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- Astrologia e dintorni

ALCUNI CONCETTI SULLA TEORIA JUNGHIANA DELL'INCONSCIO
     a cura di Gianfranco Casalis
 
Alcuni concetti sulla teoria Junghiana dell'inconscio

Sia Freud che Jung, che erano venuti a contatto con fenomeni psichici cui da sempre nella storia del genere umano si era provato a dare una spiegazione, sia pure irrazionale, giunsero a una rappresentazione originale che segnò una nuova era del rapporto dell’essere umano con la psiche. Con Freud ogni fenomeno psicologico, dal sogno, al lapsus, al sintomo, comincia ad avere un significato. Il nostro apparato mentale è costantemente attivo, svolge costanti e innumerevoli funzioni sia durante la veglia sia durante il sonno, ma soltanto una piccola parte di questa attività mentale è conscia, poiché la gran parte dei processi mentali permangono in territori non conosciuti della nostra mente. Quando si parla di inconscio si vuole intendere quell’insieme di aspetti, contenuti o elementi della mente che non sono accessibili alla coscienza.
Il concetto d’inconscio esisteva già prima di Freud in un’ottica prevalentemente filosofica, ma il maestro della psicoanalisi ne dà una versione esclusivamente psicologica caratterizzata dal concetto di rimozione. La rimozione è un meccanismo psichico che allontana dalla coscienza desideri, pensieri o ricordi considerati intollerabili e assurdi dall'Io, e la cui presenza determinerebbe dispiacere, quindi sofferenza. È un processo psicologico inconscio il cui meccanismo agisce sulla pulsione stessa, alla quale viene impedito di insediarsi nella sfera della coscienza. L’individuo non è in grado di sapere, quando rimuove, ma si può comprendere, quando una pulsione è rimossa, nel momento in cui un sintomo o una serie di sintomi, che si manifestano alla superficie della coscienza, rivelano la presenza della rimozione. Freud riuscì a ricavare le prove indiscutibili dell’esistenza di energie che sbarrano il passo a determinati contenuti psichici nel divenire coscienti studiando i malati che soffrivano di isteria. Egli scoprì che i ricordi erano in possesso della mente dell’individuo sofferente e pronti ad affiorare, ma una certa forza si opponeva al loro divenire coscienti. L’inconscio per Freud era considerato come un insieme di processi e impulsi che non emergevano alla coscienza dell’individuo e non erano controllabili dalla ragione. In un primo momento egli parlava dell’inconscio come di una parte della mente in cui si trovavano i contenuti psichici rimossi e in seguito sosteneva come tali contenuti potessero riaffiorare nei sogni in forma simbolica, o manifestarsi attraverso i lapsus e gli atti mancati. Per Freud nella nostra mente esiste una dimensione inconscia, in cui si nascondono istinti e desideri, soprattutto di natura sessuale, il cui contenuto non si manifesta a livello della coscienza e che se non vengono soddisfatti determinano disturbi più o meno gravi del nostro agire. L’inconscio era un territorio della ragione che sconfinava quella dell’Io e che comunicava la verità non consapevole attraverso i sintomi. In tal modo era possibile conoscere alcuni aspetti della personalità dell’individuo attraverso l’analisi dei sogni o le manifestazioni d’ansia, disagio psichico o comportamenti e modi di dire apparentemente insignificanti. Freud era convinto che il sogno fosse un’espressione psichica, mirata alla realizzazione di un desiderio pulsionale non realizzato nella realtà e che ricavava i propri contenuti latenti dall’inconscio. Egli riteneva che la sofferenza psichica, e in particolare la nevrosi, fosse legata, per così dire, a un’insana gestione dei rapporti con l'inconscio. Tale autore sosteneva che affinché l’essere umano potesse vivere una vita più soddisfacente e libera da nevrosi doveva imparare a controllare meglio il rapporto tra conscio e inconscio, vale a dire, tra la parte razionale e quella irrazionale del proprio essere.
Jung e Freud avevano, in gran parte, una diversa concezione dell’inconscio e l’interpretazione dei sogni di Jung si differenzia molto da quella di Freud. Per Freud l’inconscio consiste, come sopra citato, in un insieme di materiale rimosso, vale a dire, di materiale sperimentato consciamente nel passato dell’individuo e poi rimosso e, inoltre, questo materiale, è composto completamente di desideri sessuali infantili. La conclusione è che l’inconscio può soltanto desiderare ed è amorale e di conseguenza nell’inconscio non può esserci conflitto. I desideri sessuali incompatibili con l’Io e rimossi, possono emergere nei sogni in forma alterata, vale a dire in simboli, con lo scopo di evadere la censura del preconscio, inteso come mediatore fra l’inconscio e il conscio. Per Freud, i sogni hanno la funzione di alleggerire la tensione attraverso una compensazione illusoria di questi desideri proibiti e rimossi permettendo all’individuo di poter continuare a dormire.
La teoria junghiana dell’inconscio è differente da quella freudiana nella quasi totalità di questi aspetti e in conseguenza di ciò anche nella concezione dei sogni. Jung è d’accordo con Freud nell’affermare che certe esperienze individuali del passato possono essere rimosse e che per questo motivo parte dell’inconscio consiste di queste esperienze personali trasferite nell’inconscio che Jung stesso definisce “inconscio personale”. Jung, però, sostiene che uno studio dei sogni, nondimeno delle illusioni, delle allucinazioni e delle idee bizzarre degli psicotici, prova chiaramente che in esse esiste un materiale che non avrebbe mai potuto originare da esperienze personali, ma che deve provenire, invece, da princìpi e strati mentali molto più arcaici, l’origine dei quali si può rintracciare soltanto nei nostri antenati primitivi e nelle esperienze della razza.
Freud sviluppa un discorso in parte sfiduciato, pessimista che fa appello alla fenomenologia ordinaria e della vita quotidiana, al contenuto normale della coscienza di ciascun individuo e evidenzia come l’individuo sia meno cosciente di quello che pensa, ma che soprattutto razionalizza, vale a dire, si dà spiegazioni inventate, apparentemente logiche e plausibili senza rendersi conto che esiste un'altra parte che agisce nel fondo del suo mondo interno e che in qualche modo lo condiziona.
In Jung l'inconscio è un mondo più articolato che in Freud, ha una sua importanza maggiore, ha una sua più rilevante autonomia e soprattutto si esprime maggiormente in strutture indipendenti e in un discorso suo autonomo.
Per Jung, quindi, l’inconscio comprende non soltanto i contenuti rimossi, ma anche quel materiale psichico che non raggiunge la soglia della coscienza e questi, secondo Jung sono i germi di successivi contenuti coscienti e, inoltre, l’inconscio è continuamente occupato ad associare e dissociare i suoi contenuti. Secondo Jung esistono in ogni individuo, di là dei ricordi personali, la grandi immagini “originarie”, vale a dire le possibilità ereditarie dell’immaginazione umana. Questa ereditarietà può spiegare la presenza sulla terra, in forme equivalenti, di determinati elementi e motivi mitici. Jung vuole evidenziare che ciò che si eredita non sono le rappresentazioni, ma la possibilità di rappresentare e, inoltre, come le fantasie di questo tipo non risalgano a ricordi personali, ma appartengano allo strato più profondo dell’inconscio, quello in cui riposano come addormentate, le immagini originarie comuni a tutta l’umanità. A queste immagini Jung ha dato il nome di “archetipi” e evidenzia come: “I maggiori e migliori pensatori dell’umanità si formano sulle immagini originarie come su una trama”. Jung distingue perciò fra l’inconscio personale che consiste, come per Freud, di quegli elementi che sono stati consci e che in seguito sono stati rimossi, e l’inconscio razziale o collettivo, che è composto dei residui di tutte le esperienze ataviche che si manifestano in immagini primordiali. Tale autore evidenzia che ha scelto il termine collettivo, poiché, questa parte dell’inconscio non è individuale, ma universale, vale a dire, con contenuti e forme di comportamento che sono più o meno gli stessi in ogni luogo e in tutti gli individui. L’inconscio collettivo è un precipitato di tutte le esperienze umane fin dalle origini, un insieme di esperienze ancestrali che si sono ammassate, accumulate per rinascere in ogni struttura individuale. È per questo motivo che i simboli e i miti dei popoli più diversi si somigliano molto e conservano, nella psiche, non soltanto l’evoluzione comune a tutta l’umanità, ma anche il nostro substrato animale. L’inconscio junghiano contiene uno strato personale che spinge il suo limite nei primissimi ricordi infantili e uno strato collettivo che contiene i residui della vita ancestrale e mentre le immagini dell’inconscio personale sono “piene”, poiché “vissute”, gli archetipi dell’inconscio collettivo non lo sono perché sono forme che l’individuo non ha vissuto di persona. Jung sostiene che le immagini che sorgono dall’inconscio hanno un carattere “celeste”, vale a dire, che contengono un dinamismo contemporaneamente terribile e attraente, tipico del divino. Secondo Jung, la trasformazione e lo sviluppo della nostra personalità ci spingono verso un’unione interna, anche se la coscienza trova resistenza, poiché l'inconscio, sembra estraneo e spaventoso. Inoltre, è difficile pensare all'idea di non essere noi gli unici padroni in casa nostra e così privilegiamo l’identificazione con la nostra parte cosciente che si crede onnipotente, ma anche se lo vogliamo o no, siamo continuamente messi a confronto con questo mondo interno, e come dice Jung “Che esso sia amico o nemico dipende esclusivamente da noi”. L’ipotesi dell’inconscio collettivo, con il concetto connesso di archetipi, è insieme al processo di individuazione, uno dei temi fondamentali della teoria junghiana, in base alla quale si sostiene che l’essere umano è agito da una psiche oggettiva ereditaria, e non solo, quindi, da contenuti inconsci derivanti dalla storia personale, da complessi che affondano le loro radici nel rapporto con i genitori, o dalla rimozione dell’istinto. Jung ritiene, infatti, che l’essere umano è erede di una memoria inconscia, che rappresenta il sedimento delle esperienze fondamentali nella sua storia evolutiva. Secondo Jung, l’inconscio collettivo ha la funzione di attivare delle risposte di adattamento che consentono al genere umano di sopravvivere. Per tale autore, dunque, l’inconscio collettivo rappresenta una funzione adattiva della psiche umana di fronte a quelle angosce primarie che farebbero temere di disintegrare la nostra identità, il nostro senso di coesione e continuità. Si potrebbe dire che la psicologia junghiana, improntata al teleologismo della psiche e all’idea della compensazione psichica, aiuti a vivere, e si potrebbe definire una psicologia della trasformazione, una psicologia ottimistica, contrariamente all’ottica freudiana che è centrata sul predominio dell’istinto di morte nell’economia psichica della personalità.


 

 
 
 
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