domenica 14 agosto 2022
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SAN GIUSEPPE BENEDETTO COTTOLENGO
     a cura di Fassio Lidia
 
SAN GIUSEPPE BENEDETTO COTTOLENGO
Presento qui l’ottica assistenziale di Don Giuseppe Cottolengo. Egli nacque a Bra (Cuneo) il 3/5/1789 alle h 6,30 di mattina; è quindi un Toro con ascendente Toro. Figlio di una famiglia borghese, conseguì la laurea in Teologia a Torino dove conobbe Vincenzo De’ Paoli che divenne suo modello di vita.
La sua attività assistenziale iniziò nel 1828 con l’apertura della “Volta Rossa”, una piccola infermeria destinata ad accogliere i malati poveri della città che venivano rifiutati dagli ospedali esistenti. Il lavoro principale veniva svolto da lui e dalla gente comune che si offriva volontaria nell’opera di assistenza.
L’infermeria venne chiusa nel 1831 dalle Autorità per evitare ogni pericolo di contagio durante l’epidemia di colera che sconvolse la città per quasi cinque anni. Egli però non si arrese e l’anno successivo inaugurò la “Piccola Casa della Divina Provvidenza” che conservava le caratteristiche della “Volta Rossa” poiché aveva come intento quello di “accogliere ammalati poveri, affetti da mali incurabili e acuti e privi di ogni possibilità di assistenza”. E’ interessante notare come la parola “accoglienza” nella sua Casa sostituisca quelle di “ospizio-ricovero” presenti invece nell’opera Barolo e nelle altre dell’epoca.

La Piccola Casa nasce con vocazione ospedaliera: lì si trovano attrezzature sanitarie e chirurgiche di ottima qualità – nulla lasciava a desiderare a cominciare dall’assistenza – come disse il Dr Granetti che era il coordinatore sanitario. Qui esercitava anche il medico di Casa Reale Dr. Rossi, in qualità di consulente per i casi più gravi. Non vi era alcuna restrizione nei medicinali che venivano forniti prima dal farmacista di Casa Reale Dr. Anglesio e poi dall’organizzata farmacia interna. Successivamente la Piccola Casa si allargò molto e divenne una vera famiglia per gli orfani, i sordomuti, gli adolescenti caratteriali, gli invalidi e tutti coloro che necessitavano di assistenza e di cure. Lo spirito e lo scopo della Casa erano all’avanguardia per l’epoca: Cottolengo infatti intendeva offrire una concreta speranza di riabilitazione a coloro che per vari motivi si trovavano ai margini della società. Questo infatti, e non l’obiettivo di recludere persone considerate pericolose o indesiderate, era lo scopo che tutti dovevano perseguire mediante attività concepite non in funzione punitiva (come accadeva nei ricoveri tradizionali di mendicità) ma come possibilità di crescita e di espressione delle singole potenzialità.

Cottolengo sostenne con tutte le forze che l’opera doveva mantenere un criterio di accoglienza senza mai trasformarsi in ospedalizzazione o istituzionalizzazione dello svantaggiato. All’interno doveva esserci un clima di convivenza che non prevedeva barriere né distinzioni tra gli assistiti e gli assistenti. Doveva essere una famiglia. La quantità e la qualità dell’assistenza nella Piccola Casa rappresentarono un’esperienza unica nella Torino di Carlo Alberto; la Gazzetta Piemontese la definì “un’enciclopedia dell’assistenza” e tutti furono sempre stupiti che all’interno non esistesse alcun regolamento scritto. L’unica regola era che ognuno doveva contribuire compatibilmente con il proprio grado di maturità e di coscienza, coinvolgendosi con gli altri alla costruzione di un ambiente umano e familiare.

Abbiamo detto che Cottolengo era un Toro con ascendente Toro. Noi tutti sappiamo bene quanto questo segno sia dotato di umanità e di calore avvolgente che viene espresso con assoluta naturalezza e spontaneità senza ostentazioni di sorta, perché ha una visione semplice e pratica della vita. Il Toro è attentissimo e sensibile alla qualità della vita e, poiché è ottimista ma allo stesso tempo realista, vede nella cura e nella riabilitazione uno strumento efficace per riportare le persone alla gioia e alla serenità di vivere. Tende a sdrammatizzare le situazioni e vede nell’impegno costante e progressivo un modo per realizzare concretamente ciò che si prefigge.

Il tema di Cottolengo presenta ben quattro pianeti in Toro casa 12a, tra cui anche Giove e Venere, i due signori del segno che assicurano la capacità di lottare per conquistare giorno dopo giorno sicurezze affettive e materiali, in questo caso rivolte agli ammalati e ai sofferenti. La casa 12a è infatti il settore dell’assistenza, delle cure e della dedizione verso gli emarginati, ed è anche la casa dove la diversità è vista con occhio normale e sereno, senza pregiudizi, e il segno del Toro la mette al riparo dagli idealismi esasperati e dal pericolo di risvolti pieto-masochisti.
Il Toro tende poi a ricreare, in qualunque casa vada a cadere, un’atmosfera avvolgente e protettiva per le persone che gli stanno a cuore, con sicurezze che devono essere di ordine materiale e affettivo: in poche parole un “clan”. E Cottolengo si batté per tutta la vita per tenere fuori dalla sua Casa tutti coloro che ne avrebbero snaturato gli scopi originari con pretese di organizzazione e di controllo.

Le quadrature che Sole e Mercurio fanno alla strettissima congiunzione di Saturno e Plutone in casa 10a testimoniano il suo scontro costante con l’autorità e con il potere costituito, a salvaguarda dell’autonomia e dell’indipendenza della sua opera, e mettono in luce i vari subdoli tentativi della burocrazia reale di arrivare a manovrare in qualche modo la cospicue entrate di denaro che arrivavano da più parti e che rappresentavano una forte attrazione per il potere (Plutone quadrato Mercurio).
E’ famosissima la sua opposizione al Re Carlo Alberto in persona allorché questi si presentò insieme ad una “Commissione Governativa” per ispezionare registri e conti. Cottolengo rifiutò loro l’ingresso scusandosi ma spiegando che “un Canonico non ha bisogno né di ragionieri, né di spenditori, né di carte, né di amministratori, né di registri, né tanto meno di Commissioni Governative, poiché – aggiunse – il solo bisogno di un Canonico è quello della Provvidenza”. In effetti, nel suo tema è evidente la fermezza e la decisione, anche se questa non avveniva in forma aggressiva e rigida, poiché la congiunzione Marte/Urano si trova nel segno del Cancro al sestile del Sole/Mercurio in Toro, due segni femminili che adottano strumenti di difesa passiva, anziché opporsi con la forza.

Il Toro è poi famoso per essere tutt’altro che duttile sulle questioni che ritiene di principio. La Venere in casa 12a induce ad interessarsi con un occhio di riguardo alla salute altrui, salute intesa soprattutto come rigenerazione mentale e fisica poiché, essendo un segno Terra legato alle cose concrete, esula da atteggiamenti pietistici intrisi di falso misticismo. Dotato di un’autentica e sana religiosità egli possedeva una reale carità cristiana e la forza necessaria per tradurre materialmente i propri ideali, sostenuto sempre dall’ottimismo e dalla fede che non gli farà difetto neppure nei momenti più drammatici.
La congiunzione Marte/Urano/Luna in casa 3a quadrata al Nettuno in casa 6a simboleggia in modo inequivocabile i conflitti della ristretta mentalità borghese della Torino di allora che aveva cercato più volte di far intervenire le autorità per privarlo delle autorizzazioni che gli consentivano di portare i suoi malati in luoghi termali di villeggiatura frequentati dalla borghesia e dalla nobiltà che non sopportavano il “triste spettacolo dei malati gravi della Piccola Casa”. Ad Acqui Terme egli fu costretto a scrivere una lettera al Re in cui, in tono estremamente provocatorio, chiese: “ma questi malati non sono forse anch’essi sudditi di tutte le province dello Stato di Sua Maestà?”. Il Nettuno in casa 6a testimonia poi l’insofferenza che egli nutriva per la burocrazia, le regole e le norme che l’apparato statale tentò sempre di fargli accettare. Lo stesso Nettuno sarà testimoniato dalla malattia infettiva che lo portò alla morte dopo dieci anni di lavoro estenuante e di lotte continue per salvaguardare quanto era riuscito a costruire.

Presentato al XII Convegno di Studi Astrologici di Lisa Morpurgo (1993)
 

 
 
 
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