghezza della vita, con l'aggiunta di più indicazioni possibile relative alla morte preassegnata dalle stelle è il grande e principale compito di questo tipo di Astrologia, quello giudicato più difficile dai suoi adepti e più pericoloso e condannabile dai suoi detrattori. [nota 274]

45. Van der Waerden spiega nel seguente modo lo sviluppo dell'Astrologia in questa parte del mondo nel corso del VI secolo a.C.
Abbiamo visto che - dopo la caduta dell'impero assiro (611 a.C.) - il vecchio politeismo era stato gradualmente accantonato dall'emergere di una nuova religione che affluì verso l'Occidente in due diverse ondate provenienti dall'Iran: la prima di queste ondate, nota come Zerianismo, raggiunse la Grecia intorno al 550 a.C., mentre la seconda - l'adorazione di Ahura Mazda - si divulgò intorno al 500 a.C., quando venne proclamata religione ufficiale dell'impero persiano.
Legata a questa seconda ondata si diffuse anche la dottrina dell'origine celeste e dell'immortalità dell'anima: abbiamo visto che in questo periodo - o poco dopo - anche la vecchia tecnica di interpretazione degli omina venne rimpiazzata da una nuova Astrologia zodiacale, all'interno della quale dobbiamo distinguere due livelli successivi: l'Astrologia zodiacale primitiva e l'Astrologia natale.
Il primo di questi livelli è riferibile all'Orfismo, che a sua volta è particolarmente collegato allo Zerianismo; il secondo - cioè l'oroscopia natale - è strettamente connessa alla dottrina dell'origine celeste dell'anima; abbiamo tracce della sua esistenza a Babilonia a partire dal 450 a.C. ed in Grecia a partire dal 440. [nota 275]
Il nome del dio Zerian Akarana significa tempo senza limiti: gli Zerianisti - setta che pare essersi formata intorno al IV secolo a.C. - si basavano sul fatalismo astrale e credevano che tutto quel che la sorte, nel bene e nel male, rovescia addosso all'uomo, viene dai dodici segni zodiacali e dai sette pianeti [nota 276].

46. A partire dal 300 a.C. circa, i Babilonesi cominciarono la redazione sistematica di tavole basate su nozioni accumulate nel corso di secoli e secoli, con le quali riuscivano a predire con un buon margine di sicurezza le eclissi lunari e talvolta anche le eclissi solari. Per ottenere questi risultati avevano dovuto trovare la soluzione di un problema che si presenta ancora oggi all'Astronomia matematica: da un certo punto di vista si tratta della difficoltà di prevedere i giorni in cui si verifica la Luna nuova, che sono determinati dal movimento della Terra in relazione al Sole (o viceversa, in prospettiva geocentrica), mentre la Luna piena è determinata dal movimento della Luna rispetto alla Terra, il che significa che si deve conoscere la combinazione dei movimenti di Sole, Luna e Terra.
Il problema della previsione dei movimenti di Sole, Luna e Terra - l'uno rispetto agli altri due - a partire dalle leggi di Newton sulla meccanica e sulla gravitazione è oggi noto con la denominazione di problema dei tre corpi e - per quanto riguarda certi importanti aspetti - è ancora irrisolto, benchè oggi si sia raggiunta un'approfondita conoscenza di alcuni dei suoi elementi specifici ed esista una certa quantità di tecniche che consentono soluzioni per approssimazione.
Il metodo babilonese era ugualmente una tecnica per approssimazione, basata sull'interpolazione fra valori calcolati e valori derivati da osservazioni sistematiche.
All'attuale stato delle nostre conoscenze, sembra che il primo tentativo di servirsi della Geometria per definire il movimento degli astri e le relazioni intercorrenti tra di loro risalga alla cultura greca del VI secolo a.C.; e sembra che i Babilonesi non si siano serviti di modelli geometrici, o - per lo meno - nessun modello geometrico che sia stato fino ad ora rinvenuto.

47. Abbiamo in realtà dei frammenti di un'antichissima Cosmologia geometrica affiorante dai pochi ritrovamenti del pensiero di Anassimandro, Filosofo greco del VI secolo a.C., ed è anche possibile che Anassimandro sia stato il primo a metter mano ad un progetto di questo tipo: sembra che si sia immaginato il cielo come una sfera completa, e non - secondo il modello ricorrente ai suoi tempi - come una ciotola rovesciata e dunque emisferico.
La sfera stava per diventare quel che sarebbe poi stata per molti secoli, cioè la figura-base della Cosmologia geometrica, pur non essendolo ancora; eppure - per svariate ragioni a noi ignote - se prestiamo fede ai frammenti che ci giungono da un'epoca tanto remota, sembra verosimile che Anassimandro abbia ipotizzato per la Terra una forma di cilindro circolare retto, con una curvatura maggiore lungo l'asse nord-sud [nota 277].

48. Le proiezioni aritmetiche dei Babilonesi e la concezione geometrica dei cieli dei Filosofi della Grecia classica contrastano in modo sorprendente con altre Cosmologie dello stesso periodo nel vicino Oriente e dell'antica Grecia, nelle quali i cieli sono abitati da dei che sovente agiscono in modo imprevedibile e capriccioso: nel corso di svariati secoli successivi all'epoca di Anassimandro, infatti, non sono pochi i Filosofi della Natura e gli Astronomi che si dedicano all'evoluzione di diverse concezioni di Cosmologia geometrica.
Platone ed Aristotele, nel IV secolo a.C., si servirono degli approfondimenti dei pensatori presocratici per sviluppare la propria concezione cosmologica: in essa troviamo le prime descrizioni veramente ampie e dettagliate di Cosmologie basate sulla Geometria sviluppata da Eudosso di Cnido e da altri Astronomi Matematici del tempo, e che esercitarono un'influenza enorme sulle concezioni cosmologiche generali; e lo specifico tipo di sicurezza sul movimento dei cieli che i modelli geometrici sembrano rivelare, unito all'antico principio della deificazione degli astri, divenne a breve termine lo strumento-base dello sviluppo dell'Astrologia.

49. I modelli geometrici astronomici si svilupparono di pari passo con le nuove acquisizioni della Geometria: si ritiene infatti che Eudosso di Cnido (vissuto nel IV secolo a.C.) sia stato uno degli allievi di Platone.
Eudosso - oltre che uno dei maggiori studiosi di Geometria - fu anche uno dei più grandi Astronomi del suo tempo: oltre ad essere la fonte principale dell'Astronomia matematica di Aristotele, fu con ogni probabilità anche - come abbiamo detto prima - un importante sostenitore del pensiero astrologico. In campo astronomico, Eudosso sviluppò un'elaborata Cosmologia basata su sfere che si muovono all'interno di sfere; in campo geometrico una teoria logicamente validissima delle grandezze corrispondenti ai nostri numeri reali: tale teoria - che ci è giunta grazie all'opera sulla Geometria di Euclide, Gli Elementi (composta intorno al 300 a.C.) - è particolarmente affine ad un sistema in uso ancora oggi, sviluppato verso la metà del XIX secolo dal matematico tedesco Richard Dedekind, come lui stesso ha dichiarato.
Sembra che Eudosso abbia ideato anche il metodo dell'esaustione per determinare le aree ed i volumi, metodo molto simile ad un'applicazione del calcolo di integrali definiti che si usa ancora oggi allo stesso scopo, per quanto non formulato in generale: con questo metodo, Eudosso scoprì un equivalente delle nostre formule per l'area del cerchio e per i volumi del cilindro circolare retto, della sfera e del cono.

50. Gli Elementi di Euclide è stato il testo principale per l'introduzione alla Geometria per oltre 2000 anni, e la Geometria in esso contenuta è stata - e continua ad essere - il modello per molte applicazioni tanto celesti quanto terrene; inoltre Gli Elementi hanno fornito il modello ad un certo tipo di certezza - dati i presupposti, gli assiomi ed i postulati iniziali - che si è spesso tentato di estendere ad altri campi, ben oltre la Geometria.
Il metodo di Euclide, oggi comunemente noto come metodo assiomatico, è stato in parte descritto da Aristotele nella sua opera sulla logica, e soprattutto nell'Analitica Posteriore; e sembra che sia stato Eudosso a dare il via all'uso esplicito e consapevole di questo metodo, il che lo ha reso uno dei fondatori della tradizione filosofica del pensare al modo di pensare e del ragionare sul modo in cui si ragiona.
La scienza della Logica deduttiva - fondata da Platone ed anche da Aristotele - si basava su importanti implicazioni estrapolate da questo metodo ad uso matematico.

51. È curioso - oltre che incentivo alla riflessione - pensare che versioni piuttosto fedeli all'originale (o quanto meno ad ampie parti di esso) di Gli Elementi di Euclide sono state usate nell'istruzione elementare per oltre 2000 anni, ma che questa consuetudine è stata gradualmente abbandonata nel corso degli ultimi due secoli.
L'accantonamento iniziò dopo la Rivoluzione Francese del 1789, motivato - a quanto pare - ed inquadrato nel generale rifiuto delle conoscenze del passato. A distanza di tempo, nel XX secolo, alcuni manuali statunitensi avevano ancora notevoli somiglianze a Gli Elementi di Euclide, malgrado le riforme imposte dal secolo precedente, ma oggi non è più così: a quanto pare, Gli Elementi di Euclide in forma fedele all'originale hanno seguito la stessa sorte dei Principia di Newton in forma parimenti fedele all'originale, cioè hanno subito il marchio di strutture del passato, antichità non più funzionali se non indirettamente, sulla base dell'importanza che hanno avuto nel pensiero successivo. Eppure non sarebbe una cattiva idea studiare la traduzione letterale dell'opera di Euclide - se non proprio quella di Newton - come parte della propria formazione scientifica, soprattutto se si intende diventare Matematici o Scienziati naturali.

52. Esistono delle versioni moderne dell'opera di Euclide da cui sono state eliminate alcune carenze di Gli Elementi: una molto importante è Grundlagen der Geometrie di David Hilbert [nota 278], che conserva inalterato lo spirito di Euclide e che ha aperto la strada ad un largo uso delle coordinate numeriche basate sulla Geometria analitica (o algebrica) associata al nome di Cartesio: da tempo non insegnamo più ai bambini delle scuole elementari a comprendere fino a che punto il loro modo di ragionare sia direttamente legato ad Euclide, ma piuttosto al loro modo di contare, e questo viene solitamente presentato nei libri con un linguaggio molto fantasioso e con disegni coloratissimi; e Stephen Leacock [nota 279] può aver colto nel segno, commentando i libri di Geometria oggi in uso nelle scuole elementari, quando dice:
Rendere interessante la cultura! Ecco cos'è! Metterla sotto forma di filastrocca, o musicarla, o farne un'opera teatrale, se necessario, allo scopo di rendere più facile l'insegnamento degli aridi argomenti della scuola elementare. [...]
Ecco, ad esempio, quel che troviamo in Euclide, scritto in modo troppo prosaico ed in caratteri piccoli: "la perpendicolare cade sulla linea bisecandola nel punto C, etc., etc., proprio come se si trattasse della cosa più insignificante del mondo: qualsiasi giornalista alle prime armi sarebbe stato capace di far meglio, per esempio in questo modo.
TERRIBILE CATASTROFE
PERPENDICOLARE CADE A PICCO SU UN DATO PUNTO
Si dice che la linea C sia stata completamente bisecata

Il Presidente della Linea ha immediatamente rilasciato la seguente dichiarazione etc. etc. etc. etc. etc. etc. etc. etc. etc. etc. etc. etc. etc. etc. etc. etc. etc. etc. etc. etc. etc. etc. etc. etc. etc. etc. etc.

La miglior traduzione in Inglese di Gli Elementi di Euclide è a firma di Thomas Heath, autore anche di un gran numero di note di approfondimento all'opera [nota 280].

53. Per applicare il metodo assiomatico come si trova nella Geometria di Euclide, si comincia da asserzioni basilari - solitamente definiti assiomi o postulati (anche se si potrebbero usare i termini ipotesi o semplicemente asserzioni, che significano praticamente la stessa cosa) - che vengono considerati veri allo scopo di fornire le basi del ragionamento (per quanto in alcune situazioni si possano rivelare falsi o non sufficientemente veri) e poi, servendosi delle regole della Logica, si deducono catene di asserzioni che collegano gli assiomi di partenza ad altre asserzioni dette teoremi, che su tali basi vengono considerati veri e dunque possono essere considerati - se così si sceglie di fare - a loro volta degli assiomi. Queste catene di asserzioni costituiscono le dimostrazioni della veridicità dei teoremi.
Talvolta, invece del termine teorema, si usa quello di proposizione, ma più frequentemente si ritiene che proposizioni siano delle asserzioni in attesa di essere dimostrate, se possibile, e non asserzioni delle quali è già stata dimostrata la veridicità.
Perciò una proposizione può rivelarsi vera, falsa, o indimostrabile, oppure - in un certo senso - tale che sia impossibile decidere se e vera o falsa, a seconda della dimostrazione, o delle controprove o del fatto che non si riesce a raggiungere alcun risultato all'interno del dato sistema assiomatico.
Dato che gli assiomi non sono dimostrati, ma vengono presi per buoni come base del metodo, il problema principale è quello di stabilire la validità di tali assiomi e dei teoremi che si dimostrano sulla base della loro applicazione: se ad esempio si intende applicare assiomi o teoremi ai movimenti degli oggetti fisici celesti o terreni, uno dei modi per decidere se siano validi o meno è quello di usarli per fare previsioni sui movimenti e sulle manifestazioni dei suddetti oggetti, e poi attendere e verificare se la previsione si rivela giusta o meno, almeno all'interno di un margine di errore considerato accettabile. Da questo punto di vista, la Geometria è una scienza empirica, forse la prima Scienza di questo genere.
Tuttavia alcuni Filosofi hanno dichiarato che gli assiomi della Geometria sono asserzioni sul modo in cui le persone - o la loro mente, o il loro cervello - sono strutturate, e specialmente sul modo in cui è strutturata la nostra capacità di pensare e di vedere il mondo: si potrebbe dunque sostenere che molti degli assiomi traggano la loro specifica veridicità soltanto da questo.

54. Da un altro punto di vista, Gli Elementi di Euclide è un trattato sui cinque solidi regolari: tetraedro, cubo, ottaedro, dodecaedro ed icosaedro; l'ultimo libro (o capitolo) tratta specificamente di questi solidi, servendosi di molto di quanto è esposto nei precedenti capitoli.
I solidi regolari sono solidi le cui facce sono figure piane congruenti con lati ed angoli uguali: le quattro facce del tetraedro, le otto facce dell'ottaedro e le venti facce dell' icosaedro sono triangoli equilateri, le sei facce del cubo sono quadrati, e le dodici facce del dodecaedro sono pentagoni regolari. Nella sua opera, Euclide spiega come costruire questi solidi, definendo mano a mano che procede una serie di teoremi applicabili a moltissime situazioni; inoltre spiega che questi cinque solidi sono gli unici solidi regolari che si possa teoricamente costruire in modo accettabile secondo i suoi assiomi ed i suoi postulati.
Tali solidi regolari erano stati scoperti prima dell'epoca di Euclide, ed anche prima di Platone, anche se Platone - nel dialogo dal titolo Timeo - se ne era servito considerandoli componenti fondamentali della sua Cosmologia.
Anche Keplero - verso la fine del XVI secolo d.C. - li utilizza come elementi fondamentali della propria concezione del sistema solare.

55. Un altro famoso Astronomo e Studioso di Geometria dell'antica Grecia fu Apollonio, che svolse la propria attività nella prima parte del III secolo a.C.
Apollonio esercitò una grande influenza sullo sviluppo dell'Astronomia grazie al suo modello matematico del sistema solare basato su movimenti eccentrici ed epiciclici: con movimento eccentrico si intende quello che avviene a velocità costante in un cerchio, ma si riferisce ad un punto interno del cerchio diverso dal centro del cerchio medesimo, mentre con movimento epiciclico si intende quello che avviene in un cerchio che ruota a velocità costante sul proprio centro, che contiene il centro di un altro cerchio a sua volta ruotante a velocità costante.
Fra le altre cose, Apollonio sembra aver dimostrato che qualsiasi movimento eccentrico si possa considerare epiciclico e viceversa.
La più importante opera matematica di Apollonio riguarda le figure geometriche note come sezioni coniche, che erano già state scoperte dai precedenti Matematici: le sezioni coniche sono la superficie di taglio di un piano che passa attraverso un cono circolare regolare; e a prescindere da alcuni casi particolari - noti come coniche degeneri - le sezioni coniche comprendono le ellissi (cerchi inclusi), le parabole e le iperboli.
Una delle canzoni di Gilbert and Sullivan parla della praticità delle sezioni coniche: Sono anche molto colto in Matematica, e comprendo le equazioni, sia quelle semplici che quelle quadratiche, so tutte le novità sul teorema binomiale ed un sacco di simpatiche caratteristiche del quadrato dell'ipotenusa, [...] posso citare in versi elegiaci tutti i crimini di Eliogabalo! Sulle coniche so riconoscere le peculiarità paraboliche! [nota 281].
Un modo semplice per generare le ellissi è puntare una torcia elettrica accesa su una superficie piatta come il piano di un tavolino, inclinandola avanti ed indietro: in questo caso il cono è la luce generata dalla torcia elettrica, ed il piano del tavolino rappresenta il piano che passa attraverso questo cono: l'alone di luce avrà dunque una forma ad ellisse (ad un buon livello di approssimazione), anche se talvolta solo il bordo dell'alone di luce prenderebbe il nome di ellisse.
Con la stessa torcia elettrica si può generare anche l'inizio di un'iperbole, allineandola quasi completamente ad un muro.

[N.d.T. - a questo punto, dalla versione in formato pdf - indicata dall'Autore come revisione della versione in formato html - mancano svariati paragrafi, la cui traduzione è stata aggiunta in Appendice II, con il titolo Note supplementari di Storia dell' Astronomia greca.]

73. Se si intende prendere in esame i cambiamenti apportati da Copernico (vissuto tra il 1473 ed il 1543) alle concezioni astronomiche del suo tempo, è opportuno non trascurare la valorizzazione del suo pensiero operata da N. M. Smerdlow ed Otto Neugebauer nel loro dettagliato studio sulla più importante opera di Copernico - De revolutionibus orbium coelestium - composta nel 1543.
Smerdlow e Neugebauer scrivono:
Copernico ha apportato un'innovazione fondamentale nell'Astronomia teorica (ponendo il Sole come centro delle coordinate) le conseguenze della quale si riveleranno in modo evidente solo nell'opera di Keplero e di Newton.
Per quanto riguarda il resto delle sue concezioni astronomiche, Copernico è stato uno degli ultimi rappresentanti di una tradizione che si estende da Ipparco - o meglio, da Tolomeo - al suo più diretto predecessore, Regiomontano [vissuto tra il 1436 ed il 1476] che con la sua Epitome all'Almagesto ha rappresentato la sua guida all'Astronomia di Tolomeo, e può avergli offerto anche il suggerimento cruciale per l'elaborazione della teoria eliocentrica.

74. Smerdlow e Neugebauer continuano:
La tradizione dell'Astronomia tolemaica aveva subito - nel corso di quasi quattordici secoli - molte aggiunte e rimaneggiamenti di origine greca non-tolemaica, indiana, araba ed infine anche europea: Copernico era l'erede di alcune parti di questa miscellanea, ma sostanzialmente la sua Astronomia si basava sulle concezioni tolemaiche - caratteristica che la accomunava alla più sofisticata Astronomia del periodo intermedio; ed anche le parti in cui differiva radicalmente da essa - eccezion fatta per la teoria eliocentrica - e che si ispiravano alle concezioni astronomiche arabe, avevano a che fare con problemi che già si trovavano nell'opera di Tolomeo molto più che con i nuovi modi di intendere i movimenti planetari, una caratteristica che non si riscontra fino alle innovazioni teoriche di Tycho e di Keplero.
Il terreno su cui si sviluppa l'Astronomia copernicana è ovviamente costituito dall'insieme delle osservazioni, delle procedure, dei modelli e dei parametri raccolti fin dall'epoca di Tolomeo, nelle forme e nelle modalità in cui erano giunte alla fine del Quattrocento; ma - oltre a questo ampio e caotico corpus di provenienze diverse - quel che qui è più importante da menzionare è la raccolta di principi generali dell'Astronomia matematica e fisica tolemaica, ai quali erano state apportate importanti modifiche dagli Astronomi di Maragha nel XIII e XIV secolo, a cui si aggiungeva una migliore comprensione dell'Astronomia tolemaica che si verificava in Europa per effetto dell'opera di Regiomontano. [nota 282].

75. Keplero scrisse di Copernico:
Copernico, ignorando la propria ricchezza, si impegnò soprattutto nell'interpretazione di Tolomeo, non della Natura, alla quale tuttavia si è avvicinato più di chiunque altro.
Questa frase è citata da Smerdlow e Neugebauer, che la considerano la più famosa ed azzeccata descrizione di Copernico [nota 283].

76. Si è spesso detto che la teoria eliocentrica copernicana era superiore alla teoria tolemaica in quanto era più semplice; tuttavia, Smerdlow e Neugebauer commentano:
Chiunque pensi che la teoria copernicana è più semplice di quella tolemaica non ha mai prestato attenzione al III libro del De revolutionibus.
Nel sistema geocentrico, la Terra ferma - e difatti sembra essere così - mentre alcuni dei movimenti apparenti del cielo (che in realtà, come oggi sappiamo,risultano dal movimento della Terra) sono distribuiti fra un certo numero di astri, cioè il Sole, i singoli pianeti e la sfera delle stelle fisse, ognuno nello specifico luogo in cui di fatto si vede.
Ma quando Copernico si concentrò sulle conseguenze della propria teoria, si trovò a dover attribuire alla Terra non meno di tre fondamentali movimenti, oltre ad una certa quantità di movimenti secondari: e non deve suscitare meraviglia che l'attribuzione di tutti questi movimenti non coordinati ad un unico - ed in apparenza quiescente - corpo non sembrasse affatto plausibile si suoi contemporanei, specialmente perché il risultato finale non era altro che la riproduzione degli stessi movimenti apparenti dei cielo ai quali era già stata data esauriente spiegazione dalla concezione geocentrica (che oltre tutto non necessitava di asserzioni contrarie alla Filosofia della Natura dell'epoca, al senso comune ed alle osservazioni allora possibili - dalle più casuali alle più meticolose - del comportamento della Terra e degli altri oggetti sulla sua superficie o vicini ad essa. [nota 284]

77. La fiducia che Copernico nutriva sulla superiorità della sua teoria si basava su fatti del tipo: nel suo sistema, l'ordine e le distanze dei pianeti si potrebbero determinare inequivocabilmente, rivelando che tutto si compone in un insieme armonioso, mentre nella teoria geocentrica si conoscono solo i relativi raggi di eccentricità e gli epicicli, e di un solo pianeta alla volta, in quanto non c'è alcun rapporto tra i raggi dei diversi pianeti. Con la teoria eliocentrica è possibile spiegare un gran numero di altri fattori che nelle concezioni tolemaiche rimangono incomprensibili, per esempio la ragione per cui gli epicicli dei pianeti inferiori (Mercurio e Venere) seguono la direzione del Sole, oppure come mai i raggi degli epicicli dei pianeti superiori (quelli di tutti gli altri pianeti noti in quell'epoca) sono paralleli alla direzione dalla Terra al Sole, e così via.

78. In relazione ai motivi che portarono Copernico all'adozione del sistema eliocentrico, Smerdlow e Neugebauer sottolineano che sono state date molte risposte - ed alcune sono vere e proprie forzature - con grande uso di accenni al Neoplatonismo, ad Ermete Trismegisto e perfino [...] al culto del Sole.
Anche se si potrebbe forse dire che chiunque che nel 1510 avesse creduto che la Terra si muoveva avrebbe potuto parimenti credere a qualsiasi altra cosa - e non bastano le parole per elencare tutte le stranezze a cui Copernico credeva - a noi sembra che in un tale elenco di presunti ispiratori non vi sia alcun fondamento, se non altro perché ciascuno di loro si basava su concezioni estremamente anacronistiche, perché la teoria eliocentrica e quella del movimento della Terra erano estremamente credibili e perché per accettarle era sufficiente avere uno spiccato e specifico modo di vedere metafisico o una gran fede mistica.
Ma tutto ciò è semplicemente falso: Copernico giunse alla formulazione della teoria eliocentrica da un'attenta analisi dei modelli planetari - un'analisi tanto approfondita da renderlo l'unico della sua epoca a conoscerli tanto bene - e quel che lo spinse a servirsene fu un'analisi altrettanto accurata. [nota 285]

79. A proposito del motivo per il quale Copernico era tanto riluttante a pubblicare i risultati delle proprie riflessioni, Smerdlow e Neugebauer sostengono che indubbiamente Copernico aveva compreso di non essere riuscito a dare valide dimostrazioni del fatto che la Terra si muove, ma di aver solamente fatto proposte più o meno convincenti della plausibilità di questa idea, una differenza essenziale per comprendere le sue difficoltà.
Copernico non era pazzo: sapeva benissimo quel che era o non era in grado di fare, e la diffusa tradizione biografica (che vuole che lui ritenesse di aver dato sufficienti dimostrazioni alle sue ipotesi e nutrisse solamente timori sul livello di qualità del contesto verbale in cui erano inserite) non gli rende affatto giustizia.
Copernico si trovava nella condizione - tutt'altro che infrequente nelle Scienze, nella Cultura in generale o di fronte alla Legge - di essere certo di aver ragione, ma di non sapere come fare a dimostrarlo a causa dell'incapacità di presentare una prova definitiva; oppure - per vedere le cose dal punto di vista peggiore - credeva di aver ragione su qualcosa di estremamente inconsueto per l'opinione altrui, qualcosa che non era semplicemente incerto o poco approfondito, ma piuttosto inconcepibile e del tutto assurdo.
Questa era la causa della sua difficoltà a farsi avanti e della sua riluttanza alla pubblicazione, oltre ad essere la causa della soluzione controversa che accompagnò la pubblicazione del libro. [nota 286]

80. L'accenno alla soluzione controversa di cui sopra si riferisce alla prefazione alla prima edizione del De Revolutionibus, firmata da un religioso luterano, Andreas Osiander (vissuto tra il 1498 ed il 1552), nella quale Osiander si dilungava doviziosamente sul fatto che l'Astronomia si nutre di sciocchezze, che le ipotesi astronomiche non potranno mai giungere alle vere cause - a meno che non giungano per rivelazione divina - e che chiunque avesse preso per vero quel che l'Astronomia sosteneva se ne sarebbe uscito molto più matto di quando aveva iniziato ad addentrarvisi. (ibid., p. 29.)
Risulta particolarmente interessante sottolineare che Georg Rheticus - probabilmente l'unico allievo di Copernico, vissuto tra il 1514 ed il 1574, oltre che colui che riuscì finalmente a convincere il suo Maestro a pubblicare la parte principale della propria opera - era un appassionato Astrologo [nota 287].

81. Sulla portata e sugli effetti della teoria eliocentrica copernicana si fece un gran parlare da parte di persone discretamente ignoranti in materia, ed all'oscuro dell'enorme mole di conoscenze matematiche e di osservazioni pratiche che tale concezione implicava, così come si discusse molto sulla sua stretta correlazione - almeno nei limiti entro i quali gli Astronomi la conoscevano - con le teorie geocentriche proposte da Tolomeo e da altri Astronomi.
Si è anche obiettato che non è affatto necessario approfondire o anche solamente avere un'infarinatura della difficoltà di questi problemi per farsi un'idea dell'effetto che la teoria copernicana ha provocato nei non-Astronomi del suo tempo, che a loro volta non avevano alcuna conoscenza in materia; ed inoltre è facile sottovalutare l'importanza di una teoria quando di questa teoria non si capisca quasi nulla.

82. Per esempio, si è spesso detto che uno degli effetti della collocazione del Sole al centro del sistema solare - così come la aveva concepita Copernico bel XVI secolo - è stato quello di porre fine alla tendenza tipica della specie umana di pensare a se stessa come alla più importante del Creato, dal momento che non poteva più pensarsi al centro dell'universo: tuttavia, anche se Tolomeo metteva la Terra al centro dell'universo, ne aveva fatto nulla più di un semplice punto centrale, cioè un granello di sabbia nell'immensità, ed anche questa asserzione - insieme alla convinzione universalmente diffusa della corruttibilità della Terra rispetto all'incorruttibilità dei cieli - scaraventò il nostro pianeta in una posizione molto poco invidiabile, in confronto alla posizione che occupava nell'Antichità.

83. Un esempio del modo in cui nell'Inghilterra tardorinascimentale si concepisse la localizzazione della Terra nel sistema solare prima della diffusione della teoria eliocentrica si trova nelle parole di Francis Johnson:
Il trattato dal titolo Zodiacus vitae - scritto da Marcellus Palingenius Stellatus [poeta italiano il cui vero nome era probabilmente Pier Angelo Manzelli di Stellato] - giocò un ruolo veramente significativo nel preparare la mente degli Scienziati inglesi al rifiuto delle teorie scientifiche aristoteliche. [...]
Lo Zodiacus vitae era un volumetto di non molte pagine, pubblicato per la prima volta a Venezia nel 1531 e subito diffusissimo: nessun altro poema in rinascimentale in Latino - ad eccezione forse delle Egloghe di Reginaldo Mantuano - era tanto diffuso e tanto apprezzato in Inghilterra. [...]
Una prima traduzione in Inglese dei primi tre libri - a firma di Barnaby Googe - venne pubblicata intorno al 1560 [...] e nel1565 fu disponibile l'a traduzione dell'intera opera, a firma dello stesso Googe [...] con il titolo The Zodiake of life. [...]
Nella letteratura elisabettiana si trovano innumerevoli riferimenti a Palingenius, e a ciò si aggiunge il fatto che alla maggior parte degli adolescenti alle prese con il Latino veniva imposto il suo studio a scuola mentre la maggior parte degli illetterati lo leggevano nella popolarissima traduzione del Googe: tutto ci dimostra quanto estesa debba essere stata la sua influenza sul pensiero contemporaneo. Come la maggior parte dei poemi rinascimentali, lo Zodiacus vitae era considerato dal suo Autore una specie di repertorio di ogni sorta di conoscenze, perciò delineava e spiegava sommariamente molte delle concezioni filosofiche e scientifiche del passato. [...]
Palingenius, parlando delle stelle che fanno parte dell'ottava sfera, sostiene che sono innumerevoli, che non hanno tutte la stessa dimensione (in quanto alcune sono troppo piccole per essere viste) e che molte hanno le stesse dimensioni della Terra. Inoltre - a titolo di accenno - viene riportato anche che alcuni Filosofi greci (e soprattutto Anassagora, Democrito e Leucippo) ritenevano che ogni stella fosse un mondo a sé, e che la nostra Terra non fosse altro che una stella fra le tante.
Inoltre si legge che alcuni hanno pensato che ogni stella sia un mondo, se così possiamo chiamarlo, e che la Terra sia una stella oscurata, proprio la più piccola di tutte. [nota 288]
Commentando questi versi, S.K. Heninger Jr. sottolinea che, nel Somnium Scipionis, Cicerone (vissuto tra il 105 ed il 43 a.C.) racconta che Scipione, volgendo lo sguardo dai cieli verso la Terra, è colpito dalla piccolezza del nostro pianeta in confronto all'ampiezza del panorama che si estende davanti ai suoi occhi; e quando - nel suo commento al Sominium Scipionis - Macrobio (vissuto intorno al 400 d.C.) giunse a questo punto, confermò il suo sentimento di disprezzo nei confronti dell'umanità e del luogo da essa abitato.
Questa è la stessa asserzione presentata da Tolomeo in un contesto più scientifico: J.D. North cita i passi di Cicerone e di Macrobio come possibile fonte di un commento di Severino Boezio (vissuto tra il 475 ed il 524 circa) nel suo De consolatione philosophiae, che a sua volta sembra risuonare in un brano di The Parliament of Fowls di Geoffrey Chaucer (vissuto tra il 1345 ed il 1400 circa): vide questa Terra minuscola, in confronto all'ampiezza dei cieli [...] che a sua volta si affianca ad un altro passo di Chaucers, dal Troilus and Criseyde: e dall'alto di quell'ampiezza egli si accorse di quanto fosse piccola la Terra, che insieme al mare ci ospita, e provò disprezzo per questo piccolo mondo, e si accorse della vanità umana in confronto alla immensa felicità che si trova al di sopra, nei cieli. [nota 289]

85. Il modo di vedere la Terra come un luogo spregevole dalle dimensioni infinitesimali (tanto diverso dalle immagini che ce ne hanno date gli Astronauti dalla Luna) divenne ben presto un luogo comune del pensiero rinascimentale, e come tale viene solennemente citato dall'educatore inglese Robert Recorde, in un discorso tenuto agli studenti per incoraggiarli alla buona volontà, nel 1556.
Per Robert Recorde - come dice Henninger - lo studio della Cosmografia (che Recorde intendeva comprensivo di Astronomia, Astrologia e Geografia) è una specie di dovere morale: noi possiamo strisciare al suolo come lombrichi in mezzo alle bestie, o possiamo elevare la nostra attenzione ai più alti gradini della scala delle creature fino ad un livello superiore a quello degli angeli, aspirando all'Empireo. [nota 290]

86. Montaigne (vissuto tra il 1533 ed il 1592) scrisse i suoi saggi (pubblicati tra il 1580 ed il1595) negli anni in cui si cominciava ad avvertire l'impatto delle teorie copernicane sulla cultura europea; ma sembra che il Filosofo francese abbia nutrito poco interesse per questa concezione, se si esclude un'implicita resistenza alle sue implicazioni.
Nella sua opera dal titolo Apologia per Raimond Sebond, Montaigne cita Manilio:
Inoltre, cosa ancor più importante, Dio stesso non ha assegnato al mondo la forma dei cieli; mostra il suo volto ed il suo corpo in movimento continuamente ruotante; ed agisce e si presenta in questo modo per essere meglio conosciuto ed insegnarci a vedere com'è e ad obbedire alle sue leggi." [nota 291].

87. Montaigne continua:
Ora, i nostri ragionamenti e le nostre concezioni umane sono materia prolissa e sterile; quel che li foggia è la grazia di Dio; ed è solo la Grazia di Dio che conferisce loro consistenza e valore. [...]
E allora consideriamo quanto valga l'uomo di per sé, senza aiuto esterno, armato solo delle proprie armi e privo del divino favore e della divina ispirazione. [...] Consideriamo quanto supporto abbia in quella bella attrezzatura. [..]
Cosa mai lo ha portato a credere che i meravigliosi movimenti della volta celeste, la luce eterna di quei Luminari che si muovono circolarmente in modo tanto mirabile sulla sua testa e gli spaventosi movimenti del mare infinito siano stati stabiliti e prolungati per tante ere per il suo piacere ed a suo servizio? È mai possibile immaginare una cosa tanto ridicola quanto una disgraziata creatura di fango impastato che - pur non riuscendo ad essere neppure padrone di se stesso, pur essendo esposto alle offese di tutte le cose - dichiari di essere padrone e governatore dell'universo pur non riuscendo a capirne o a controllarne - e figuriamoci poi a governarne - neanche un frammento? E quanto alla prerogativa che si attribuisce - pensando di essere, in questa immensa struttura, di cui pure è capace di riconoscere la bellezza e la perfezione, l'unica creatura in grado di rendere grazie al suo Architetto e di tenere il conto di quel che è vantaggioso e di quel che non lo è nel mondo - chi mai gli ha concesso il sigillo di questa prerogativa? [nota 292].

88. Montaigne continua:
Ma - povero disgraziato - cosa l'avrebbe reso degno di questo privilegio? Quando consideriamo la vita incorruttibile dei corpi celesti, la loro bellezza, la loro immensità, il loro movimento impresso da un principio tanto esatto; quando alziamo gli occhi all'altezza celestiale del grande firmamento, all'etere che sopra di noi scintilla di stelle, e quando ricordiamo il percorso del Sole e della Luna [nota 293], quando consideriamo l'autorità ed il potere dei quali questi corpi sono dotati, non soltanto al di sopra delle nostre vite e dei mutamento della sorte - dato che le azioni e la vita degli uomini dipendono dalle stelle - [nota 294] ma anche sulle nostre capacità di giudizio, sulla nostra volontà che da loro è governata, ispirata e gestita, completamente com'è in balia del loro influsso, come la nostra ragione ci insegna e ci dimostra - e percepisce che le stelle, dalle lontananze in cui le vediamo, ci governano con le loro immutevoli leggi silenziose, e che l'intero universo è mosso da relazioni mutevoli, e che quel che ci è destinato corre attraverso i loro segni - [nota 295] quando vediamo che non soltanto un uomo, sia pur re, ma intere monarchie, imperi e tutto questo mondo inferiore si muovono al più piccolo mutar del movimento celeste; e che grandi movimenti quaggiù corrispondano a movimenti tanto piccoli lassù [...] - tanto grande è questo potere che governa perfino i re - [nota 29] [...] se partiamo dalla disposizione del cielo, tanto ispirata dalla ragione quanto la vediamo, come può la ragione farci credere uguali a tanto? [...]
La nostra naturale malattia originale non è altro che presunzione. L'uomo è la più fragile e la più sventurata di tutte le creature, ma allo stesso tempo è anche la più vanagloriosa, perché pur vedendo e sentendo di essere alloggiato qui tra la melma e la miseria del mondo, pronto a cadere sempre più in basso, la parte più miserabile e priva di vita dell'universo, nell'alloggio più basso ed insignificante, il più lontano dalla volta celeste, insieme a tutte le altre specie viventi che strisciano, che nuotano e che volano ma nella peggiore condizione fra le tre; se però si attribuisce una collocazione nella propria mente, va al di sopra del cerchio della Luna e pone i cieli sotto i suoi piedi. [nota 297]

89. Così vediamo il post-copernicano Montaigne saldamente insediato in un universo precopernicano, a lagnarsi dell'orgoglio vanaglorioso di uomini che presumono di aver capito come sotto fatti i cieli.
Quanto limitate sono le nostre menti! - sostiene Montaigne - Come non accorgersi che fare della Luna una specie di Terra celeste, sognare come faceva Anassagora i monti e le valli in essa contenute allo scopo - come fanno Platone e Plutarco - di impiantarvi colonie, non sono altro che vanagloriose fantasie della mente umana? [nota 298]
Ma oltre a questo - ed è veramente degno di nota - Montaigne invita gli uomini a moderare il loro orgoglio basandosi su una rigorosa interpretazione astrologica degli influssi dei cieli: siamo tutto alla mercé dei movimenti delle stelle, e questo dovrebbe a suo avviso farci riflettere, perché evidentemente gli uomini non peccano di eccessivo orgoglio nell'attribuire poteri del genere agli astri, ma piuttosto compiono un atto di pia acquiescenza.
Degli astri dice anche:
perché li consideriamo privi di anima, di vita e di ragione? Abbiamo forse percepito in loro una totale stupidità insensata? Quale tipo di rapporto abbiamo mai con loro, ad eccezione del fatto che dobbiamo obbedire al loro volere? [nota 299]

90. Di fronte a concezioni come quelle riflesse dagli scritti di Palingenius e di Montaigne, sembra che l'effetto più evidente del Copernicanismo non sia affatto stato quello di spingere gli Studiosi alla consapevolezza di non essere più al centro dell'universo, ma quello di renderli orgogliosi del fatto che Copernico e coloro che la pensavano come lui - Keplero, Galileo e gli altri - avevano rivelato la verità su una parte delle opere di Dio, ed orgogliosi anche della perfezione di queste opere: troppo orgogliosi, commenta Montaigne.
Parlando del suo sistema, Copernico stesso dice:
Dunque noi troviamo in quest'ammirevole disposizione l'armonia dell'Universo, come pure un certo rapporto tra il movimento e la dimensione delle sfere, e lo vediamo in modo tale da non poter essere visto in alcun altro modo. [...]
Quanta perfezione nell'opera del Grande e Supremo Architetto! [nota 300].

91. Koyré commenta che - dal punto di vista di Cartesio - il maggior vantaggio offerto dalla sua concezione consiste nella rivelazione dell'esistenza di una struttura sistematica dell'Universo, e non quello di aver fornito l'interpretazione migliore ai dati scaturiti dalle osservazioni pratiche né una struttura facile da essere riportata in cifre. La Storia avrebbe dimostrato che aveva ragione, commenta Koyré [nota 301]

92. Qualunque sia stato il suo effetto sull'umano orgoglio, l'opera di Copernico inaugurò una nuova era nell'Astronomia, gettando le basi sulle quali Keplero e Newton avrebbero poggiato le loro concezioni e ponendo fine alla supremazia fino ad allora esercitata dal pensiero tolemaico.
Secondo alcuni, il sistema copernicano è una vera e propria rivoluzione. Il poeta Rainer Maria Rilke descrive benissimo uno di coloro che la pensavano in questo modo:
Nikolai Kuzmitch dette sempre la sua parola d'onore che, per quanto quella domenica sera si sentisse veramente depresso, non aveva bevuto neanche un goccio, perciò era completamente sobrio quando accadde l'incidente che sto per raccontare, ammesso che si possa raccontare quel che realmente accadde. [...]
Avevo a che fare con dei numeri - racconta - e dissi a me stesso: bene, non capisco la prima cosa dei numeri. Ma è evidente che non si dovrebbe dar loro troppa importanza; in fin dei conti non sono altro che una convenzione ideata dal Governo per la salvaguardia dell'ordine pubblico. Nessuno li ha mai visto da una qualsiasi altra parte che non sia un foglio di carta, e sarebbe impossibile - ad esempio - incontrare per strada un Sette, o incontrare un Venticinque ad una festa. Semplicemente, non sono da nessuna parte [...]

93. Stava pensando proprio a queste cose quando accadde qualcosa di bizzarro. Improvvisamente sentì una specie di respiro vicino al volto; poi lo sentì avvicinarsi alle orecchie, ed infine alle mani. E mentre tratteneva il respiro nell'oscurità, con gli occhi spalancati, cominciò a rendersi conto che quel che aveva sentito prima lo stava sentendo di nuovo, e poi lo sentì scorrere via. Poi si rese conto, con assoluta chiarezza, che ce n'erano altri, e questa volta per pochi secondi, tutti ugualmente rapidi, ciascuno esattamente come gli altri, ma veloci, veloci..
Balzò in piedi, ma le sorprese non erano ancora finite, perché proprio davanti ai suoi piedi c'era on terra qualcosa che si muoveva; e non una sola cosa, ma molte, che stranamente cozzavano l'una contro l'altra.
S'irrigidì dal terrore: non era mica la terra?
Era proprio la terra. Dopo tutto, la Terra si muoveva. Ne aveva sentito parlare a scuola, ma gli era passato sopra velocemente, ed in seguito non se ne era più curato; non gli sembrava un argomento abbastanza interessante da farne oggetto di discussione. Ma ora che era diventato molto più sensibile, era in grado di sentire anche questo [...]

94. Purtroppo gli tornò a mente qualcos'altro sulla posizione obliqua dell'asse della Terra. No, non poteva sopportare tutti questi movimenti. Si sarebbe ammalato. Star fermo e cercare di tranquillizzarsi era il miglior rimedio, lo aveva letto da qualche parte.
Perciò quel giorno Nikolai Kuzmitsch se ne rimase a letto. Giacque a letto con gli occhi chiusi, anche se c'erano momenti, nei giorni meno movimentati - per così dire - in cui la situazione era più sopportabile; [...] così decise di mantenere questa abitudine con le sue poesie. Era incredibile fino a che punto questo lo aiutasse. Quando si recita lentamente una poesia, con un tono di voce sommesso e le parole in rima, allora si manifesta qualcosa di più o meno stabile, sul quale poter fissare l'attenzione, ovviamente all'interno di sé.
Era una fortuna che conoscesse a memoria tutte quelle poesie [...]
Tuttavia non si lagnava mai della sua situazione [...] ma nel corso del tempo si sviluppò in lui una sconfinata ammirazione nei confronti di coloro che, come lo studente, riuscivano ad andare tranquillamente in giro sopportando i movimenti della Terra. [nota 302]

95. Nel suo romanzo dal titolo Ratner's Star, pubblicato nel 1976, Don DeLillo racconta la storia di un Astronomo di nome Endor, esasperato perché la Scienza ci impone di negare l'evidenza dei sensi: vediamo il Sole muoversi da una parte all'altra del cielo, e dobbiamo dirci no, no, no, non è il Sole che si muove ma siamo noi che ci muoviamo, noi, proprio noi!. Ed è la Scienza che ci insegna cose del genere. La Terra si muove intorno al Sole, diciamo, e non ci curiamo affatto che ogni mattina quando ci svegliamo vediamo che è il Sole a muoversi nel cielo, da oriente ad occidente, ogni giorno che Dio mette in terra. Si muove il Sole, lo vediamo bene, e sono stufo di negare questa evidenza. La Terra non si muove un accidente; è il Sole che si muove intorno alla Terra [...] ed è il vento che causa le maree. Se la Terra si muovesse, ci verrebbe il mal di mare e verremmo sbalzati fuori. Se fossero il Sole o la Luna a causare le maree nell'oceano, perché non potrebbero causarle anche nelle piscine e nei bicchieri pieni d'acqua? Non c'è alcuna differenza tra onde e microonde, e perché le cose stanno in questo modo? Perché siamo al centro dell'universo, ecco perché! [nota 303]

96. I personaggi creati da Rilke e da DeLillo illustrano in modo umoristico la riluttanza della gente comune ad abbandonare la propria vecchia concezione, che si basava inequivocabilmente sull'esperienza dei propri sensi, secondo i quali la Terra è ferma.
Ma l'argomento non stimolò affatto l'umorismo di alcuni dei Filosofi della Natura degli inizi del XVII secolo, che si impegnarono molto affinché il sistema copernicano venisse accettato.
La più famosa fra le condanne ecclesiastiche ad uno dei sostenitori della teoria copernicana fu quella scagliata contro Galileo, nel 1633, quando lo Scienziato aveva 70 anni e godeva della fama di essere uno dei migliori scienziati del mondo. La sentenza di condanna fece seguito alla pubblicazione - nel 1632 - del dialogo galileiano Sui Massimi Sistemi, cioè sul confronto tra il sistema tolemaico e quello copernicano.

97. Da allora la vicenda in questione è stata esaminata sotto ogni punto di vista, ma l'essenziale rimane sempre lo stesso: Galileo fu costretto dall'Inquisizione a pronunciare pubblicamente una ritrattazione delle proprie convinzioni sulla validità e sulla superiorità della teoria copernicana.
Sulla sentenza ufficiale si legge:
Diciamo, pronuntiamo, sententiamo e dichiariamo che tu, Galileo sudetto, per le cose dedotte in processo e da te confessate come sopra, ti sei reso a questo S. Off.o vehementemente sospetto d'heresia, cioè d'haver tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alle Sacre e divine Scritture, ch'il sole sia centro della terra e che non si muova da oriente ad occidente, e che la terra si muova e non sia centro del mondo, e che si possa tener e difendere per probabile un'opinione dopo esser stata dichiarata e diffinita per contraria alla Sacra Scrittura; e conseguentemente sei incorso in tutte le censure e pene dai sacri canoni et altre constitutioni generali e particolari contro simili delinquenti imposte e promulgate. Dalle quali siamo contenti sii assoluto, pur che prima, con cuor sincero e fede non finta, avanti di noi abiuri, maledichi e detesti li sudetti errori et heresie et qualunque altro errore et heresia contraria alla Cattolica ed Apostolica Chiesa, nel modo e forma che da noi ti sarà data.
Et acciocché questo tuo grave e pernicioso errore e transgressione non resti del tutto impunito, et sii più cauto nell'avvenire et essempio all'altri che si astenghino da simili delitti, ordiniamo che per pubblico editto sia prohibito il libro de' Dialoghi di Galileo Galilei. Ti condaniamo al carcere formale in questo Sant'Uffizio ad arbitrio nostro; e per penitenze salutari t'imponiamo che per tre anni a venire dichi una volta la settimana li sette Salmi penitentiali: riservando a noi facoltà di moderare, mutare, o levar in tutto o parte le sodette pene e penitenze.
Et così diciamo, pronuntiamo, sententiamo, dichiariamo, ordiniamo e reservamo in questo et in ogni altro meglior modo e forma che di ragione potevo e dovemo. Ita pronun.mus nos Cardinales infrascripti:
F. Cardinalis de Asculo
B. Cardinalis Gipsius
G. Cardinalis Bentivolus
F. Cardinalis Verospius
Fr. D. Cardinalis de Cremona
F. M. Cardinalis Ginettus
Fr. Ant.s Cardinalis S. Honuphrii.
[nota 304]
Galileo ritrattò debitamente, e fu messo ad una specie di arresti domiciliari per il resto della propria vita. In seguito la Chiesa creò l'istituzione dell'Indice per proibire la diffusione di tutti gli scritti in cui si sosteneva che fosse la Terra a muoversi [nota 305].

98. White scrive:
Senza dubbio ci sarebbe molto da dire contro la Chiesa Cattolica di Roma per questa sentenza: ma la verità è semplicemente che il Protentantesimo non si scagliò con meno veemenza contro il sistema eliocentrico: tutte le correnti della Chiesa Protestante - Literani, Calvinisti, Anglicani - si impegnarono a fondo, quasi in una gara l'una con l'altra, nell'esecrazione della dottrina copernicana, dichiarata universalmente contraria alle Scritture; e in un periodo successivo i Puritani mostrarono la stessa inclinazione.
Per esempio, Martin Lutero disse:
La gente presta ascolto ad un Astrologo ciarlatano che si impegna a dimostrare che la Terra si muove, mentre i cieli ed il firmamento, il Sole e la Luna rimangono fermi, sostenendo che chiunque desideri sembrare intelligente deve accettare questo nuovo sistema, che è ovviamente il migliore di tutti.
Questo folle intende capovolgere l'intera Astronomia; ma le Sacre Scritture ci dicono che Gesù ordinò al Sole - e non alla Terra - di fermarsi.
White conclude che tali conseguenze erano inevitabili, dal momento che solamente la Chiesa aveva l'autorità di decidere se le scoperte scientifiche o gli insegnamenti accademici erano veri o falsi. [nota 306]

99. Andrew White collaborò con Ezra Cornell quando si accinse a fondare la Cornell University, e così ne parla:
Avevano definito, in particolare, che quell'istituzione non avrebbe dovuto sottostare al controllo di alcun partito politico e di alcuna specifica setta religiosa, perciò, con l'approvazione del signor Cornell, io misi nel regolamento dei severi provvedimenti in tal senso. [nota 307]
Abituati come siamo a Licei e ad Università decisamente non settari ed anzi sedi di una cultura di ampie vedute, ci siamo dimenticati come e fino a che punto molte delle nostre più alte istituzioni in campo culturale erano un tempo settarie e rigorosamente soggette ad apposite legislazioni orientative dal punto di vista culturale. Il progetto di Cornell e di White sfociò in un duro scontro con numerose autorità ecclesiastiche e con non pochi membri della Legislatura dello stato di New York, alcuni dei quali accusarono White e Cornell di ateismo, di mancanza di fedeltà allo stato e poi (coniando un neologismo) di indifferentismo; e fu proprio questo scontro che portò White alla stesura di una storia dello scontro fra la Scienza e la Teologia.
White era cristiano, ed attribuiva il conflitto tra Scienza e Teologia all'ignoranza dei Teologi in materia scientifica, più che a qualche carenza della religione cristiana. Noi abbiamo assistito - ed assistiamo ancora oggi, ai nostri giorni, in alcune zone degli Stati Uniti - a simili conflitti tra gli insegnanti della teoria dell'evoluzionismo darwiniano nelle scuole pubbliche e nelle università più settarie ed alcuni membri del Clero.

100. Tolomeo - che per motivi tutt'altro che teologici credeva che la Terra stesse ferma al centro dell'Universo - scrisse sia tanto di Geografia quanto di Astronomia: i suoi scritto di Geografia godevano di grande considerazione nell'Antichità.
Inoltre Tolomeo scrisse anche di Astrologia; nell'Europa medievale era forse più diffusamente conosciuto per la sua opera di Astrologia - dal titolo Mathematikes tetrabiblou syntaxeos, o semplicemente Tetrabiblos, o ancora Quadripartitum, il che significa Quarto volume della trattazione matematica o I quattro libri.
Nel Libro II, Tolomeo sostiene che la predizione astronomica (alludendo in realtà a quel che noi chiamiamo previsione astrologica) si divide in due grandi parti, e poichè la prima - la più generale - è quella che si riferisce ad intere popolazioni, nazioni e città, che viene definita generale, e la seconda è quella che si riferisce ai singoli individui, che viene chiamata genetlialogica, noi crediamo che sia meglio, come prima cosa, approfondire questa suddivisione, poichè le questioni trattate nella prima vengono per loro natura innescate da cause molto più importanti e potenti di quelle che danno origine agli eventi particolari.
E poichè le nature più deboli sono sempre sottoposte alle più forti ed il particolare ricade sempre sotto il generale, sarebbe in ogni caso necessario che tutti coloro che intendono indagare su un singolo individuo avessero già compreso tutte le implicazioni di carattere più generale. [nota 308]
Dunque Tolomeo intende distinguere tra Astrologia personale e quella che chiama Astrologia generale, considerata più importante e che - già al suo tempo - aveva una tradizione più antica. D'altro canto, si può ben pensare che Tolomeo sia stato il primo a dare un assetto sistematico all'Astrologia personale o individuale: è stato - se così vogliamo dire - il Newton dell'Astrologia oroscopica.

101. Molti Astronomi contemporanei trovano difficile comprendere come Tolomeo sia riuscito a scrivere un testo di Astronomia secondo uno standard decisamente scientifico anche secondo le nostre attuali concezioni, e successivamente un manuale di Astrologia personale che spiega gli influssi delle posizioni planetarie, del Sole e della Luna alla nascita del soggetto, del suo carattere e della sua sorte, come pure il testo su base astrologica dal titolo Harmonica, che esercitò un ruolo molto importante sugli sviluppi del pensiero kepleriano.
A seguire - basandomi su una scelta non del tutto casuale (in quanto si tratta di indicazioni relative al mio tema natale) - riporto un esempio dal Tetrabiblos di Tolomeo:
Giove alleato a Mercurio in posizione notevole rende questi soggetti molto colti, abili nella discussione, cultori della Geometria e della Matematica, poeti, oratori, dotati di ingegno, sobri, di buon intelletto, abili nell'offrire consigli, statisti, benefattori, dirigenti, di buon carattere, generosi, appassionati al lavoro, accorti, di successo, capi, rispettosi, religiosi, dotati di fiuto negli affari, affettuosi, capaci di autostima, consapevoli del proprio valore, versati in Filosofia, pieni di senso della dignità.
Nelle posizioni opposte l'astro li rende sciocchi, garruli, soggetti a cadere in errore, distratti, fanatici, eccessivi in materia religiosa, parlatori a vanvera, inclini all'amarezza, ambiziosi di saggezza, folli, millantatori, dilettanti, maghi, abbastanza disordinati, ma ben informati, di buona memoria, insegnanti e puri nei loro desideri. [nota 309]

102. Sul libero arbitrio, Tolomeo scrive:
Non dovremmo credere che dei singoli eventi che accadono all'Umanità siano il risultato di una causa celeste come se fossero stati originati dal cielo specificamente per le singole persone a cui è necessariamente destinato che accadano senza alcuna possibilità che vi sia una qualche altra causa che interferisce in qualche altro modo.
Invece è vero che il movimento dei corpi celesti - di sicuro - si verifica eternamente secondo il divino disegno, il destino immutevole, mentre il cambiamento delle cose terrene è soggetto ad un fato mutevole e naturale che, nella definizione delle sue prime cause dall'alto, è governato dal caso e da sequenze naturali. (ibid., p. 23.)
Lynn Thorndike, commentando questo passo, osserva che per Tolomeo, non tutte le cose predette sono inevitabili ed immutabili; l'immutabilità è vera solo per il movimento del cielo e per gli eventi a cui questi sono strettamente collegati. [nota 310]
Tolomeo è piuttosto preciso su questo punto: quel che è rigorosamente deterministico in Astrologia è il movimento degli oggetti celesti. Le previsioni relative a qualsiasi altra cosa oltre a questa appena detta non sono infallibilmente esatte, per quanto possano essere molto utili. Infatti sostiene:
A mio parere, proprio come per i pronostici che - anche se non sono del tutto infallibili - per lo meno segnalano delle possibilità che vale la pena di prendere attentamente in considerazione, così anche nel caso delle pratiche difensive [cioè quelle che hanno lo scopo di fornire rimedi contro le previsioni sgradevoli], per quanto non offrano un vero e proprio rimedio a qualsiasi cosa, almeno in alcuni casi funzionano, e anche se funzionano in pochi casi o in quelli meno importanti, dovrebbero comunque essere accettate, apprezzare e considerate vantaggiose al di sopra del comune. [nota 311]

103. Neugebauer nota che - nel Tetrabiblon - Tolomeo, per calcolare la posizione del Sole, della Luna e dei pianeti, si serve degli antichi metodi babilonesi di interpolazione, preferendoli ai migliori metodi trigonometrici che aveva già spiegato nell'Almagesto.
Per quanto riguarda l'Astrologia giudiziaria in generale, Neugebauer osserva che dopo l'epoca tolemaica mentre la letteratura scientifica astronomica si faceva sempre più sterile, l'interesse per quella astrologica si manteneva vivace come era sempre stato, e l'insieme delle due tendenze non si rivelò particolarmente benefico: l'Astrologia è una disciplina dogmatica che segue un rigido rituale nell'associazione dei dati, senza verificare fino a che punto tali dati siano affidabili, e questo atteggiamento si riflette nel fatto che gli Astrologi - per secoli - hanno usato metodi aritmetici, ad esempio, nella determinazione delle posizioni planetarie o per calcolare la lunghezza del giorno, anche se questi metodi erano da tempo stati soppiantati da procedure più accurate. Nessun Astrologo si preoccupa dell'affidabilità dei parametri basilari delle sue tavole planetarie. [...]
Dunque si può ben dire che - a partire da quel momento - nessuna nuova acquisizione dell'Astronomia ebbe più un'influenza diretta sull'Astrologia - nel bene o nel male - o viceversa, oltre al garantire un certo commercio di tavole planetarie, il che contribuì alla sopravvivenza di opere che, altrimenti, difficilmente si sarebbero conservate fino a noi. [nota 312]
Questo può essere vero per l'Astrologia in senso stretto, cioè per l'Astrologia oroscopica, ma uno dei nostri principali motivi di discussione ha proprio a che fare con il fatto che - nel suo significato più ampio - l'Astrologia come è stata più o meno ampiamente sopra definita, abbia influenzato l'Astronomia, e di fatto si dovrebbe essere più cauti nell'affermare che, prima del XVII secolo, Astrologia ed Astronomia siano due realtà separate: per esempio sarebbe difficile - a mio parere - trovare prove all'ipotesi che Tolomeo si occupasse di Astrologia a puro scopo commerciale, o che mancava di convinzione nel tracciare collegamenti tra gli eventi e il cielo o i pianeti, o che non fosse altro che un superstizioso, o altre affermazioni altrettanto superficiali.






Appendice I
Diodoro Siculo
Citazione da:
Diodoro Siculo, Bibliotheca Historica, Libro II, 28:29-31 tradotto in Inglese da C. H. Oldfather, 1985 (Loeb Classics)
Diodoro visse tra il 100 ed il 30 a.C. circa


[paragrafo 29] - Ma non sembri fuori luogo qui parlare brevemente dei Caldei di Babilonia e delle loro antiche concezioni, visto che non si dovrebbe omettere nulla di quel che è degno di nota.
Ora i Caldei - che fanno parte dei più antichi abitanti di Babilonia - hanno nell'ordine sociale press'a poco la stessa posizione che era occupata in Egitto dai sacerdoti; per potersi dedicare al servizio degli dei essi trascorrono la loro intera vita nello studio, anche se sono noti soprattutto per la pratica dell'Astrologia.
Di fatto si occupano specificamente di cose del genere, fornendo predizioni sugli eventi futuri e - in alcuni casi - anche di purificazioni, in altri casi di sacrifici ed in altri casi ancora di attività interessanti che compiono allo scopo di allontanare il male ed aprire la strada al bene.
Sono specializzati anche nell'interpretazione del volo degli uccelli, e sanno dare spiegazioni tanto dei sogni quanto dei prodigi. Inoltre mostrano eccellenti capacità nell'arte della divinazione dall'osservazione delle viscere degli animali, ed è diffusa opinione che in questa specialità abbiano particolarmente successo.
L'istruzione che ricevono per poter esercitare queste discipline non è la stessa impartita ai Greci che praticano le stesse attività: tra i Caldei lo studio scientifico di questi argomenti si tramanda di padre in figlio, ed il bambino lo apprende dal proprio padre, il che li esonera da qualsiasi altro servizio allo stato. Perciò sono i genitori che fanno da insegnanti, e non imparano solamente tutto quel che fa parte delle nozioni basilari, ma allo stesso tempo sono incentivati a prestare fede ai precetti dei loro insegnanti con incondizionata fiducia. Dunque, dal momento che fin dalla fanciullezza si dedicano a questo tipo di apprendimento, riescono a conseguire una grande abilità, sia per la facilità con cui i giovani imparano sia per la grande quantità di tempo che dedicano a questo studio.
Tra i Greci - al contrario - l'allievo che desideri conseguire una più ampia conoscenza di argomenti sui quali non è esperto, si rivolge a studi di livello superiore solamente piuttosto tardi, e poi - dopo essersene occupato con una certa profondità - li deve accantonare dal momento che viene distolto da essi dalla necessità di procurarsi il proprio sostentamento economico; così solo pochi qua e là realmente si dedicano agli studi superiori e continuano ad approfondire i loro interessi riuscendo ad ottenerne anche un guadagno economico, e sono coloro che tentano ininterrottamente di apportare innovazioni alle principali dottrine invece che seguire la via tracciata dai loro predecessori.
Il risultato di ciò è che i barbari, concentrandosi sempre sulle stesse cose, raggiungono una conoscenza approfondita in ogni dettaglio, mentre i Greci - d'altro canto - puntando al profitto che devono riuscire a trarre dal loro impegno, non fanno altro che fondare nuove scuole ed altercare gli uni con gli altri sugli argomenti speculativi più importanti, tramandando ai loro allievi idee conflittuali, e tali che le loro menti - vacillanti per tutto il corso della loro vita ed incapaci di credere con ferma convinzione ad un qualsiasi concetto - si dibattono nella pura e semplice confusione.
In ogni caso è vero che - se qualcuno si dedicasse all'accurato esame degli insegnamenti di ciascuna delle scuole filosofiche - le troverebbe diverse l'una dall'altra in sommo grado, e sostenitrici di posizioni opposte sui principi fondamentali.

[paragrafo 30] - Ora - come dicono i Caldei - il mondo è per sua natura eterno, e dunque non ha un primo inizio né arriverà mai ad un momento in cui verrà distrutto; inoltre sia la disposizione sia l'ordine dell'Universo sono stati disposti dalla divina provvidenza, e qualsiasi cosa accade oggi nei cieli è in ogni istante spinto a cambiare, né per caso né in virtù di qualche energia spontanea, ma per una decisione divina fermamente stabilita e definita.
E dal momento che i Caldei hanno osservato le stelle per un lunghissimo periodo di tempo ed hanno registrato sia i movimenti sia gli effetti di ciascuna di loro con una precisione maggiore di quella di qualsiasi altro, sono in grado di predire agli esseri umani moltissime delle cose che avranno luogo in futuro, ma soprattutto - come dicono - è importante studiare l'influsso delle cinque stelle conosciute con il nome di pianeti, che essi chiamano interpreti quando ne parlano nell'insieme, mentre quando ne parlano singolarmente, quello che i Greci chiamano Cronos e che è il più interessante e presagisce più eventi degli altri e perciò è più importante degli altri, essi lo chiamano Helios [Sole], mentre chiamano le altre quattro stelle con i nomi di Ares [Marte], Aphrodite [Venere], Hermes [Mercurio] e Zeus [Giove], come fanno i nostri Astrologi.
Chiamano Interpreti questi astri perché mentre tutte le altre stelle sono fisse e seguono tutte la stessa traiettoria nel loro corso regolare, questi soli - in virtù del fatto che ciascuno ha il proprio percorso diverso da quello degli altri - indicano gli eventi futuri, perciò fungono da interpreti del volere degli dei all'Umanità.
Perciò talvolta dal loro sorgere e talvolta dal loro tramontare, o anche dal loro colore - dicono i Caldei - questi pianeti possono dare i segni di quel che sta per accadere, se si osservano assiduamente; inoltre allo stesso tempo essi osservano le folate di vento, ed altre volte le piogge eccessive o il caldo eccessivo, e qualche volta l'apparire delle comete, e poi le eclissi sia di Sole che di Luna, ed i terremoti, ed insomma tutte le condizioni che traggono la loro origine dall'atmosfera e che inducono sia benefici che danni, non solo alle intere popolazioni o alle estese regioni, ma anche ai singoli tipi ed alle singole persone a seconda della loro posizione e del modo in cui si trovano a subire il corso di questi pianeti, ed insieme a loro anche di trenta stelle che i Caldei chiamano dei consiglieri; una metà dei quali sovrastano le regioni della Terra, mentre l'altra metà sta al di sotto della Terra, e che gestiscono sotto il loro controllo tutte le attività umane oltre a quelle dei cieli; ed ogni dieci giorni una delle stelle in alto agisce - per così dire - da messaggero nei confronti di una delle stelle sottostanti, e lo stesso fanno queste con le stelle al di sopra, e questo loro movimento è fissato e determinato dalla forma dell'orbita, immutevole per l'eternità.
Dodici di questi dei - dicono i Caldei - detengono la massima autorità, ed a ciascuno di loro i Caldei assegnano un mese ed uno dei segni dello zodiaco, come vengono chiamati. Ed attraverso l'insieme di tutti questi segni - dicono - tanto il Sole quanto la Luna e le stelle fanno il loro corso, ed il Sole completa il proprio ciclo in un anno, la Luna invece in un mese.

[paragrafo 31] - Ciascuno dei pianeti, secondo la loro opinione, ha il proprio corso specifico, e la sua velocità ed il tempo che impiega nel suo percorso sono soggetti a variazioni ed a cambiamenti. Sono queste stelle che esercitano il maggior influsso sia sul bene che sul male in base alla nascita degli esseri umani; ed è soprattutto dalla natura di questi pianeti e dal loro studio che i Caldei sanno che cosa vi sia in serbo per l'Umanità.
Inoltre sono state fatte predizioni - dicono i Caldei - non solo per un gran numero di re, ma anche per Alessandro il Grande che sconfisse Dario, e per Antigono e Seleuco Nicatore che divennero re successivamente, e su tutte queste profezie essi pensano di aver rivelato la verità.
Ma di questo scriveremo dettagliatamente in un'occasione più adatta. Si aggiunga comunque che essi studiano anche le posizioni degli esseri umani singolarmente, rivelando loro che cosa li aspetta, e con tanta accuratezza che sono state portate prove della loro meravigliosa abilità al punto da credere che possano trascendere gli umani poteri
Oltre al cerchio dello zodiaco, i Caldei esaminano altre ventiquattro stelle, una metà delle quali - dicono - è situata nei cieli a nord e l'altra metà a sud, e quelle che sono visibili tra queste sono assegnate al mondo dei viventi, mentre quelle che non sono visibili vengono attribuite al mondo dei morti, e chiamano queste stelle Giudici dell'Universo."
E dicono che al di sotto di tutte le stelle vi sia la Luna che percorre la propria strada, più vicina di loro alla Terra a causa del suo peso, che la porta anche a compiere il proprio percorso in un periodo molto più breve, non a causa di una maggiore velocità, ma perché la sua orbita è più corta.
I Caldei concordano con i Greci anche nel dire che la sua luce è riflessa e che le eclissi sono dovute all'ombra della Terra, mentre per quel che concerne le eclissi di Sole hanno una spiegazione meno efficace, e non pensano di predirle o di calcolare il periodo in cui si verificheranno con una certa precisione.
Inoltre, in relazione alla Terra, i Caldei dicono cose del tutto diverse da quelle degli altri, sostenendo che è incavata a forma di barca, e portano molte prove plausibili sia sulla Terra sia sugli altri astri del firmamento, una più completa esposizione delle quali esulerebbe dall'intendo della nostra Storia.
Tuttavia chiunque potrebbe garantire fermamente che i Caldei - fra tutti gli esseri umani - hanno le maggiori capacità per l'Astrologia, e che hanno impegnato la maggiore cura allo studio di tale disciplina. Ma so fa fatica a credere al numero degli anni che i Caldei dicono di aver dedicato allo studio dei corpi celesti; infatti dicono di aver iniziato a fissare la loro attenzione sulle stelle quattrocentosettantatre anni prima che Alessandro giumgesse in Asia.


Filone di Alessandria (20 a.C. – 50 d.E.)
Citazione da:
Filone di Alessandria, De Abrahamo, 68-71 Tradotto in Inglese da F. H. Colson, 1984 (Loeb Classics)


Sembra che i Caldei si siano dedicati allo studio dell'Astronomia e delle Genealogia con un impegno di gran lunga superiore a quello di qualsiasi altro popolo; stabilendo delle connessioni tra le cose terrene e le cose celesti, ed adattando anche le seconde alle prime; e come coloro che si servono dei principi della Musica, sono in grado di comporre una sinfonia migliore tra quante ne esistono nell'Universo con l'unione in comune e la simpatia delle componenti, l'una con l'altra, disponendole in modo che non siano disgiunte in termini di affinità.
Dunque i Caldei hanno immaginato che questo mondo al quale noi tutti apparteniamo sia l'unico mondo esistente nell'Universo, e che sia di per sé un dio, o che contenga un dio dentro di sé, cioè l'anima dell'Universo.
Perciò, avendo elevato il fato e la necessità al rango di dei, essi colmano la vita umana di empietà, insegnando che, ad eccezione di quel che è apparente, non ci sono altre cause per nessuna altra cosa, se non il periodico movimento di rivoluzione del Sole, della Luna e delle altre stelle, che distribuiscono il bene ed il male a tutte le creature esistenti.


Giuseppe Flavio (37-98 d.C.)
Citazione da:
Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche
Estratti dal Libro I - Traduzione in Inglese di William Whiston, 1737 Capitolo 2, 67-71.

Adamo - che era il primo uomo ed era stato impostato con la terra (il filo del discorso ora ci porta a parlar di lui) - dopo che Abele venne ucciso e Caino venne cacciato a causa del suo delitto, si preoccupava della discendenza, ed aveva un intenso desiderio di avere figli. Aveva duecentotrent'anni, e dopo questa età visse ancora per altri settecento anni, e poi morì.
In realtà ebbe molti altri figli, ed in particolare uno di nome Seth. Sarebbe noioso elencare il nome di tutti gli altri figli; perciò mi limiterà ad un resoconto di quelli che vennero da Seth.
Questo Seth, dopo essere venuto al mondo ed essere giunto all'età in cui si è in grado di distinguere il bene dal male, divenne un uomo virtuoso; e poichè aveva un eccellente carattere, a sua volta lasciò dietro di sé figli che imitarono le sue virtù, e che dimostrarono di avere una buona disposizione. I figli abitavano pacificamente nella stessa zona, in una felice condizione economica, senza che alcun danno ricadesse loro addosso fino al momento della morte.
Essi furono anche gli ideatori di quel tipo di saggezza che ha a che fare con i corpi celesti ed il modo in cui sono ordinati. E affinché le loro invenzioni non venissero perse prima di essere sufficientemente note, sulla base della predizione di Adamo che il mondo sarebbe stato distrutto una prima volta da un'esplosione di fuoco, ed una seconda volta da una grande e violenta massa di acqua, essi costruirono due pilastri, il primo di mattoni, il secondo di pietra, ed incisero su entrambi quel che avevano scoperto in modo che - nel caso del pilastro di mattoni fosse distrutto dall'acqua - il pilastro di pietra sarebbe rimasto ed avrebbe conservato la registrazione delle loro scoperte per l'umanità futura, informandola anche del fatto che c'era stato anche un altro pilastro di mattoni per conservare queste memorie.
Il pilastro di pietra si è conservato ed esiste ancora oggi in Siria.


Capitolo 3, 104-108.
Ora, quando Noè aveva vissuto altri trecentocinquant'anni dopo il Diluvio, e per tutto quel tempo felicemente, morì avendo vissuto complessivamente novecentocinquant'anni, ma nessuno - confrontando la lunghezza della sua vita con la brevità della vita che conduciamo oggi - deve pensare che quel che abbiamo detto sia falso; e neppure si deve fare della brevità delle nostre attuali vite l'argomento comprovante che neanche loro potessero vivere per così tanti anni, perché quegli Antichi godevano del favore di Dio, ed erano stato fatti da Dio in persona; inoltre il loro modo di nutrirsi era più appropriato del nostro al prolungamento della vita, e queste cose rendevano possibile una vita tanto lunga: inoltre Dio assegnò loro una vita più lunga tenendo conto delle loro virtù, e non avrebbero potuto fare buon uso delle loro scoperte astronomiche e geometriche se non avessero avuto il tempo di osservare attentamente i percorsi delle stelle se avessero vissuto meno di seicento anni; perché in quell'intervallo si compie un intero ciclo annuale.
Io comunque posso citare a testimonianza di quanto ho detto tutti coloro, sia Greci che barbari, che hanno scritto di antichità; e perfino Manetone, che scrisse la storia egizia, e Berosso, che raccolse le memorie caldee, e Moco, ed Estieo, ed oltre a questi anche Ieronimo l'Egizio, e coloro che hanno composto la storia fenicia, e tutti concordano su questo punto: e perfino Esiodo, ed Ecasteo, Ellanico ed Acusilao; ed oltre a questi anche Eforo e Nicola riferiscono che gli Antichi vivevano per centinaia di anni.
Ma su questa questione, ognuno pensi come gli va di pensare.


Capitolo 8, 166-168.
Poiché precedentemente erano gli Egizi ad essere addetti a diverse mansioni di carattere sacrale, e poiché non si dava considerazione a chiunque altro celebrasse o guidasse i riti, e c'erano anche violente dispute su questo argomento, Abramo parlò con ciascuno di loro, e contestando i ragionamenti che ciascuno, uno dopo l'altro, faceva a sostegno delle proprie pratiche, dimostrò che tali ragionamenti erano vani e lontani dalla verità: ed ottenne la loro ammirazione per questi discorsi, in qualità di uomo veramente saggio e dotato di grande acutezza, quando passò a trattare alcuni degli argomenti di cui si interessava; e non solo per comprenderli, ma per persuadere anche gli altri che dissentivano.
Abramo insegnò a loro l'Aritmetica, e spiegò la scienza dell'Astronomia; e poiché questa disciplina si studiava solo in Egitto, essi non erano molto informati su questa parte delle nozioni da imparare, in quanto tale scienza passò direttamente dai Caldei all'Egitto, e poi da là anche ai Greci.






Appendice II - Note supplementari di Storia dell' Astronomia greca

[N.d.T. - questi paragrafi sono stati omessi dalla versione in formato pdf che l'Autore considera una revisione della versione in formato html, ma inizialmente si collocavano nel corpo del testo, a partire dalla fine del paragrafo 55, a cui la seguente frase si collega direttamente ]

Per comprendere uno dei modi in cui la sezione conica può essere stata usata dagli antichi Greci, si pensi ad una persona che guarda (ma solo per breve tempo) il Sole con un solo occhio: si potrebbe immaginare che tra il Sole e l'occhio si formi un cono immaginario, il cui apice è l'occhio, dal quale si generano raggi che giungono a tutti i punti della circonferenza rappresentante il Sole. Un piano immaginario attraverso questa parte del cono, tale da incontrare tutti i raggi generatori del cono ma da non passare attraverso l'occhio, avrà un'ellisse in comune con il cono: in questo caso si potrebbe intendere l'ellisse come una curva, simile al bordo della luce proiettata dalla torcia elettrica.
Se si pensa che i generatori del cono - cioè i raggi che partono da un occhio - giungano non solo a tutti i punti della circonferenza ma anche a tutti i punti interni al disco circolare rappresentante il Sole, allora ci si riferisce ad un'ellisse intesa come figura piana, simile non al semplice bordo, ma all'intera area illuminata dalla torcia elettrica; e se si immagina che questo piano contenga la Luna, abbiamo gli estremi per un modello matematico che rappresenti un'eclisse di Luna.
È così che una semplice applicazione delle sezioni coniche da parte degli antichi Greci ha fornito i modelli matematici per fenomeni come le eclissi.

56. Keplero, nella sua concezione cosmologica del sistema solare - tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento - usò le formule matematiche delle sezioni coniche sviluppate da Apollonio per dedurre le sue tre leggi planetarie, che ebbero un ruolo importante nell'ideazione della Legge sulla Gravitazione Universale di Newton e nelle sue applicazioni al nostro sistema solare.
Newton - nella seconda metà del Seicento - dimostrò che se due corpi nell'universo sono sufficientemente isolati da altri corpi, allora - in virtù della reciproca attrazione gravitazionale - ciascuno seguirà un movimento il cui modello è una sezione conica: il caso più semplice si ha quando un corpo è di dimensioni molto inferiori rispetto all'altro, come ad esempio una cometa che si muove intorno al Sole.
La teoria di Newton sostiene che se si ignora l'effetto della Luna, degli altri pianeti etc., e se si considera che il Sole sia fermo, allora l'orbita della Terra intorno al Sole è un'ellisse con il Sole ad uno dei due fuochi: questo era già stato detto e verificato da Keplero per l'orbita di Marte al Sole, cioè la più semplice attinente alle osservazioni di Tycho Brahe ed alle stesse leggi planetarie kepleriane.
Dunque una parte fondamentale del nostro attuale modo di vedere il sistema solare risale - grazie a Keplero - ai solidi regolari, scoperti qualcosa come 2400 o 2500 anni or sono dagli adepti ad una tradizione matematica della Grecia classica, ed alla Geometria sviluppata successivamente da Matematici ed Astronomi come Eudosso, Euclide ed Apollonio.

57. Galileo - contemporaneo di Keplero ed a sua volta molto influente sul pensiero newtoniano - fece propria una gran parte delle concezioni matematiche di Archimede (uno degli altri grandi Matematici dell'antichità, vissuto poco dopo Apollonio, nella seconda parte del III secolo a.C.), al punto da riferirsi a lui con espressioni del tipo "il divino Archimede" o "il sovraumano Archimede".
Archimede continuò, ampliandola, l'opera di Eudosso sul volume della sfera, del cilindro circolare retto e del cono circolare retto, giungendo a scoprire un'approssimazione molto accurata al numero che indica il rapporto della circonferenza di un cerchio al suo diametro, cioè quel che chiamiamo pi greco.
Archimede delineò anche un metodo per esprimere i numeri interi sempre più grandi, formulò e dimostrò leggi sull'equilibrio delle leve e sul galleggiamento dei corpi in un liquido, ed una formula per il calcolo dell'area di un segmento parabolico.
Sembra anche che sia stato il primo ad introdurre metodi matematici nello studio delle forze nell'universo, benchè vi siano degli accenni anteriori negli scritti di Aristotele.

58. In Astronomia, Archimede si impegnò nel calcolo del volume dell'universo, sulla base di due sue ipotesi di raggio dell'universo stesso. L'ipotesi convenzionalmente accettata all'epoca di Archimede eguagliava il raggio dell'universo al raggio del nostro sistema solare; altre ipotesi si basavano sulle proposte di Aristarco - Astronomo grosso modo contemporaneo ad Archimede, e dunque vissuto circa 1800 anni prima di Copernico - secondo il quale il Sole è il centro intorno a cui gira la Terra, mentre il raggio dell'orbita della Terra al Sole è trascurabile di fronte al raggio della superficie sferica sulla quale si trovano le stelle fisse.
In questo spirito, Archimede ipotizzò che il raggio del nostro sistema solare sta al raggio dell'universo come il raggio dell'orbita della Terra sta al raggio del sistema solare; e calcolò che - sulla base di questa asserzione - l'universo non avrebbe contenuto più di 10^63 (10 elevato alla 63esima) granelli di sabbia, mentre - con il raggio convenzionale - non ne avrebbe contenuti più di 10^53 (Otto Neugebauer, A History of Ancient Astronomy, 1975, parte seconda, p. 646).

59. Un altro grande Astronomo greco fu Ipparco, vissuto nel II secolo a.C. che - basandosi sulle precedenti opere di Eudosso e di altri Astronomi - sviluppò un'elaborata Cosmologia servendosi di sfere che si muovono all'interno di altre sfere, ma secondo una concezione più semplice ed allo stesso tempo più esauriente di quella sostenuta da Eudosso.
Ipparco raccolse una grande quantità di osservazioni abbastanza accurate delle posizioni e dei movimenti dei principali astri visibili ad occhio nudo: grazie all'uso di alcune tavole di rapporti da lui elaborate, è spesso considerato il padre della Trigonometria.
Ipparco proseguì ed ampliò anche l'impegno di Aristarco relativo al calcolo delle distanze del Sole e della Luna dalla Terra.

60. Ancor prima del declino del potere politico greco del III secolo a.C., sorse ad Alessandria d'Egitto una scuola di Astronomia, in un contesto culturale ben più antico di quello greco. Fu proprio ad Alessandria - intorno al 140 d.C. - che Tolomeo scrisse il suo Megale mathematike syntaxis o Grande trattato di Matematica, in seguito notissimo con il nome di Almagesto, termine nato da una deformazione araba del termine greco mèghistos che significa il più grande.
Quest'opera era una sintesi ed un ampliamento dell'intera tradizione matematica iniziata in ambiente greco almeno 750 anni prima, ed in ambiente babilonese in epoca ancora più antica. Se vogliamo rapportare questa data ai tempo nostri, per renderci conto di quanto lunghi siano 750 anni, possiamo effettuare un semplice calcolo: 2000 - 750 = 1250, il che significa che se scaliamo 750 anni da oggi ci ritroviamo nell'anno 1250, qualcosa come 300 anni prima dell'epoca di Copernico, che pure può - almeno in parte - essere considerato il continuatore della tradizione greca, oltre a colui che ha introdotto una nuova e rivoluzionaria concezione nell'Astronomia. Nell'anno 1250, gli Studiosi europei stavano ancora arrancando per raggiungere livelli che erano già stati sorpassati dalla Geometria e dalla Cosmologia greche - con le quali erano stati persi tutti i contatti per un periodo forse altrettanto lungo, durante il quale la cultura europea in argomenti che noi oggi consideriamo basilari per la Scienza aveva subito un arresto, per svariate ragioni non solamente di carattere religioso.

61. Nel trattato cosmologico di Tolomeo, la Terra è considerata il centro dell'universo fisico: per dimostrarlo, Tolomeo propone una certa quantità di argomentazioni basate sulla Fisica del suo tempo, come ad esempio:
[...] il movimento di rotazione della Terra deve essere il più violento di tutti i movimenti ad essa associati, dal momento che avviene in un tempo tanto breve [cioè un giorno]; ne risulterebbe che tutti gli oggetti che attualmente si trovano sulla Terra sembrerebbero avere lo stesso movimento, opposto però a quello della Terra; né le nuvole né altri oggetti che volano o cadono si vedrebbero mai in movimento verso Est, dato che il movimento della Terra verso Est sarebbe sempre tale da sopraffarli e superarli, in modo tale che comunque sembrerebbe che tutti gli oggetti si muovessero all'indietro e verso la direzione Ovest.
Ma se si obiettasse che l'aria viene spinta sempre nella stessa direzione ed alla stessa velocità della Terra, si potrebbe rispondere che gli oggetti contenuti dall'aria nondimeno sembrerebbero sempre andare all'indietro, sottoposti al movimento di entrambe [Terra ed aria]; o se questi oggetti venissero trasportati - come accade - insieme all'aria, allora sembrerebbero non muoversi se non in anticipo o in ritardo: sembrerebbero sempre essere rivolti, inoltre, alla stessa direzione, senza mai cambiarla o modificarla, come se fossero oggetti lanciati in quella direzione.
Possiamo anche vedere abbastanza chiaramente che sono tutti sottoposti a qualche tipo di movimento,ed è per questo che non sono trattenuti o fermati in alcun modo da qualche movimento della Terra. (Tolomeo, Almagesto, tradotto in Inglese ed annotato da G. J. Toomer, 1984, p.45.)
Questa asserzione di Tolomeo segue un certo numero di argomentazioni a sostegno del movimento sferico dei cieli, considerato l'unico coerente con i fenomeni osservabili: Tolomeo ne deduce che anche la Terra sia sferica, e posta al centro dei cieli. Sono affermazioni ampiamente basate su rapporti geometrici coerenti a quel che osservava, dato che le sue teorie si basavano abitualmente sulle più accurate osservazioni possibili al suo tempo.

62. Secondo Tolomeo, la Luna, il Sole e i pianeti allora conosciuti si potevano vedere orbitanti intorno alla Terra nel seguente ordine: Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno.
A grandissima distanza dalla Terra si trovava poi la sfera delle stelle fisse: si diceva che fossero a distanza infinita dalla Terra, qualsiasi cosa quest'espressione potesse significare; oltre a ciò, Tolomeo pensava che compissero intorno alla Terra un'orbita al giorno, e senza dubbio sembrava proprio che si comportassero in questo modo.
Una gran parte del trattato di Tolomeo - almeno 600 delle circa 650 pagine della traduzione di Toomer - è dedicata all'elaborazione di procedure matematiche, calcoli e tavole che consentivano di prevedere le future posizioni di Sole, Luna e pianeti in relazione alla Terra ed alle stelle, per qualsiasi data considerata: nel complesso, l'accuratezza dei dati ottenibili era entro i limiti imposti dall'uso di misure valutate soltanto ad occhio umano.
Tolomeo comincia con approssimazioni relativamente rozze, usando movimenti ripetentisi periodicamente; poi gradualmente definisce meglio le approssimazioni perturbando i movimenti basilari con correzioni dovute a movimenti periodici di frequenza sempre maggiore, successivamente aggiunte ai movimenti basilari. I Matematici moderni riconosceranno nel suo metodo lo spirito di approssimazione su cui si basano le serie di Fourier e le tecniche di calcolo delle perturbazioni.

63. Tolomeo sostiene che la Terra - in proporzione al cielo - è un punto (ibid., p. 43): in questo caso, la dimostrazione più valida è che le dimensioni e le distanze delle stelle, ad un qualsiasi dato tempo, sembrano sempre uguali, e lo stesso vale da qualsiasi parte della Terra si vedano, poichè le osservazioni degli stessi oggetti celesti da diverse latitudini si rivelano prive della sia pur minima discrepanza le une dalle altre. (ibid.)
In termini moderni, non si nota alcuna parallasse stellare: di fatto, ciò è impossibile a meno che non si usino strumenti estremamente sofisticati che Tolomeo - osservando ad occhio nudo - certamente non aveva.
Tolomeo usa una delle proprietà della Terra - intesa come un semplice punto in confronto all'ampiezza del cielo - per spiegare come mai il grande peso della Terra non le causa qualche movimento, per quanto nulla la sostenga: Se si pensa ad essa in questo modo, sembrerà abbastanza possibile che quel che è relativamente più piccolo dovrebbe essere sopraffatto e spinto ugualmente in tutte le direzioni da quel che è di dimensioni maggiori e di natura uniforme, fino al raggiungimento di un equilibrio stabile (ibid., p. 44).
Tolomeo elaborò un metodo per la previsione del futuro, basandosi sulle osservazioni astronomiche: data una posizione iniziale ad un determinato momento, sarà possibile prevedere dove si troveranno il Sole, la Luna e i pianeti in un altro determinato momento successivo, con un'approssimazione abbastanza buona; e naturalmente sarà possibile anche calcolare dove questi astri si siano trovati nel passato.
I metodi ed i risultati di Tolomeo non vennero ritoccati nei loro criteri fondamentali per non meno di quattordici secoli.

64. Nell'Europa medievale, le concezioni tolemaiche ed aristoteliche vennero assorbite ed integrate nella dottrina cristiana, il che portò alla formazione di una sorta di consenso universale sulla struttura dell'universo: esistevano numerose varianti e molti dettagli discordanti tra di loro, ma l'elegante descrizione di Andrew White sottolinea i concetti generali del tempo:
La Terra non è più una superficie piana racchiusa da quattro mura e stabilmente rivolta verso l'alto, come se la erano immaginata i Teologi dei secoli precedenti, ispirandosi a Cosma [VI secolo d.C.]; non è più un semplice disco piatto, con Sole, Luna e stelle che lo sovrastano ad illuminarlo, come le più antiche immagini sacre lo raffigurano; ma ha assunto forma sferica e si trova al centro dell'universo.
Intorno ad essa si trovano sfere trasparenti che la circondano con un movimento rotatorio impresso loro dagli angeli, ciascuna delle quali contiene un pianeta: la sfera trasparente più vicina alla Terra contiene la Luna; quella successiva contiene Mercurio; la successiva contiene Venere e quella ancora dopo contiene il Sole; le tre che si trovano oltre contengono rispettivamente Marte, Giove e Saturno; e l'ottava contiene le stelle fisse. La nona sfera viene detta primum mobile, ed a contenere tutto ve n'è una decima - l'Empireo, completamente immobile nella sua funzione di margine estremo tra il creato e l'infinito vuoto circostante; ed è in questa decima sfera che si trova il trono di Dio uno e trino, in una luce che nessuno sguardo può sostenere, mentre la musica delle sfere si origina da Lui e dai suoi movimenti.
Così la vecchia dottrina pagana della musica delle sfere divenne cristiana. (Andrew D. White, A History of the Warfare of Science with Theology in Christendom, 1896, v. 1, p. 118-120.)

65. White continua:
Al cospetto della Divina Maestà, insediata nell'Empireo, stanno grandi schiere di angeli suddivisi in tre ordini gerarchici, il primo dei quali ha sede nell'Empireo, il secondo nei cieli situati tra l'Empireo e la Terra ed il terzo sulla Terra. Ciascuna di queste gerarchie è a sua volta suddivisa in tre cori o ordini; il primo è detto dei Serafini, poi seguono quello dei Cherubini e quello dei Troni. La loro principale occupazione è quella di cantare incessantemente - per elevare ininterrottamente lodi alla divinità.
L'ordine dei Troni porta la volontà di Dio alla seconda gerarchia, che la manifesta nei cieli intermedi, e che a sua volta è composta da tre ordini, il primo dei quali è l'ordine delle Dominazioni, che ha il compito di ricevere i comandi divini; poi viene l'ordine delle Potestà, che ha il compito di muovere i cieli, il Sole, la Luna, i pianeti e le stelle, aprendo e chiudendo le finestre dei cieli e consentendo così il passaggio di tutti i fenomeni celesti; il terzo ordine - le Virtù - ha il compito di sorvegliare gli altri.
[N.d.T. - questa gerarchia è così intesa in una più moderna definizione. Nella definizione classica tradizionale, le Virtù avevano il compito di ispirare la Natura alle sue più alte manifestazioni, dispensando grazia e valore: occupavano il posto centrale fra le Dominazioni e (più alte) e le Potestà (inferiori in grado)]
Il terzo, il più basso gerarchicamente, è anch'esso composto da tre ordini, il primo dei quali è quello dei Principati, gli spiriti a cui è assegnato il compito di vegliare sulle nazioni e sui regni; poi vengono gli Arcangeli, che proteggono la religione ed hanno il compito di portare le preghiere dei santi ai piedi del trono di Dio; ed infine vengono gli Angeli, che proteggono gli esseri umani ed in generale le cose terrene: gli Angeli si distribuiscono uno a ciascun mortale ed altri a proteggere le qualità delle piante, dei metalli, delle pietre e di cose del genere.
Grazie a questa suddivisione di compiti, che si estendeva dal trono di Dio al più basso ordine di angeli, si manifesta il mistico potere riferito al triangolo ed al sacro numero tre - lo stesso da cui deriva l'idea della trinità della dottrina religiosa indù, che ha dato origini ed alla trinità egizia e che ha trasmesso il dono della propria simbologia alla dottrina cristiana soprattutto con le concezioni dell'egizio Atanasio. (White, ibid.)

66. White continua nella propria descrizione:
al di sotto della Terra si trova l'inferno, composto da angeli che - sotto il comando di Lucifero, principe dei Serafini ed il preferito dalla Trinità - si sono ribellati; ma alcuni fra questi angeli ribelli vagano ancora tra le sfere planetarie, tentando di disturbare gli angeli buoni; mentre altri si muovono nell'atmosfera intorno alla Terra, dando origine a fulmini, tempeste, grandine e siccità; altri ancora infestano la società terrena, spingendo gli uomini al peccato; ma Pietro Lombardo e san Tommaso d'Aquino si impegnano nella dimostrazione del fatto che - tutto sommato - l'opera di questi ha lo scopo di rendere l'uomo disciplinato o di fargli avere o meritati castighi.
Tutto questo complesso schema è nato dalla concezione tolemaica a cui si sono aggiunti i testi biblici e le riflessioni teologiche che hanno portato a concludere che tale sistema fosse perfetto, definitivo ed intangibile: tentare di contestarlo equivaleva a bestemmiare.
Così il sistema si mantenne immutato per secoli, e grandi Teologi interessati alle Scienze - come Vincent de Beauvais [vissuto tra il 1190 ed il 1264] ed il cardinale Pierre d'Ailly [vedi approfondimento] - si dedicarono specificamente alla dimostrazione del fatto che era sostenuto dalle Sacre Scritture. Così si giunse alla metà del XVI secolo, con la concezione geocentrica profondamente radicata nella mentalità scientifica tanto quanto nelle aspirazioni e nelle paure della Cristianità. (White, ibid.)

67. La descrizione di White, tuttavia, non rende giustizia al gran numero degli Studiosi medievali dissidenti.
Edward Grant descrive la concezione del mondo diffusa tra i seguaci di Aristotele del tardo Medio Evo, che conteneva pochissimi riferimenti teologici e qualche problema astrologico:
Il Cosmo era un'enorme, finita, unica sfera fisica, composta in ogni sua parte da materia e suddivisa in due parti fondamentali: quella celeste e quella terrena.
A partire dalla sfera della Luna e procedendo all'esterno fino alla sfera delle stelle fisse, ed ancora oltre fino all'Empireo, la regione celeste era considerata colma in ogni dove di un etere perfetto ed incorruttibile che si muoveva con un movimento regolare, uniforme e perfettamente circolare, dal quale si erano formate le sfere celesti.

68. Grant continua:
All'opposto di quel che accadeva nei cieli, l'unica attività dei quali era il movimento uniforme e regolare delle sfere, la regione terrestre che si estendeva internamente alla concavità della sfera della Luna e comprendeva il centro geometrico dell'universo, era caratterizzata da un incessante cambiamento di condizione dei corpi in essa contenuti, che ininterrottamente nascevano e morivano. Tali corpi terreni erano composti di quattro elementi - cioè terra, acqua, aria e fuoco - ciascuno dei quali aveva una propria specifica collocazione fisica e l'innata qualità di movimento naturale all'interno di questa: l'elemento dominante in ogni corpo determinava la direzione del suo movimento naturale, che avveniva comunque sempre all'interno della collocazione fisica dell'elemento dominante. Se un qualsiasi corpo a dominante terra non subiva impedimenti, veniva sempre attratto per propria natura verso il centro dell'universo mentre i corpi a dominante fuoco per loro natura venivano attirati verso la concavità della sfera lunare. I corpi a dominante acqua sovrastavano quelli a dominante terra, ed erano sottoposti a quelli a dominante aria e fuoco; i corpi a dominante aria sovrastavano quelli a dominante terra ed acqua ma non quelli a dominante fuoco.
Dato che si riteneva che la regione celeste fosse di gran lunga più nobile di quella terrena, si dedusse che la prima influenzava il comportamento dei corpi organici ed inorganici contenuti dalla seconda. Malgrado il contatto che la superficie convessa della sfera del fuoco - la più esterna della regione terrestre - formava con la superficie concava della sfera della Luna - che a sua volta era la più bassa delle sfere della regione celeste - le influenze avvenivano in modo unidirezionale, partendo dalla zona celeste e giungendo a quella terrestre. (Edward Grant, The longevity of Aristotelianism, p. 94-95, in History of Science, June 1978, v. 16, p. 93-106)

69. Grant osserva:
La struttura schematica appena descritta ha probabilmente esercitato un ruolo fondamentale nel Medio Evo per la longevità della concezione aristotelica del mondo. A giudizio di C. S. Lewis, raramente prima d'ora l'immaginazione umana aveva concepito uno schema tanto sublimemente ordinato quanto il Cosmo medievale.
Con la mirabile semplicità della sua perfetta struttura, questo Cosmo soddisfaceva le esigenze della mente europea, sia dal punto di vista intellettivo che da quello psicologico, e continuò a farlo per almeno 450 anni: era il contesto fisico sul quale - e nel quale - il Dio della Cristianità medievale manifestava la propria saggezza, dispensando angeli e potere. (Grant, ibid., p. 95.)

70. Tuttavia - continua Grant - benchè i seguaci di Aristotele in Europa occidentale fossero ampiamente concordi con questa visione del cosmo, non per questo erano d'accordo sui particolari specifici delle qualità cosmiche: i dibattiti sul funzionamento delle cose erano caratterizzati da una grande varietà di opinioni ed una quasi totale mancanza di punti in comune. Per esempio, abbiamo visto che tutti convenivano che la regione celeste (nella parte in cui si collocavano i pianeti e le stelle fisse che orbitavano intorno alla Terra, al loro centro) composta di un quasi perfetto quinto elemento - l'etere - veniva considerata l'incorruttibile origine e la fonte ultima di tutti gli influssi esercitantisi su quella parte del cosmo che si trovava al di sotto della sfera della Luna. Ma com'era esattamente questa regione celeste? Era come la immaginava san Bonaventura, una massa fluida, o si suddivideva in una serie di sfere solide concave come la considerava Temone Giudeo?
Coloro che aderivano a questa seconda opinione avevano poi da determinare l'esatto numero di queste sfere; sulla base di una grande varietà di circostanze e requisiti, si pensava che fossero in numero variabile da otto a undici, alcune all'interno ed altre all'esterno dell'Empireo, del quale alcuni negavano l'esistenza.

71. Grant continua:
E che dire dei rapporti tra le varie sfere? Erano contigue - cioè distinte e separate, come sembrava dai loro movimenti diversi e disgiunti - come sostenevano Michele Scoto ed Alberto di Sassonia; o formavano un insieme continuo, condividendo le superfici in virtù della loro composizione omogenea e perfettamente identica, come credevano san Tommaso d'Aquino e molti altri?
Che cosa - o chi - si poteva pensare che avesse iniziato il movimento delle sfere celesti? Angeli, intelligenze, spiriti, inclinazioni naturali o forse impresse erano alcune delle proposte avanzate in risposta, ciascuna delle quali aveva i propri partigiani.
E poi ancora, che dire dei rapporti tra i movimenti celesti? Erano misurabili o incommensurabili?
Inoltre, per quanto tutti fossero d'accordo sul fatto che non esistesse alcun corpo materiale oltre l'ultima sfera detta primo mobile, che fungeva da contenitore fisico delle altre sfere, uno fra i problemi più incalzanti era la collocazione da assegnare a questo primo mobile; nella sua trattazione del problema, Averroé propone le ben cinque diverse soluzioni di cui era a conoscenza; e le prime quattro trovarono molti sostenitori tra gli Studiosi medievali, che giunsero ad aggiungerne un'altra ancora, che sarebbe successivamente stata sviluppata bel XVI secolo. (Grant, ibid., p. 96.)

72. Più sotto Grant scrive ancora:
Furono proposte anche molte altre soluzioni ad una grande quantità di domande relative alla caratteristica del perpetuo susseguirsi di movimenti nella regione terrestre. Per esempio, molti Studiosi non accettavano che tali movimenti fossero causati dal fatto che gli elementi prevalenti nei corpi si muovessero verso le loro dimore naturali, né trovavano accordo sulla localizzazione del movimento, esterno o interno, o se fosse necessario una componente di resistenza per limitare o porre termine al movimento.
Non si trovava accordo neanche sul modo in cui un elemento riuscisse a mantenere la propria forma elementare all'interno di un particolare insieme nella Natura: alcuni erano dell'opinione che - poiché i cambiamenti geologici facevano sì che il centro di gravità della Terra si spostasse - l'intera Terra si muoveva in modo che il suo nuovo centro di gravità tornasse a coincidere con il centro geometrico dell'universo. (Grant, ibid., p. 96)
Su alcuni dei problemi che travagliavano le riflessioni dei Filosofi medievali della Natura, nel corso del tempo emerse alla fine qualche soluzione universalmente accettabile, ma per la maggior parte delle questioni non si andò oltre a fieri scontri fra due o tre diverse concezioni, il che lasciò irrisolti i problemi stessi. Come avrebbero potuto determinare - si chiede Grant - solo con gli strumenti a loro disposizione, se la regione celeste era o meno una massa fluida oppure un sistema di sfere solide? O come si sarebbero accertati sull'energia che originava il movimento delle sfere? O ancora, come avrebbero fatto a controllare il numero esatto delle sfere? (Grant, ibid., p. 96-97.)







La fede negli astri:
alcune fonti
del pensiero astrologico

Dalla fede negli astri
a Keplero, Fludd
e Newton

Alcune tecniche
astrologiche

Da Babilonia
a Copernico



Gli Stoici, Keplero
ed alcune valutazioni

Gli inizi del Cristianesimo
e l'Astrologia

Da Tolomeo
a Newton

Addenda










Note

[ 236 ] - Si veda l'Appendice I a questo capitolo per la citazione dell'Astrologia babilonese (caldea) tratta dagli scritti di Diodoro Siculo (vissuto tra il 100 ed il 30 a.C.), di Filone di Alessandria (vissuto tra il 20 a.C. ed il 50 d.C.) e di Giuseppe Flavio (vissuto tra il 37 ed il 98 d.C.)
[ 237 ] - S. Giedion, The Beginnings of Architecture, 1964, p. 9, 19, 138-139.
[ 238 ] - Edouard Dhorme, Les Religions de Babylonie et d'Assyrie, 2° edizione, 1949, p. 282, p. 138-140.
[ 239 ] - Dhorme, ibid., p. 219, 225.
[ 240 ] - Riportato da Marguerite Rutten in La Science des ChaldÃens, 1970, p. 89-90.
[ 241 ] - Otto Neugebauer, The Exact Sciences in Antiquity, 1957, p. 168.
[ 242 ] - Rutten, ibid., p. 89.
[ 243 ] - Dhorme, ibid., p. 288-289.
[ 244 ] - A. Laurent, La Magie et la Divination chez les Chaldeo-Assyriens, 1894, p. 58.
[ 245 ] - Plutarco, "Isis ed Osiris", in Moralia, tradotto in Inglese da Frank Cole Babbitt, 1936, v. 5, p. 31.
[ 246 ] - Otto Neugebauer, Exact Sciences in Antiquity, 1957, p. 81.
[ 247 ] - Erodoto, Le Storie, ii.4, tradotto in Inglese da Aubrey de Sélincourt, 1954, p. 130.
[ 248 ] - Neugebauer, ibid., p. 102.
[ 249 ] - O. R. Gurney, in Oracles and Divination, 1981, edito da Michael Loewe e Carmen Blacker, p. 160-162.
[ 250 ] - Samuel Angus, The Mystery-Religions and Christianity, A Study in the Religious Background of Early Christianity, 1925, p. 167.
[ 251 ] - Pierre Duhem, Le Systéme du Monde, 1913, v. 2, p. 275.
[ 252 ] - Michael Grant, From Alexander to Cleopatra, TheHellenistic World, 1982, p. 214-222
[ 253 ] - Luciano, v. 4, "Menippus", tradotto in Inglese da A. M. Harmon, 1925, p. 83-87.
[ 254 ] - Edward Schafer, Pacing the Void, T'ang Approaches to the Stars, 1977, p. 9-10
[ 255 ] - Schafer, ibid.
[ 256 ] - Mircea Eliade, A History of Religious Ideas, 1978, in Francese 1976, v. 1, p. 22-23; cf. Alexander Marshack, 1972, The Roots of Civilization: The Cognitive Beginnings of Man's First Art, Symbol, and Notation, p. 81 ff.
[ 257 ] - Sesto Empirico, intorno al 200 d.D., Contro i Fisici, i.20-22, opera nota anche con il titolo Adversus Dogmaticos, iii, o Adversus Mathematicos, ix.; traduzione in Inglese di R. G. Bury, 1936, p. 11, 13
[ 258 ] - Cicerone, De natura deorum, tradotto in Inglese da H. Rackham, 1933, p. 137-139.
[ 259 ] - Bartel van der Waerden, Science Awakening II, The Birth of Astronomy, 1974, p. 49.
[ 260 ] - R. Campbell Thompson, The Reports of the Magicians and Astrologers of Nineveh and Babylon in the British Museum, the original texts, printed in cuneiform characters, edited with translations, notes, vocabulary, index and an introduction, 1900, v. 2, p. lxxi.
[ 261 ] - A. Laurent, La Magie et la Divination chez les ChaldÃo-Assyriens, 1894, p. 60.
[ 262 ] - Marguerite Rutten, La Science des Chaldaens, 1970, p. 95.
[ 263 ] - All'epoca di Nebuchadnezzar (morto nel 562 a.C.) Babilonia era probabilmente la città più grande e meglio organizzata del mondo, dato che si pensa che fosse abitata da 250.000-300.000 persone. Fu Nebuchadnezzar colui che la tradizione riporta come autore della Torre di Babele, e distruttore del tempio ebraico di Gerusalemme.
In Grecia, questa era press'a poco l'epoca di Anassimandro, Filosofo presocratico, forse il primo ad essere riuscito a fare un modello geometrico dell'Universo, o almeno sembra che sia stato il primo di nostra conoscenza.
[ 264 ] - Larousse Encyclopedia of Mythology, 1959, p. 52-53, 63.
[ 265 ] - ibid, p. 49-50.
[ 266 ] - Thorkild Jacobsen, The Treasures of Darkness, A History of Mesopotamian Religion, 1976, p. 95-97.
[ 267 ] - Claude Lévi-Strauss, The Raw and the Cooked, 1969, traduzione da P. e D. Weightman dell'opera dal titolo originale Le cru et le cuit, 1964, p. 199-200, v. 1 di Mythologiques (Introduction to a Science of Mythology).
[ 268 ] - ibid., p. 217.
[ 269 ] - Lévi-Srauss, ibid., p. 226-227.
[ 270 ] - ibid., p. 240.
[ 271 ] - Lévi-Strauss, ibid., p. 293, 297.
[ 272 ] - ibid., p. 298, 300.
[ 273 ] - Isaia 47, Versione standard rivista
[ 274 ] - Auguste Bouché-Leclerq, L'Astrologie grecque, 1899, p. 404.
[ 275 ] - Bartel van der Waerden, Science Awakening II, The Birth of Astronomy, 1974, p. 183.
[ 276 ] - Questa citazione è riportata da Van der Waerden (p. 162) da un libro persiano il cui titolo è Mainog-i Khirad o Menok i Khrat, scritto in data incerta tra gli anni 220 e 650 d.C.
[ 277 ] - Fu Henry Ibsen a dire che il valore della verità si mantiene per quindici anni, dopo di che quel che era verità diviene errore. - James Huneker, Old Fogy, 1913, citato in A New Dictionary of Quotations, 1942, edito da H. L. Mencken, p. 1226.
[ 278 ] - 1° edizione, 1899; l'ultima edizione fu contemporanea ad Hilbert, 1930; ci furono due traduzioni in Inglese.
[ 279 ] - Stephen Leacock, "Education Made Agreeable", da Moonbeams from the Larger Lunacy, 1915, p. 155, 159.
[ 280 ] - 1925, ristampato da Dover, 1956 ed oltre.
[ 281 ] - W. S. Gilbert and Arthur Sullivan, The Pirates of Penzance, 1880, Act 1
[ 282 ] - N. M. Smerdlow e Otto Neugebauer, Mathematical Astronomy in Copernicus's De Revolutionibus, 1984, v. 1, p. 33.
[ 283 ] - ibid., p. 483.
[ 284 ] - ibid., p. 127.
[ 285 ] - Smerdlow e Neugebauer, ibid., p. 59.
[ 286 ] - ibid., p. 20.
[ 287 ] - cf. Smerdlow e Neugebauer, ibid., p. 23
[ 288 ] - Francis Johnson, Astronomical Thought in Renaissance England, 1968, p. 145-147
[ 289 ] - J. D. North, Chaucer's Universe (1988), p. 11-12.
[ 290 ] - S. K. Henninger, Jr., The Cosmographical Glass, Renaissance Diagrams of the Universe, 1977, p. 11-12.
[ 291 ] - Manilio, Astronomica (I secolo d.C.), IV, 907; testo a p. 1806 di A Handbook to the Essays of Michel de Montaigne con note alla traduzione a cura di George Ives e commenti a cura di Grace Norton; la citazione da Montaigne è a p. 591-592 of v. 1 della traduzione di Ives (1925) pubblicata nel 1946; il manuale è v. 3 di questa edizione; con la traduzione del passo di Manilio, non a cura di Ives.
[ 292 ] - Montaigne, traduzione di Ives, ibid., p. 592, 595-6.
[ 293 ] - Lucrezio, De rerum natura, V, 1204; tradotto in Inglese da Russel Geer (1965).
[ 294 ] - Manilio, ibid, III, 58.
[ 295 ] - ibid. I, 60.
[ 296 ] - ibid., I, 55 e IV, 93.
[ 297 ] - Montaigne, ibid., p. 596-599.
[ 298 ] - ibid, p. 598.
[ 299 ] - Montaigne, ibid., p. 598.
[ 300 ] - Citato dal De revolutionibus orbium coelestium (1543) di Copernico, traduzione a cura di Alexandre Koyré in The Astronomical Revolution, Copernicus - Kepler - Borelli, 1973, p. 53-54; translation of La révolution astronomique 1961.
[ 301 ] - Koyré. ibid., p. 108.
[ 302 ] - da Die Aufzeichnungen des Malte Laurids Brigge, 1910, traduzione dal Tedesco all'Inglese, The Notebooks of Malte Laurids Brigge, 1982, a cura di Stephen Mitchell, p. 172-175.
[ 303 ] - Don DeLillo, Ratner's Star, 1976, p. 87-88.
[ 304 ] - Citato da Giorgio de Santillana a p. xlvii-xlviii della prefazione alla sua versione, Dialogue on the Great World Systems, 1953, dalla traduzione di Thomas Salusbury (1661) dell'opera di Galileo dal titolo Dialogo dei Massimi Sistemi, 1632.
[ 305 ] - Andrew White, A History of the Warfare of Science with Theology in Christendom, 1896, p. 144.
[ 306 ] - ibid., p. 126, 133.
[ 307 ] - ibid., p. vi.
[ 308 ] - Tolomeo, Tetrabiblos (c. 150 A.D.), tradotto in Inglese da F. H. Robbins, 1940, p. 117, 119.
[ 309 ] - ibid., p. 351, 353. Lascio al lettore il compito di decidere quale sia pià applicabile.
[ 310 ] - Lynn Thorndike, A History of Magic and Experimental Science, 1923-1958, v. 1, 1923, p. 112.
[ 311 ] - Tolomeo, ibid., p. 31.
[ 312 ] - Otto Neugebauer, A History of Ancient Astronomy, 1975, Part Two, p. 942-943
 

 
 
 
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