giovedì 27 giugno 2019
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- Astrologia e dintorni

NEL VENTRE DI VENERE
     a cura di Manuela Ambrosini
 
NEL VENTRE DI VENERE
Venere è il secondo pianeta personale. Può allontanarsi dal Sole per 45° al massimo. A livello simbolico, questo dato, dà nell’immediatezza un’indicazione sul tema centrale della relazione che questo pianeta simboleggia. E’ Venere che fornisce gli strumenti di scambio nella relazione che ci avvicinano al progetto solare. Attraverso la conoscenza dell’altro conosciamo noi stessi. Il pianeta è stato osservato attraverso la sonda ESA's Venus Express da una distanza ravvicinata (ca. 206 452 KM) il 12 aprile del 2006. Allo sguardo Venere appare completamente avvolto in una densa formazione nuvolosa che si sviluppa a spirale, eppure agli esperti non sono sfuggiti dettagli sorprendenti costituiti soprattutto da vortici scuri che caratterizzano il polo sud del pianeta. Le strutture simili alle nuvole sono state viste attorno al polo nord di Venere. Queste nuvole sono per lo più la causa della brillantezza del pianeta che riflette l’80% dei raggi del Sole assorbendone solo la parte restante. L’aspetto della superficie, con crateri e vulcani, lascia immaginare che potesse in passato essere presente dell’acqua. Venere possiede una massa e una densità molto simili a quelle della Terra. Anche la distanza dal Sole è affine a quella del nostro pianeta. La pressione atmosferica ( 90 volte superiore a quella della Terra è principalmente formata da diossido di carbonio e vapore acqueo) e la temperatura (495°C) rendono, tuttavia, Venere inaccessibile alla vita umana. Venere inoltre non possiede un’atmosfera magnetica che la protegga dal vento solare.
L’immagine di questo pianeta avvolto da nubi che lo rendono misterioso e magico immediatamente evoca allo studioso della danza orientale le figure di donne avvolte nei veli che coprono e scoprono i loro movimenti ammantandoli di segreti. La donna che attraverso i movimenti delle braccia vela e svela il suo corpo, anch’esso in movimento, disegna con la danza un’immagine che ben può richiamare la vibrazione planetaria di Venere e le nuvole che la circondano. Ma i rimandi che questa danza primordiale rilancia rispetto alla simbologia della Venere astrologicamente considerata sono numerosi e significativi. Vale la pena spendere qualche parola riguardo le origini della danza del ventre. Per alcuni la danza orientale affonda le sue radici nelle funzioni rituali-religiose del periodo pre-Islamico, tra i quali il rito mesopotamico da sempre legato alla figura della Grande Madre. Tale celebrazione si componeva di preghiere ed invocazioni della fertilità sia della terra che delle donne. Le danze rituali accompagnavano le cerimonie comuni allo scopo di impetrare i favori delle divinità e delle forze della natura. Sappiamo come la Grande Madre, nel corso dei secoli, è andata scomponendosi nelle varie figure del femminile, le dee vulnerate e le dee vergini. In particolare i pianeti legati al femminile sono la Luna, X e Venere. La Luna è legata al sistema limbico, II cervello, fonte dello scambio di informazioni che passano attraverso le emozioni; X l’istinto, il potenziale creativo innato, contenimento, nutrimento; ed infine Venere la parte sensuale e relazionale del femminile. Esistono testimonianze di quanto fosse diffusa la Danza del Ventre già in epoche remote nella cultura maori in Nuova Zelanda e nelle isole Hawaii, dove è conosciuta come Hula. Inoltre si sa che le donne danzavano in onore della Divinità Femminile anche nel grande Tempio di Artemide a Efeso. In questo luogo sacro le sacerdotesse veneravano la Dea con danze rituali le cui movenze apparirebbero analoghe a quelle della danza del ventre, la cerimonia si svolgeva interamente di spalle ai fedeli, infatti le danze erano rivolte all'effige della Dea, poiché la celebrazione era destinata a Lei.
Altri ritengono che la danza Orientale, tramandata oralmente da donna a donna, nel corso dei secoli, non può essere datata. Infatti non esiste documentazione che testimoni o ci spieghi esattamente come sia nata e come si sia evoluta. Si può supporre a partire da alcuni ritrovamenti archeologici che la danza del ventre fosse già viva nell’era del tardo Pleistocene esattamente 35.000 anni fa. A questa antichissima era sembrerebbero risalire statuette raffiguranti donne danzatrici chiamate “ Veneri preistoriche” che si pensa fossero talismani per propiziare la fertilità, la procreazione, l’omaggio alla Terra Madre. Tali simbolici oggetti rappresentano immagini di donne con seni pance e vulve molto prominenti, si ipotizza col significato di celebrare la sessualità riproduttrice. Col tempo, queste riproduzioni di donna, si evolvono, mutano di forma, e ogni popolo acquisisce la specialità di una propria Venere. Le posizioni mutano, e prendono significati diversi. In particolare è interessante considerare la posizione delle braccia. Si può dire che, la posizione delle braccia attaccate al corpo, inducesse alla statuetta il significante di stabilità ed equilibrio interiore; la Venere simbolo astrologico è una Venere che scambia e decide per suo proprio conto, libera dai vincoli della morale e della collettività. Le braccia aperte simboleggiavano la propensione ad equilibrare le emozioni, la caratteristica di governatore della Bilancia e quindi la centralità della razionalità, qualità maschile nell’approccio alla relazione, fa di Venere il simbolo di questo equilibrare. Le braccia tese verso l’alto emulavano la ricerca del contatto con il cielo e il contatto con la divinità, Venere è l’unica figlia di Urano che viene immediatamente accettata, nasce dopo l’evirazione e rappresenta in modo sublime la realizzazione dell’idea del bello, questa è la ragione per cui Urano, sempre a rischio di veder deluse le sue aspettative all’atto pratico della realizzazione dell’idea, accetta la figlia divina. Infine le braccia tese e unite sopra la testa raffiguravano la Madre Terra, Gaia, sensualità e fecondità, creatrice divina.

La danza del ventre nutre la performance con tutte queste immagini allo scopo di dare vita ad una sacra unione con qualcosa di altro rispetto alla qualità corporea. Partecipando ai movimenti si conserva e si conduce nel corpo una dimensione di dialogo con l’Anima che riflette i suoi benefici anche sull’armonia e sulla salute del corpo stesso. Venere è un archetipo, non è solo qualcosa che corre tra le persone, ha il compito di partire da qualcosa di molto piccolo, cominciamo a sperimentare l’amore con qualcosa che riceviamo, nella II casa con l’attaccamento, sperimentiamo il piacere e ci sentiamo valorizzati, qualcuno ha l’interesse di darci valore, da questo nasce la percezione dello scambio che a questo livello è molto recettiva, qualcuno si occupa di noi, da qui nasce la capacità di sperimentare fattualmente l’amore e la relazione.
Va detto che il culto della donna si colora di ben visibili differenze dalla preistoria ai giorni nostri. Il mito della fertilità, rappresentato nel mondo greco e latino dalla dea panciuta Balbo, che celebra la sessualità creativa, si discosta in modo evidente dall’ideale di bellezza femminile attuale. E’ interessante notare che con il mutare dell’immagine muta anche la considerazione e il valore della femmina umana nella società.
Nella preistoria, la donna aveva notevole considerazione ed era elevata a immagine sacra da celebrare, la sua funzione di generare era intrisa di mistero e pertanto celebrata come sacra. Si sa di alcune culture che addirittura, ignare del meccanismo della procreazione, proclamavano la paternità con la condivisione del letto della donna all’atto del parto da parte dell’uomo, che si dichiarava così padre.

Questa cultura di celebrazione del femmile si estende fino al Medio Oriente, nelle civiltà pre-urbane fino al 2000 ac. Il culto della Dea Madre era praticato, come testimoniano i ritrovamenti di statuine e decorazioni parietali, in numerosi paesi orientali. La danza vuole avvicinare queste divinità femminili, per trovare attraverso il movimento, l’estasi e la comunicazione con il divino quella dimensione altra che permette la trascendenza dal corpo. La dea babilonese Ishtar, era considerata la dea dell’amore e della fertilità. Per celebrare la Dea le sacerdotesse eseguivano danze propiziatorie e rituali, che imitavano i momenti importanti della vita: la semina, la raccolta del grano, il matrimonio, il parto. La danza era libera, in essa dominava l’espressione del corpo, senza regole, canoni estetici o restrizioni. Col tempo, la danza per la Dea assume dei movimenti che ricordano gli animali e gli elementi dell’universo: la luna, il sole, l’acqua, il fuoco. Ancora oggi nella danza del ventre si eseguono questi movimenti primordiali che ricordano i corpi celesti. La Luna, ad esempio, è rappresentata da un piccolo cerchio con il bacino, Il Sole, da un grande cerchio con il bacino che accoglie in se tutta l’energia benefica. I movimenti ondulatori delle braccia ricordano le onde del mare e il rapporto con l’acqua allude alla sfera inconscia sempre a contatto con l’essere umano. Venere nasce dall’acqua ma ne esce sopra la conchiglia, ella testimonia l’intervento della mente a discriminare le emozioni, è il mondo femminile capace di relazione dove l’altro è diverso da se e viene riconosciuto e conosciuto come tale. Alcuni movimenti sono presi a prestito dalla natura ed imitano ad esempio gli animali: il serpente, il cammello, il gatto. La Luna viene anche rappresentata in un passo circolare con il velo nel corso del quale la donna si trova dal lato fronte scoperta dal velo e dal lato retro coperta dal velo. E’ interessante collegare tale movimento alla nota astronomica che vuole la Luna presentarsi sempre da uno stesso lato rispetto al punto d’osservazione della terra, tanto che, da qui, noi si vede sempre la stessa faccia della Luna.
E’ opportuno ricordare che i semiti celebravano nei loro templi dei sensi dedicando danze liturgiche a Ishtar, la loro dea dell'amore. Era celebrata, allora, la separazione tra maternità e fedeltà coniugale; le danze eseguite nei suoi templi celebravano il diritto sovrano delle donne all'autodeterminazione e volevano propiziare la fertilita’ e il parto. Venere infatti è fedele a se stessa, al proprio sentimento. La babilonese Ishtar, nella sua forma più arcaica, rappresenta una dea madre che sceglie liberamente i suoi partner temporanei, la regina in capo e la primogenita di tutti gli dei. Nei suoi templi le danze regnavano sovrane assumendo anche coloriture propiziatorie per le messi.
E’ interessante notare come il culto di dee come Venere e la fenicia Tanit (altra incarnazione di Ishtar) prosperò per secoli in paesi come il Marocco prima dell'avvento dell'Islam.

Per secoli, madri e zie hanno insegnato alle bambine i gesti elementari della danza orientale come un esercizio di potenziamento dell'autocoscienza. Va detto, infatti che, secondo i principi di bioenergetica , lo scioglimento della colonna vertebrale nei vari segmenti lombare, dorsale e cervicale entra in risonanza con lo scioglimento di blocchi emotivi causati da traumi legati alla crescita, provocando, attraverso l’esercizio, un miglioramento del benessere psicofisico. Dunque un rituale del corpo che promuove il rafforzamento del sé, esattamente come il simbolo astrologico vuole una conoscenza di sé attraverso la relazione con la propria interiorità rispetto all’altro.
Con la nascita delle società Patriarcali la donna viene accantonata, e si insatura su di lei l’idea del peccato, e del male. I greci amavano molto la parte nobile di Venere, etica, estetica, parte elettiva legata alla venere Bilancia, ma non amavano la parte fisica di Venere, legata al Toro. Nel mondo greco la donna era destinata a fare figli e basta, le relazioni nel mondo greco erano tra uomini, omosessuali. Nel medioevo, l’era buia, come noi la consociamo oggi, purtroppo la danza del ventre incontra quella che ancora oggi è rimasta la sua discriminante, diventa una danza per ottenere! Molte donne bellissime venivano vendute e rese schiave, portate nei grandi palazzi di califfi, sultani e uomini ricchi, e venivano utilizzate per i loro piaceri, alcune si dedicavano al canto e al ballo, per allietare il padrone di casa e i suoi ospiti. Le danzatrici più brave godevano di più libertà e a volte potevano vantare di diritti sulle altre donne, se seguivano delle danze così belle da poter valere anche la vita di un’altra schiava. Esattamente come il femminile viene relegato perché fonte di peccato. Per molti anni incarnare l’archetipo di Venere ha avuto il significato degradante di prostituta o meretrice.

L'occidente scoprì l'esistenza di questo mondo nell'Ottocento, grazie a viaggiatori francesi orientalisti e fece subito di questa danza il simbolo di una sensualità orientale da sogno.
Le donne sapevano che questi naturali movimenti ricordavano anche l’atto sessuale, ma dalle origini il senso di questa danza era e rimaneva una danza delle donne tra e per le donne. Indubbiamente la mentalità occidentale segnata dallo spirito colonialista non poteva che trasformare attraverso il proprio sguardo schiavista una celebrazione rituale in uno spettacolo da circo. Eventi sociali di grande richiamo vennero organizzati presentando le danzatrici come donne di meretricio, esaltando solo il significato sensuale ed erotico della danza. La danza acquisisce per ogni aspetto sociale movimenti e costumi differenti, assume varianti molto raffinate oppure popolari legate alle culture rurali. Ogni epoca la modifica e la plasma al suo proprio pensiero e modo di sentire.
Di discreto interesse i racconti dei viaggiatori europei rapiti da queste bellissime danzatrici che rappresentavano con movimenti sinuosi i piaceri del corpo, a volte anche con l’uso di oggetti simbolici come le spade, oppure anfore o vasi tenendole in equilibrio sulla testa. Finita l’esibizione la danzatrice tornava nell’harem , dove tutte le donne danzavano tra di loro senza spettatori uomini. La visione della donna è già mutata, la moralità delle sacre scritture di qualsiasi stampo religioso, si contrae di fronte al fantasma di un’Afrodite che nasce nuda dalla spuma del mare. Si provvide dunque a vestire con cura la donna ed a chiuderla per bene in casa, affinché somigli sempre meno a quella Dea del riso e dell'amore voluttuoso che aveva combinato tanti guai in passato. E se l'antica Dea nasceva nuda dal mare, le donne timorate di Dio escono di casa velate… si tratta, va sottolineato, di un'invenzione dell'occidente, già caldeggiata dagli antichi Romani e giunge agli Arabi attraverso Bisanzio. Nel 1096 nessuna cristiana benestante sarebbe uscita di casa senza velo. Oggi la danza del ventre riscopre questi sacri valori della donna: “la volontà di Afrodite si attiva non solo nel mondo umano e animale, ma in tutta la natura, poiché ella promuove il sacro connubio del cielo e della terra, onde nasce ogni forma di vita. E’ Afrodite a rivelarci che l’esperienza erotica, se da lei illuminata e animata, può essere una forma sublime di conoscenza di sé e dell’altro che il desiderio ci ha posto accanto, una conoscenza in cui corporeità e spiritualità si fondono in un unico respiro.” Il tanto declamato senso del peccato e l’immagine della donna, Eva tentatrice e traditrice, si anima di una forza ed un significato nuovo che proviene dall’antichità. La donna che danza non è solo sensualità in movimento, ma è preghiera e rito. Non si tratta dunque di andare a contrastare un ideale di bellezza dello spirito attraverso la contrapposta carnalità, bensì di andare ad intrecciare due mondi, quello fisico e quello spirituale, in una coralità degna della celebrazione del divino.
Il gioco dei veli è senza dubbio molto erotico e la danza del ventre lo dimostra. Effettivamente nell'harem islamico, il corrispondente del nostro gineceo, si pensava un po' meno ai lavori tessili e un po' di più al sesso, ma non da sempre.

In India le signore, libere dai lavori servili, si dedicano con passione religiosa alla cura del proprio corpo: le abluzioni giornaliere, la depilazione completa, un'accurata profumazione di se’ e degli ambienti, l'esercizio fisico, la scelta d'abiti variopinti, preferibilmente in morbida seta e di gioielli d'argento tintinnante, il trucco accurato del viso sono requisiti essenziali d'una giovane sposa che s'appresti a soddisfare il proprio signore. Venere è anche la pelle, quindi anche qui torna il contatto. La parte che ci definisce rispetto all’altro è la pelle. Se non siamo definiti non possiamo sperimentare la relazione. L’idea della pelle in casa VII è il confine massimo, oltre la pelle c’è qualcosa di diverso da noi. La possibilità di provare gratificazione o gusto dal contatto nasce dalla prima sperimentazione del contatto, con la madre.

Le donne islamiche a loro volta si dedicano al godimento pieno ed immediato dell'unica famiglia che Dio ha concesso, la soddisfazione dell'unico uomo che la società permetta d'amare e che ha tanto bisogno di rilassarsi dopo anni di nomadismo nel deserto. In particolare la danza del ventre, che aveva una sua tradizione mai del tutto dimenticata nel Mediorientale dedito al culto della Grande Madre, diventa un elemento indispensabile della sessualità e le fanciulle da marito sono istruite in questo senso da vere e proprie professioniste, diventando ballerine appassionate. Ben presto ci si accorge, o forse fa testimonianza un sapere antico, che questo ballo è molto di più che uno svago: il controllo dei muscoli ventrali che le famose vibrazioni comportano è, infatti, un'eccellente preparazione al parto, nonché un'efficace prevenzione di molti disturbi della colonna vertebrale. Rilassando e muovendo morbidamente pancia e bacino si rilassa l’utero, accompagnando tali movimenti con una tecnica di respirazione profonda si effettua una preparazione che può risultare vantaggiosa al momento del parto. Ancora oggi in molte famiglie arabe, quando una donna sta per partorire, le donne della famiglia eseguono il cerchio intorno a lei e danzano esortandola a muoversi per facilitare e ammorbidire il parto. E’ importante considerare che ogni profilo femminile deve trovare espressione nella donna “ogni immagine merita reverenza ma a tempo e luogo … offendere una figura della nostra psiche, e quindi una figura divina, è come modificare in parte, e si può dire in toto, la nostra personalità, al punto da raggiungere, in alcuni casi, la drammaticità della psicopatologia” .

Isathar

L’immagine più rappresentata della dea Ishtar, la Grande Madre babilonese, è senza vesti per significare che la Verità non ha bisogno di coprirsi di veli. Sul suo capo spicca l'emblema lunare, nelle mani tiene una coppa contenente il nettare della Vita, simbolo dell’abbondanza e dello scorrere senza fine della creazione e, nella sinistra, un loto, il fiore che nasce sott'acqua che simboleggia la purezza e contiene numerose proprietà benefiche secondo la cultura orientale. Viene venerata come dea della Luna, le simbologie che le sono legate la avvicinano molto anche alla Afrodite greca. Viene equiparata alla dea sumera Inanna, a Canaan alla dea Astarte, è Attar in Mesopotamia, Athtar nell’Arabia Meridionale, Astar in Abissinia, Atargatis in Siria; in Egitto la divinità corrispondente è Iside. Alla dea Ishtar vengono collegati gli appellativi di Argentea, mentre Venere è la dorata, vestita del cinto dono di Efesto e di tutte le meraviglie d’oro opera di questo marito tradito continuamente, Produttrice di Semi, e Gravida. Viene adorata come dea della fertilità, dalla quale proviene il potere della riproduzione e della crescita per i prodotti dei campi, di tutti gli animali e dell’uomo. Per una naturale conseguenza essa divenne la dea dell’amore sessuale e la protettrice delle prostitute, è colei che apre l’Utero, è il principale rifugio delle madri nelle doglie del parto. Tutta la vita proviene da lei: piante, animali, esseri umani sono i suoi figli. Ma Ishtar possiede un carattere un lato oscuro, non è soltanto la dispensatrice della vita, ma anche la distruttrice. Come la Luna, nel suo periodo crescente, tutte le cose si sviluppano, e nella sua fase calante tutte le cose «sono diminuite e rese infime». Nel continuo ciclo di nascita, crescita, riproduzione e morte sono nascosti i segreti della dea. Ishtar regnava su tutti i cicli o mesi lunari dell’anno, tutto ciò che era nato durante i dodici mesi dell’anno veniva considerato un suo frutto. Questa idea era splendidamente espressa nella credenza che suo figlio, Tammuz fosse la vegetazione, infatti veniva chiamato Urikittu, il Verde. Nel mito, col sopraggiungere della virilità, divenne l’amante della madre. Anno dopo anno, però, essa lo condanna alla morte, e al volgere dell’anno, intorno al tempo del solstizio estivo, egli muore e scende nell’oltretomba. In Mesopotamia il rigoglio primaverile ha vita molto breve, viene bruciato dal sole estivo, e per questo la morte di Tammuz non avviene in autunno ma all’inizio dell’estate. Alla sua morte, la dea, e tutte le donne con lei, prendono il lutto nel mese chiamato con il suo nome. Il lutto rituale per Tammuz richiama il digiuno annuale del lamento per la morte di Adone. Il lutto di Afrodite per Adone o di Ishtar per Tammuz è l’origine mitica del digiuno delle lamentazioni, che costituì un rituale di primaria importanza nella religione della Grande Dea. Il Ramadan corrisponde al lutto per la morte di Tammuz. Così anno per anno, Tammuz periva e discendeva nel mondo infero. Ishtar e tutte le donne prendevano il lutto per lui, e infine essa intraprendeva il pericoloso viaggio nella terra del non Ritorno, per liberarlo. Lì, mentre passava davanti a ciascuna delle sei porte che proteggono il luogo le venivano strappati i suoi brillanti gioielli, dopo essere stata privata della sua forza per la perdita dei gioielli, doveva combattere contro sua sorella Allatu per il possesso di Tammuz. Ishtar è considerata Regina sia degli Inferi che del Cielo e della Terra poiché essa passa attraverso i Mondi Superiore e Inferiore. Quando la Signora Ishtar è via negli inferi, sulla terra cade una terribile depressione e disperazione, durante la sua assenza non può essere concepito nulla. Il mondo intero viene descritto sprofondato in una sorta di inattività senza speranza, in lutto in attesa del suo ritorno, soltanto dopo questo sulla terra la fertilità, e anche del desiderio sessuale, tornavano. La seducente dea, come Venere, aveva molti amanti. Era venerata come colei-che accettava-tutto, agire secondo la sua natura significava che Ishtar dove ama deve darsi, ma non può mai essere posseduta, è sempre una dea vergine. Questa concezione della natura della dea è apparsa in deciso contrasto con l’ideale del matrimonio esemplificato da divinità come Era. Nel caso di Ishtar si tratta di fedeltà, non ad un contratto, ma al sentimento attuale, alla realtà come è vissuta nel momento. Dalle iscrizioni e invocazioni che sono state preservate su monumenti, monete, e simili, possiamo ricostruire qualche aspetto del modo in cui gli antichi concepivano le sue qualità e il suo potere. Viene rappresentata come la Dea di Tutto, Regina del Cielo, l’Onorata, La Vacca Celeste. Era nata dalla spuma del mare esattamente come la latina Venere. In una delle sue forme era rappresentata anche come mezzo pesce, una sorta di sirena o leviatano, abitatrice delle acque primordiali. Il suo simbolo era un albero chiamato Ascera, che veniva trattato come se fosse la dea stessa. Era chiamata anche Dea della Terra, Signora delle Montagne, La Regina della Terra e Padrona dei Campi. Nella sua persona è Dea del Cielo, Dea della.Terra e Dea degli Inferi. Nella sua fase luminosa o sopramondana, Ishtar veniva adorata come la Grande Madre che porta la fecondítà sulla terra e si prende cura dei suoi figli. Come Regina del Cielo si riteneva che guidasse le stelle. Essa stessa una volta era stata una stella, la stella del mattino e della sera, che accompagnava Sinn, l’antico dio della luna, in veste di moglie. Ma in seguito prese il posto del dio e regnò di sua luce propria, diventando Regina di tutte le Stelle e Regina del Cielo. Su un carro tirato da leoni o da capre viaggiava nel cielo. Gli antichi arabi chiamavano le costellazioni zodiacali Case della Luna, mentre tutta la striscia zodiacale era chiamata la «cintura di Ishtar», un termine, che si riferisce al calendario lunare degli antichi, per i quali i mesi erano le dodici lune dell’anno solare. Per questa valenza Ishtar era anche Dea del Tempo, i cui movimenti dirigevano la semina e la mietitura e controllavano il ciclo annuale delle attività agricole. Era conosciuta come il governatore morale dell’uomo. Come Regina degli Inferi, però, diveniva ostile all’uomo e distruggeva tutto ciò che aveva creato precedentemente nella sua attività sopramondana: in questa fase era chiamata Distruttrice della Vita. La sua celeberrima fama la condusse anche ad essere rappresentata come Dea dei Terrori Notturni, Madre Terrificante, dea delle tempeste e della guerra. Un’altra prerogativa che le veniva riconosciuta era quella di inviare i sogni e i presagi, la rivelazíone e la comprensione delle cose nascoste, per mezzo della sua magia gli uomini ottenevano potere e conoscenza, spesso conoscenza illecita, delle cose segrete e nascoste la cui comprensione reca di per sé il potere. Ishtar intraprendeva il pericoloso viaggio negli inferi e, sebbene piena di dolori, vinceva alla fine l’oscurità e sorgeva di nuovo come luna nuova, piccola all’inizio ma con il potere di ricreare se stessa. Perciò, come Sinn, che la precedette, e come Osiride degli Egiziani, diventò la Dea dell’Immortalità, la speranza della vita dopo la morte. Nelle sue forme continuamente mutevoli essa interpreta tutti i possibili ruoli femminili. È chiamata figlia e sorella del dio lunare, il quale nello stesso tempo è anche suo figlio. È la Donna, la personificazione, come direbbero i Cinesi, di yin, il principio femminile, l’Eros. Per le donne è il principio stesso del loro essere; per gli uomini la mediatrice tra se stessi e la fonte segreta della vita nascosta nelle profondità dell’Inconscio.

Afrodite
Dea greca dell’Amore, della bellezza e dell’arte, nel senso della capacità di raffinare l’arte, Afrodite corrisponde alla Venere dei romani, ed è considerata da tutti, divini e mortali, la più bella tra le Dee, la più irresistibile ed attraente, vero simbolo dell’Amore, di cui non solo si fa portatrice, ma che incarna e rappresenta. Afrodite nacque quando Crono spodestò il padre, Urano, a colpi di falce. Quando il membro divino cadde nel mare, l’acqua cominciò a ribollire, trasportata su di una conchiglia, Venere in tutto il suo splendore, apparve sulla superficie dell’acqua sospinta dagli Zefiri. Le Ore, figlie di Teti, che giocavano sulla spiaggia videro la dea e corsero verso di lei per coprirla con veli ed intrecciarle i biondi capelli con corone di fiori. Zeus, l’accolse sull’Olimpo come figlia adottiva. Si narra, tra le varie vicende che la raccontano che un giorno, volendo rendersi utile, Venere si mise a tessere ad un telaio, sorpresa da Atena, dea delle arti, venne subito fraintesa, perché l’arte del tessere era una virtù appartenente ad Atena che se ne lagnò con Giove. Afrodite dopo aver fatto le sue scuse ad Atena decise di non lavorare mai più, e di dedicarsi solamente a far innamorare tutti di lei. Fu moglie infedele d’Efesto, ebbe numerose relazioni, tra gli altri con Ares, il dio della guerra, dal quale avrebbe avuto più figli (anche su questo vi sono diverse versioni) :Eros (Cupido), cioè l’Amore (secondo un’altra versione nato per partogenesi), e Anteros, ossia l’Amore corrisposto. Dalla loro unione nacquero anche Demo e Fobo (il Terrore e la Paura), oltre che Armonia. Tra i figli di Afrodite ricordiamo anche Imene, Dio delle nozze, in onore del quale giovani e giovinette cantavano inni durante le cerimonie solenni dello sposalizio. Adone il bellissimo cacciatore, che ebbe il malaugurato destino di essere assalito un giorno da un feroce cinghiale e di rimanerne ferito a morte, versando larghi fiotti di sangue dalle crudeli ferite che avevano lacerato il suo corpo. La Dea in suo ricordo volle che le sue spoglie, ogni primavera, ritornassero a vivere e a fiorire sotto l'aspetto dell’ anemone, il fiore dall'intenso colore porporino. ed Anchise principe troiano da cui nacque Enea destinato a fondare la civiltà dei latini.
Era venerata con vari epiteti che alludevano alla sua qualità di suscitatrice della vegetazione (Anthéia), di protettrice della navigazione (Pontìa), o dei combattenti (Areia, e in tal caso essa era venerata accanto ad Ares); gli altri a lei frequentemente dati di Ouranìa, "celeste" e Pandemos "di tutto il popolo", sono riferiti alla sua natura di dea dell'amore spirituale e sensuale.
Fu la dea della bellezza quando vinse la gara suscitata dalla dea della Discordia tra lei, Era e Atena, promettendo al giudice, che era il figlio di Priamo, Paride Alessandro, il possesso della donna più bella del mondo, cioè Elena, moglie di Menelao, re di Sparta; e creando così i prodromi della guerra di Troia. L’innamoramento che scatena la guerra di Troia vede rivali Atena che vuole riportare l’ordine e Afrodite che vuole oltrepassare i canoni. Sarà la prima ad ottenere la vittoria, con ciò sancendo in modo definitivo la supremazia del patriarcato per i secoli a venire.
Lei rappresenta quella potenza che spinge un essere irresistibilmente verso un altro essere, l’amore passionale. Infatti veniva raffigurata, cinto il corpo di rose e di mirto, su un carro tirato da passeri, colombe e cigni, mentre indossava il famoso cinto magico, che rendeva irresistibile chiunque lo possedesse, perché vi erano intessute tutte le “malie” di Afrodite, il desiderio e il favellare amoroso e seducente che inganna anche il cuore dei saggi, come diceva Omero. Afrodite invece incarna proprio il principio del piacere fine a sé stesso, Lei ama per il piacere di amare, e a differenza di altre, sceglie ad uno ad uno i suoi amanti, non subendo mai le altrui scelte. Con il suo cinto magico, che indossa per sedurre chiunque lei scelga di amare, fa dono della sua bellezza e del suo amore, senza altri scopi se non l’amore stesso. La sua gratificazione personale è legata al suo personale valore ed al fatto di scegliere, ed è proprio questo che la rende irresistibile, la sua autenticità. Lei infatti incarna l’amore, prima di tutto per sè stessa, poi verso gli altri. “ le opere di Afrodite, non hanno mai sosta, perché il desiderio di trasformarsi continuamente si rinnova … E’ la bella Dea che benedice il ventre delle donne, lo protegge mentre si gonfia, e al momento del parto allevia i dolori che amore causò…è lei la custode dei misteri dell’amore da cui dipende ogni vita.” Afrodite non ama per compensare un vuoto, o per “sistemarsi” o per procreare, Lei basta a sé stessa e nonostante le innumerevoli relazioni, ed il matrimonio con Efesto, ha l’energia di una single, tant’è che i suoi figli vengono allevati dai padri. Venere nel mito rappresentava la classe sociale femminile delle etarie. Le etarie avevano accesso alla cultura ed erano anche le iniziatrici sessuali degli uomini, potevano studiare e potevano scegliere. Solo se era di natura nobile la donna poteva diventare etaria. Erano donne molto raffinate, colte, che sapevano usare l’arte. Altra cosa che la distingue e la rende estremamente pericolosa agli occhi di uomini e donne più insicuri è che Afrodite non mostra nessuna indecisione nell’esprimere la sua attrazione e utilizza l’erotismo come strumento di seduzione. Lei non attrae per ciò che offre, come altre Dee e mortali più materne e compassionevoli di Lei, ma per ciò che è, e proprio questo suo essere sé stessa fino in fondo produce la grande attrazione. “Non appena Afrodite appare, trasforma la genialità ossessiva di Urano in un’arte sottile in cui è essenziale un’esatta misura di distanza e vicinanza perché la sua magia possa operare.” L’amore per Lei dunque può anche dare gioia agli altri, ma assolutamente non dipendenza. Lei non fa nulla per essere amata, bensì incarna l’amore, elargisce questo sentimento senza aspettarsi che arrivi dall’altro, come se permettese all’altro di sperimentarlo attraverso se stessa. La compassione di sicuro non le appartiene, persino nel rapporto con i figli. Gli uomini con cui si rapporta appartengono sia al regno delle divinità che a quello degli umani indifferentemente, ciò che conta è il suo desiderio e la sua scelta, che deve prima di tutto gratificare Lei. Afrodite viene spesso rappresentata con uno specchio in mano. Lei si specchia e si piace, indipendentemente dall’altrui giudizio.Per questo anche nel mito più e più volte si scontra con la morale collettiva. Non è che sia priva di etica come vorrebbero farci credere i suoi detrattori. E’ che l’etica di questa irresistibile Dea non è legata alla morale collettiva né tantomeno a quella religiosa, bensì al senso del suo valore personale. Lei vuole condurci ad esplorare il grande tema del rapporto con sé stessi e la propria interiorità, in altre parole il grado della nostra autostima. La sua bellezza infatti è qualcosa che va ben al di là del concetto estetico. La bellezza di Afrodite, ma ancor più della romana Venere, ha molto a che fare col concetto di armonia. Se per i greci questa armonia riguardava principalmente la perfezione delle forme, con Venere si parla di una bellezza interiore, legata all’essere veri ed autentici. Peraltro al di là dei suoi comportamenti amorosi, va riconosciuto che Lei sempre nel suo agire ama la chiarezza e la sincerità ed infatti tutto ciò che fa, avviene sempre alla luce del sole. Anche per questo viene definita la dorada, l’aurea, al di là dal fatto che era sempre vestita con oggetti d’oro per lei fabbricati da Efesto. Dunque il vero significato a cui può condurci la “venerazione” per questa alchemica Dea dell’Amore, è lo scoprire sè stessi riflessi in ciò che si ama, per poi ancor più amare sé stessi, la vita, e l’amore.
Ogni volta che ci occupiamo della bellezza del nostro corpo e del nostro spirito, o stiamo esprimendoci creativamente, o stiamo lavorando per creare armonia intorno a noi; ogni volta che ci innamoriamo di una persona, di una cosa o di un momento, oppure che facciamo qualcosa che ci piace veramente e fino in fondo; ogni volta che sentiamo di stare bene con noi stessi e di sprizzare amore da ogni poro della pelle, stiamo rendendo onore alla bella e sensuale Dea Venere-Afrodite.
 

 
 
 
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