lunedì 17 giugno 2024
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    GLI ARTICOLI DI ERIDANOSCHOOL
- Astrologia e dintorni

MERCURIO IL GRANDE TRASFORMATORE
     a cura di Lucia Denarosi
 
Mercurio il grande trasformatore
Vedere oltre il ‘guscio’


Velocità, curiosità, arguzia, furbizia, opportunismo, amoralità sono da sempre i tratti che contraddistinguono questo dio “bandito e rapitore di buoi, guida dei sogni e spione notturno” , generato dalla dea Maia e dal Re dell’Olimpo, Zeus.
Fra le qualità mercuriali che la tradizione riferisce, rimane però meno illuminata e forse non pienamente acquisita all’immaginario astrologico la virtù trasformatrice di Mercurio. Già Liz Greene notava come “sebbene non sia considerato particolarmente potente e significativo nell’astrologia tradizionale, che generalmente lo relega nella definizione di ‘comunicazione’ – ci può essere ben più nel pianeta di quanto salti agli occhi. Il Mercurio alchemico è il grande trasformatore; e forse dovremmo ricordarci che è il bisogno di comprendere a sollevare l’uomo sopra gli altri regni della natura, a guidarlo a riflettere sul proprio sviluppo e conseguentemente a cooperare volontariamente con l’inconscio nel suo tentativo di raggiungere un’ulteriore integrazione” .
Gioverà ritornare alla mitologia per cercare di meglio definire i contorni di questa importante qualità mercuriale, e precisamente alla prima delle sue mirabili gesta, compiuta appena il bambino esce dalla culla: la metamorfosi della tartaruga in lira.

Incontrò la tartaruga davanti alla porta della grotta; essa trascinava i piedi come questi animali sono soliti fare. Il figlio di Zeus, il veloce Ermes la vide e rise: “Ecco subito un buon auspicio! Mi fa piacere vederti! Sii la benvenuta, bella danzatrice, compagna dei banchetti! Vieni molto a proposito. Donde mai, o tartaruga, hai preso un sì piacevole giocattolo, lo scudo protettore sulla schiena, tu, che abiti nei monti? Io ti porto a casa perché tu mi sia utile! Si sta meglio in casa, fuori è pericoloso. Anche da viva sarai un mezzo di protezione contro gli incantesimi. Una volta morta, canterai deliziosamente”. Così incominciò Ermes, con l’invenzione della lira. Con entrambe le mani prese la tartaruga, la portò nella grotta e la aprì; la sua parola e la sua azione furono veloci come il pensiero. Fissò nel guscio due canne, nella parte superiore pose un attacco e tutto ciò che si vede in simili strumenti nelle raffigurazioni antiche, e vi tese poi sette corde di budello di pecora. Finito il piacevole giocattolo, ne provò con il plettro il suono; esso risuonò potentemente nelle sue mani.



Due dati colpiscono di più nel simbolismo di questa prima agnizione-invenzione del neonato Ermes: l’abilità nel riconoscere la forma ideale racchiusa nel guscio della tartaruga, e il fatto che tale forma, allusiva al più divino fra gli strumenti musicali, si trovi celata proprio nel più terrestre, e anzi potremmo dire ctonio degli animali. Il termine tartaruga deriva infatti da ‘Tartaro’, che nella cosmologia mitica greca rappresentava la parte più profonda degli Inferi, quasi l’opposto speculare delle altezze celesti. In moltissime tradizioni la tartaruga è figura della dimensione terrena: nell’antica Cina la Terra veniva considerata come poggiata sulla schiena di una tartaruga marina di dimensioni cosmiche, a garantire magicamente la stabilità del cosmo; per i nativi americani la tartaruga è il simbolo della Madre Terra mentre per le popolazioni della Nigeria simboleggia gli organi sessuali femminili, sineddoche della Madre Primordiale.
Il mito sembra dirci dunque che Mercurio vede in trasparenza, attraverso la densità-oscurità della materia e dell’esperienza terrena, l’Idea, il modello spirituale e significante che vi si nasconde. In altri termini, Mercurio presiede alla visione-immaginazione, che nella filosofia platonica ed ermetica si pone alla base di ogni processo cognitivo, in quanto rinviene il legame col modello archetipico che ne costituisce la matrice: intelligenza deriva dal verbo latino ‘intelligere’ (inter ligere), ovvero legare insieme, trovare i rapporti, le connessioni. In questo senso egli è messaggero, intermediario e interprete, responsabile del collegamento fra Terra e Cielo. E di qui anche il significato del suo presenziare alla funzione della memoria, anch’essa platonicamente intesa: per Platone conoscere equivale infatti a ricordare, ovvero risvegliare le verità che si trovano nel profondo della nostra anima e che altrimenti rimarrebbero velate.
Potremmo dire che lo sguardo acuto di Mercurio , la sua finezza percettiva, consentano di cogliere l’ottava superiore che, in una invisibile catena gerarchica, lega la forma corporea alla sua immagine prima. Non a caso, in Alchimia la prima funzione del mercurio in quanto veleno, consisteva nel “mortificare”, sciogliere ciò che era grossolano, terrestre, “uccidere la bestia” (nella favola mitologica, l’uccisione della tartaruga) e liberare l’essenza spirituale occultata in essa.
In questo suo magistero ‘quintessenziale’ possiamo altresì cogliere il significato simbolico della leggerezza del dio alato, ovvero l’affinità della sua natura con un universo spirituale ed etereo, quella che Liz Greene definisce “una sorta di delicata sintonia con un regno di coscienza transpersonale e diverso” .



La musica della psiche

Riprendendo l’episodio della tartaruga, si può dire che l’azione mercuriale preveda tre momenti: quello dell’interpretazione-traduzione – un piano intuitivo e mentale che attiene al momento del riconoscimento; quello della uccisione-dissezione della manifestazione corporea; e quello della trasformazione-invenzione, ovvero della trasmutazione di una materia bassa, ‘infera’, in un oggetto in cui corpo e Spirito si incontrano divenendo altro. Divenendo musica: fuor di metafora, un’esperienza di Anima.
Nel mito è Mercurio a donare la lira ad Apollo e proprio il suono incantevole del nuovo strumento seduce il dio della coscienza solare, che perdona al fratello il furto della mandria pur di poter riprodurre note tanto sublimi.
Scrive Ficino nel commento alle Enneadi di Plotino:

L'anima del mondo, quasi un mondano Apollo, canta nella natura ed in cielo tocca la cetra, essendo lo sviluppo e la rivoluzione della natura di tutti gli esseri un'armonia formata di molti canti e suoni, come in cielo l'ordinata disposizione degli astri, il cui moto vien detto il suono d' Apollo, diretto alla conservazione costante dell'armonia naturale. Per lo che le anime nostre quasi tripudiando concordemente, adattano e conformano a tale armonia i loro periodi tanto nella discesa, quanto nella permanenza nel mondo, come nel ritorno all' empireo.


Nel processo cognitivo mercuriale c’è dunque una fase dinamica, un movimento creativo successivo alla fase ermeneutica – e sappiamo bene come la mobilità sia uno dei caratteri peculiari del dio -, che ci informa di come Mercurio sia preposto a fornire alimento, a mettere in moto, a fornire l’innesco per “lo sviluppo e la rivoluzione” dell’anima.
Questa funzione di grande attivatore dei moti dell’animo, riveste un’importanza centrale non solo nell’economia psicologica del soggetto, ma nell’intero sistema dei rapporti uomo-universo. La capacità cognitiva e creativa dell’uomo, lo pone di fatto al centro di tale sistema, rendendolo il grande perfezionatore del mondo: attraverso le facoltà di cui Mercurio si rende latore, l’uomo dà l'opportunità all'Eterno di ‘osservarsi’, di sviluppare e compiere il proprio ‘discorso’. Si ricorderà, d’altra parte, che Mercurio non solo reca i messaggi degli dei agli uomini, ma anche viceversa…
Seguendo ancora in filigrana il linguaggio metaforico della prassi alchemica, ovvero di quel procedimento insieme fisico e soteriologico che tendeva alla trasformazione di una sostanza volgare in una di tipo spirituale, vediamo che Mercurio era considerato l’agente, “l’elemento di partenza per tutte le trasmutazioni e gli fu affidato il ruolo di rigeneratore interiore, capace di manifestare l’azione transitoria tra l’inferiore e il superiore, tra lo stato impuro e lo stato puro” .

Alla domanda del Maestro se sa rendere vivo l’oro del volgo, l’allievo risponde che l’oro del volgo diventa vivo nel momento in cui si estrae il ‘nostro mercurio’ dal suo sepolcro, e che tutto il segreto dell’Arte è nel liberare lo Zolfo dai suoi vincoli, purificarlo e ridurlo dalla potenza all’atto. Cosa che la Natura è incapace di realizzare, per cui necessita l’Arte che perfeziona ciò che la Natura ha lasciato imperfetto.


Spetta dunque all’arte, all’azione creatrice dell’uomo sottrarre il mondo e la psiche al rischio della pietrificazione.
La funzione della conoscenza mercuriale non è perciò solo astrattiva ma attiva, dinamica e creativa, ed in questa duplice veste ne è rappresentato il corretto funzionamento. Una delle più penose manifestazioni di un Mercurio mal espresso – e magari mal aspettato nel tema natale - è non a caso proprio la tendenza al loop mentale, all’artificio intellettuale fine a se stesso, oppure a un’eloquenza che non si chiude nella filiazione di una nuova idea, di un’espressione densa di significato, ma si avvolge in spirali concentriche e prive di un esito evidente. Come la musica, anche la parola – ‘ministra’ di Mercurio - ha una funzione creativa: in principio era il Verbo, recitano le Sacre scritture, e Dio crea il mondo attraverso la nominazione. E, dopo questo primo atto del Grande Artefice, non solo poeti e scrittori, ma chiunque abbia sviluppato la mercuriale sensibilità per l’espressione verbale, ricerca una forma non banale o troppo consunta, insegue il termine appropriato, insomma è consapevole che la parola non solo disvela ma plasma, dà vita a un nuovo significato. Perché si produca conoscenza è necessario che accada qualcosa di inusitato, che l’anima venga risvegliata da un suono, un movimento, un’immagine inedita che la sorprenda, strappandola al torpore. Quel movimento, quella spiazzante e destabilizzante rottura dello status quo sono indotti da Mercurio, vero agente revitalizzante per la psiche, capace di assicurare la fanciullezza e il dinamismo dell’anima.
Nel suo studio sul motto di spirito – espressione verbale fra le più mercuriali che sia dato immaginare – Freud aveva individuato il potere liberatorio e creativo dell’arguzia, capace di condensare in una forma produttiva di nuovo significato, termini solitamente resi inerti dalla logica e dall’uso comune. L'essenza del motto di spirito consiste nel rinnovare il linguaggio, nel riattingere l’universo puerile del gioco e della nominazione prima, nel piacere di eludere le istanze della repressione, riattivando uno stadio anteriore alla norma, ossia pescando in quel grande serbatoio dell’inconscio che è l’infanzia dell’individuo.
Scrive a questo proposito Paul Watzlawick, nel suo volume Il linguaggio del cambiamento: “proprio per il fatto di librarsi sovrano, facendosene beffa, al di sopra e al di là del senso e della logica di una determinata concezione del mondo, il motto di spirito scuote l’ordine di quel mondo e può dunque diventare strumento di trasformazione” .
Tale virtù ‘epifanica’ di Mercurio, consente anche un’accattivante rilettura dei suoi poteri magici e di quelle tradizioni mitologiche che esplicitamente lo definiscono Mago. Ermes, dice Omero, “afferra la bacchetta mediante la quale incanta a suo piacere gli occhi dei mortali o sveglia coloro che dormono” (Iliade, XXIV, 343-344).
Che cos’è, infine, la Magia – altra lettura simbolica dell’ammaliante musica prodotta dalla sua Lira – se non ‘parlare con l’inconscio’ per risvegliare l’Anima?





Il briccone divino

In questo senso deve essere colta anche la propensione al furto, la tradizionale bricconeria mercuriale, perfino la sua a-moralità che lo rende così incline alla bugia e ai piccoli inganni: atteggiamenti simbolici di una vitale insofferenza per i freni, per la condizione di paralisi e staticità imposta dall’ordine costituito.
Come splendidamente suggerisce Kerényi non si tratta semplicemente di un abito psicologico, così evidente nei soggetti mercuriali, bensì di un modello archetipico attivo a livello profondo, che investe l'intero campo della nostra esistenza e il mondo nel suo divenire. Che cos'è infatti il caso o ciò che quasi con fare apotropaico amiamo definire coincidenza, “scherzo del destino”, se non un intervento improvviso e inaspettato del dio burlone che spiazza i nostri schemi mentali, impone un corso inedito agli eventi, muove in una nuova direzione aprendo a possibilità inesplorate? Un deragliamento perturbante dai binari troppo lineari e conosciuti che ci spaventa e insieme ci seduce, perché intuiamo che qualcosa in questa strana rivoluzione dell'ordinario racchiude un significato numinoso per la psiche.
Potremmo dire con Jung che tale irruzione salvifica e necessaria non sia altro che la manifestazione di quella interezza da cui siamo stati separati, una breccia che proditoriamente si apre nel campo ben regolamentato, ma perciò anche isterilito, della nostra coscienza solare:

Mercurio, il dio ambiguo, viene come lumen naturae, servator e salvator in aiuto soltanto a quell’intelletto che prende la sua norma dalla luce più alta che l’umanità abbia mai ricevuta, invece di affidarsi, immemore di essa, esclusivamente alla sua cognitio vespertina. Giacché in questo caso il lumen naturae diventa un pericoloso fuoco fatuo, e lo psicopompo un diabolico seduttore.


Mercurio non è dunque tout court figura dell’intelletto ordinatore e del logos, come talora si afferma nella vulgata astrologica, di quella “cognitio vespertina” che stabilisce il nostro controllo razionale sul mondo e che può divenire pericolosa in quanto paralizzante, separante e separata, troppo luminosa e moralmente ineccepibile per essere vera e viva. Mercurio è piuttosto il simbolo di quella istanza conoscitiva e trasformatrice della psiche che aspira all'unione di coscienza e inconscio, luce e ombra, Terra e Olimpo: egli non a caso è figlio di Zeus e di Maia, una divinità notturna, che lo partorisce in un’oscura grotta del monte Cillene, ed è detto anche “Uno e trino”, androgino. In Alchimia, è l’Androgenes hermeticus, il Monstrum hermaphroditum, il Rebis (res bis: la doppia cosa) in cui il principio solare o maschile si fonde con quello lunare o femminile. Il suo simbolo è il Caduceo, raffigurazione della dualità della natura nella quale si confrontano i principi opposti e complementari: luce e tenebre, femminile e maschile .
La grazia che Mercurio conduce a noi nella sua funzione di tramite-traduttore-messaggero dello Spirito è dunque contenuta nella sua ambiguità, nella furbizia, nel furto e nell’inganno. In questa duplicità – o meglio sarebbe dire ‘trinità’ - felicemente amorale del dio risiede il misterioso significato e il propellente della trasformazione psichica.





Mercurio astrologico

L’essenza ambigua, ‘una e trina’ di Mercurio, è tutta riassunta nel suo glifo: al centro il cerchio dello Spirito, alla base la croce della Materia e in alto la mezzaluna dell’Anima. Mercurio contiene insomma tutti i simboli astrologici, indicando la potenziale integrazione di spirito, anima e materia e la sintesi di tutti gli altri pianeti, così come le relazioni tra loro.


Riprendendo in questa luce la favola della tartaruga-lira e declinandola in chiave astrologica, possiamo vedere rappresentati i tre momenti dell’azione di Mercurio nei suoi domicili: percezione-intuizione visiva della forma ideale (Gemelli → Aria/Spirito); separazione e selezione delle parti tesa alla costruzione di un nuovo strumento funzionante (Vergine → Terra/Materia); creazione di una musica capace di sedurre Apollo (Scorpione → Acqua/Anima).
Si tratta di un ciclo in cui ognuno dei tre momenti è essenziale: l’astrazione ‘gemellina’ in quanto collegamento con le sfere più elevate dello Spirito conduce a noi i messaggi degli Dei donando significato all’esperienza; l’analisi virginiana invera il messaggio nella concretezza della sua manifestazione terrena, fornendo all’anima, come avrebbe detto Gurdjieff, il “fertilizzante” del corpo; la sintesi scorpionica, attraverso l’incontro di basso e alto, produce un movimento evolutivo (artistico) per la psiche.
È in quest’ultima sede, quella scorpionica appunto, che si compie il processo finale che si è tentato di mettere a fuoco, non essendo altro la trasformazione se non appunto l’esito di tale incontro, l’unione di luce e ombra, basso e alto, coscienza e inconscio. Qui, unendosi a Plutone, Mercurio può penetrare all’interno dell’oscurità, far luce e portare in superficie il nuovo messaggio al Sole-Apollo, mutandone profondamente l’essenza . E non a caso proprio la trasformazione è il compito finale di questo segno:

In Scorpione, il pianeta accompagna, simbolicamente, il percorso che deve fare questo segno, scendendo nell’inconscio (Hermes che scorta gli eroi agli inferi) e portando in superficie i contenuti che vengono dunque “visti” e, come conseguenza, hanno possibilità di essere padroneggiati, dato che in ottava casa e in Scorpione l’Io deve imparare, come percorso emotivo, a padroneggiare ciò che si muove in profondità, deve conoscere le vere intenzioni e deve, quindi, mettere una pausa di riflessione tra le pulsioni di Plutone e l’azione di Marte.


Portare semi di luce alla coscienza; permettere il passaggio “dalla potenza all’atto” della nostra essenza; rendere “consapevole l’uomo del proprio valore e destino” secondo l’antica formula incisa nel tempio di Delfi, trovando la connessione con le proprie parti inconsce e insieme i vincoli che lo legano in un disegno significante al mondo e all’universo: questa è l’opera tutt’altro che minore di quel Mercurio che l’Alchimia mediovale non a caso definiva “il Grande Trasformatore”.
Oltre alle indicazioni che solitamente si traggono nell’analisi astrologica, la posizione di Mercurio in un oroscopo servirà dunque anche a comprendere se la persona ha più o meno facilità a portare a fondo la propria esperienza evolutiva: Mercurio in segno d’Aria con accentuata dominante Aria nel tema può ad esempio condurre ad una sorta di corto circuito della fase ‘Gemelli’, ovvero ad una intelligenza tautologica, sedotta dalla visione di forme ideali e statiche, prive di anima perché non possono – come all’anima è necessario – incarnarsi. Al contrario, un Mercurio di Terra, magari appesantito da rapporti con Saturno (penso particolarmente a trigoni, sestili e ancor di più congiunzioni), può avere difficoltà a cogliere un significato che vada oltre una prospettiva contingente e limitata, non permettendo all’anima il dialogo con una dimensione spirituale ed extra-personale e dunque ostacolandone in altro modo la creatività. Anche la presenza di Mercurio in segni fissi, può dar luogo a qualche resistenza nell’accettazione di una mobilità che conduca alla coscienza contenuti nuovi.
Ovviamente, si tratta di considerazioni schematiche e puramente orientative, poiché Mercurio, la sua posizione e gli aspetti che forma con gli altri pianeti divengono significativi solo dentro l’interezza e la specificità del disegno astrologico individuale.
Verrebbe da dire anzi che proprio la capacità di trarre un significato di sintesi, attraverso uno sguardo capace di separare e poi ricollegare le parti della mappa in una seducente ‘musica’ dell’anima, sia proprio una delle peculiarità mercuriali che fanno dell’astrologo un buon “Mago”.








Lucia Denarosi
Mercurio, il Grande Trasformatore





Vedere oltre il ‘guscio’


Velocità, curiosità, arguzia, furbizia, opportunismo, amoralità sono da sempre i tratti che contraddistinguono questo dio “bandito e rapitore di buoi, guida dei sogni e spione notturno” , generato dalla dea Maia e dal Re dell’Olimpo, Zeus.
Fra le qualità mercuriali che la tradizione riferisce, rimane però meno illuminata e forse non pienamente acquisita all’immaginario astrologico la virtù trasformatrice di Mercurio. Già Liz Greene notava come “sebbene non sia considerato particolarmente potente e significativo nell’astrologia tradizionale, che generalmente lo relega nella definizione di ‘comunicazione’ – ci può essere ben più nel pianeta di quanto salti agli occhi. Il Mercurio alchemico è il grande trasformatore; e forse dovremmo ricordarci che è il bisogno di comprendere a sollevare l’uomo sopra gli altri regni della natura, a guidarlo a riflettere sul proprio sviluppo e conseguentemente a cooperare volontariamente con l’inconscio nel suo tentativo di raggiungere un’ulteriore integrazione” .
Gioverà ritornare alla mitologia per cercare di meglio definire i contorni di questa importante qualità mercuriale, e precisamente alla prima delle sue mirabili gesta, compiuta appena il bambino esce dalla culla: la metamorfosi della tartaruga in lira.

Incontrò la tartaruga davanti alla porta della grotta; essa trascinava i piedi come questi animali sono soliti fare. Il figlio di Zeus, il veloce Ermes la vide e rise: “Ecco subito un buon auspicio! Mi fa piacere vederti! Sii la benvenuta, bella danzatrice, compagna dei banchetti! Vieni molto a proposito. Donde mai, o tartaruga, hai preso un sì piacevole giocattolo, lo scudo protettore sulla schiena, tu, che abiti nei monti? Io ti porto a casa perché tu mi sia utile! Si sta meglio in casa, fuori è pericoloso. Anche da viva sarai un mezzo di protezione contro gli incantesimi. Una volta morta, canterai deliziosamente”. Così incominciò Ermes, con l’invenzione della lira. Con entrambe le mani prese la tartaruga, la portò nella grotta e la aprì; la sua parola e la sua azione furono veloci come il pensiero. Fissò nel guscio due canne, nella parte superiore pose un attacco e tutto ciò che si vede in simili strumenti nelle raffigurazioni antiche, e vi tese poi sette corde di budello di pecora. Finito il piacevole giocattolo, ne provò con il plettro il suono; esso risuonò potentemente nelle sue mani.



Due dati colpiscono di più nel simbolismo di questa prima agnizione-invenzione del neonato Ermes: l’abilità nel riconoscere la forma ideale racchiusa nel guscio della tartaruga, e il fatto che tale forma, allusiva al più divino fra gli strumenti musicali, si trovi celata proprio nel più terrestre, e anzi potremmo dire ctonio degli animali. Il termine tartaruga deriva infatti da ‘Tartaro’, che nella cosmologia mitica greca rappresentava la parte più profonda degli Inferi, quasi l’opposto speculare delle altezze celesti. In moltissime tradizioni la tartaruga è figura della dimensione terrena: nell’antica Cina la Terra veniva considerata come poggiata sulla schiena di una tartaruga marina di dimensioni cosmiche, a garantire magicamente la stabilità del cosmo; per i nativi americani la tartaruga è il simbolo della Madre Terra mentre per le popolazioni della Nigeria simboleggia gli organi sessuali femminili, sineddoche della Madre Primordiale.
Il mito sembra dirci dunque che Mercurio vede in trasparenza, attraverso la densità-oscurità della materia e dell’esperienza terrena, l’Idea, il modello spirituale e significante che vi si nasconde. In altri termini, Mercurio presiede alla visione-immaginazione, che nella filosofia platonica ed ermetica si pone alla base di ogni processo cognitivo, in quanto rinviene il legame col modello archetipico che ne costituisce la matrice: intelligenza deriva dal verbo latino ‘intelligere’ (inter ligere), ovvero legare insieme, trovare i rapporti, le connessioni. In questo senso egli è messaggero, intermediario e interprete, responsabile del collegamento fra Terra e Cielo. E di qui anche il significato del suo presenziare alla funzione della memoria, anch’essa platonicamente intesa: per Platone conoscere equivale infatti a ricordare, ovvero risvegliare le verità che si trovano nel profondo della nostra anima e che altrimenti rimarrebbero velate.
Potremmo dire che lo sguardo acuto di Mercurio , la sua finezza percettiva, consentano di cogliere l’ottava superiore che, in una invisibile catena gerarchica, lega la forma corporea alla sua immagine prima. Non a caso, in Alchimia la prima funzione del mercurio in quanto veleno, consisteva nel “mortificare”, sciogliere ciò che era grossolano, terrestre, “uccidere la bestia” (nella favola mitologica, l’uccisione della tartaruga) e liberare l’essenza spirituale occultata in essa.
In questo suo magistero ‘quintessenziale’ possiamo altresì cogliere il significato simbolico della leggerezza del dio alato, ovvero l’affinità della sua natura con un universo spirituale ed etereo, quella che Liz Greene definisce “una sorta di delicata sintonia con un regno di coscienza transpersonale e diverso” .



La musica della psiche

Riprendendo l’episodio della tartaruga, si può dire che l’azione mercuriale preveda tre momenti: quello dell’interpretazione-traduzione – un piano intuitivo e mentale che attiene al momento del riconoscimento; quello della uccisione-dissezione della manifestazione corporea; e quello della trasformazione-invenzione, ovvero della trasmutazione di una materia bassa, ‘infera’, in un oggetto in cui corpo e Spirito si incontrano divenendo altro. Divenendo musica: fuor di metafora, un’esperienza di Anima.
Nel mito è Mercurio a donare la lira ad Apollo e proprio il suono incantevole del nuovo strumento seduce il dio della coscienza solare, che perdona al fratello il furto della mandria pur di poter riprodurre note tanto sublimi.
Scrive Ficino nel commento alle Enneadi di Plotino:

L'anima del mondo, quasi un mondano Apollo, canta nella natura ed in cielo tocca la cetra, essendo lo sviluppo e la rivoluzione della natura di tutti gli esseri un'armonia formata di molti canti e suoni, come in cielo l'ordinata disposizione degli astri, il cui moto vien detto il suono d' Apollo, diretto alla conservazione costante dell'armonia naturale. Per lo che le anime nostre quasi tripudiando concordemente, adattano e conformano a tale armonia i loro periodi tanto nella discesa, quanto nella permanenza nel mondo, come nel ritorno all' empireo.


Nel processo cognitivo mercuriale c’è dunque una fase dinamica, un movimento creativo successivo alla fase ermeneutica – e sappiamo bene come la mobilità sia uno dei caratteri peculiari del dio -, che ci informa di come Mercurio sia preposto a fornire alimento, a mettere in moto, a fornire l’innesco per “lo sviluppo e la rivoluzione” dell’anima.
Questa funzione di grande attivatore dei moti dell’animo, riveste un’importanza centrale non solo nell’economia psicologica del soggetto, ma nell’intero sistema dei rapporti uomo-universo. La capacità cognitiva e creativa dell’uomo, lo pone di fatto al centro di tale sistema, rendendolo il grande perfezionatore del mondo: attraverso le facoltà di cui Mercurio si rende latore, l’uomo dà l'opportunità all'Eterno di ‘osservarsi’, di sviluppare e compiere il proprio ‘discorso’. Si ricorderà, d’altra parte, che Mercurio non solo reca i messaggi degli dei agli uomini, ma anche viceversa…
Seguendo ancora in filigrana il linguaggio metaforico della prassi alchemica, ovvero di quel procedimento insieme fisico e soteriologico che tendeva alla trasformazione di una sostanza volgare in una di tipo spirituale, vediamo che Mercurio era considerato l’agente, “l’elemento di partenza per tutte le trasmutazioni e gli fu affidato il ruolo di rigeneratore interiore, capace di manifestare l’azione transitoria tra l’inferiore e il superiore, tra lo stato impuro e lo stato puro” .

Alla domanda del Maestro se sa rendere vivo l’oro del volgo, l’allievo risponde che l’oro del volgo diventa vivo nel momento in cui si estrae il ‘nostro mercurio’ dal suo sepolcro, e che tutto il segreto dell’Arte è nel liberare lo Zolfo dai suoi vincoli, purificarlo e ridurlo dalla potenza all’atto. Cosa che la Natura è incapace di realizzare, per cui necessita l’Arte che perfeziona ciò che la Natura ha lasciato imperfetto.


Spetta dunque all’arte, all’azione creatrice dell’uomo sottrarre il mondo e la psiche al rischio della pietrificazione.
La funzione della conoscenza mercuriale non è perciò solo astrattiva ma attiva, dinamica e creativa, ed in questa duplice veste ne è rappresentato il corretto funzionamento. Una delle più penose manifestazioni di un Mercurio mal espresso – e magari mal aspettato nel tema natale - è non a caso proprio la tendenza al loop mentale, all’artificio intellettuale fine a se stesso, oppure a un’eloquenza che non si chiude nella filiazione di una nuova idea, di un’espressione densa di significato, ma si avvolge in spirali concentriche e prive di un esito evidente. Come la musica, anche la parola – ‘ministra’ di Mercurio - ha una funzione creativa: in principio era il Verbo, recitano le Sacre scritture, e Dio crea il mondo attraverso la nominazione. E, dopo questo primo atto del Grande Artefice, non solo poeti e scrittori, ma chiunque abbia sviluppato la mercuriale sensibilità per l’espressione verbale, ricerca una forma non banale o troppo consunta, insegue il termine appropriato, insomma è consapevole che la parola non solo disvela ma plasma, dà vita a un nuovo significato. Perché si produca conoscenza è necessario che accada qualcosa di inusitato, che l’anima venga risvegliata da un suono, un movimento, un’immagine inedita che la sorprenda, strappandola al torpore. Quel movimento, quella spiazzante e destabilizzante rottura dello status quo sono indotti da Mercurio, vero agente revitalizzante per la psiche, capace di assicurare la fanciullezza e il dinamismo dell’anima.
Nel suo studio sul motto di spirito – espressione verbale fra le più mercuriali che sia dato immaginare – Freud aveva individuato il potere liberatorio e creativo dell’arguzia, capace di condensare in una forma produttiva di nuovo significato, termini solitamente resi inerti dalla logica e dall’uso comune. L'essenza del motto di spirito consiste nel rinnovare il linguaggio, nel riattingere l’universo puerile del gioco e della nominazione prima, nel piacere di eludere le istanze della repressione, riattivando uno stadio anteriore alla norma, ossia pescando in quel grande serbatoio dell’inconscio che è l’infanzia dell’individuo.
Scrive a questo proposito Paul Watzlawick, nel suo volume Il linguaggio del cambiamento: “proprio per il fatto di librarsi sovrano, facendosene beffa, al di sopra e al di là del senso e della logica di una determinata concezione del mondo, il motto di spirito scuote l’ordine di quel mondo e può dunque diventare strumento di trasformazione” .
Tale virtù ‘epifanica’ di Mercurio, consente anche un’accattivante rilettura dei suoi poteri magici e di quelle tradizioni mitologiche che esplicitamente lo definiscono Mago. Ermes, dice Omero, “afferra la bacchetta mediante la quale incanta a suo piacere gli occhi dei mortali o sveglia coloro che dormono” (Iliade, XXIV, 343-344).
Che cos’è, infine, la Magia – altra lettura simbolica dell’ammaliante musica prodotta dalla sua Lira – se non ‘parlare con l’inconscio’ per risvegliare l’Anima?





Il briccone divino

In questo senso deve essere colta anche la propensione al furto, la tradizionale bricconeria mercuriale, perfino la sua a-moralità che lo rende così incline alla bugia e ai piccoli inganni: atteggiamenti simbolici di una vitale insofferenza per i freni, per la condizione di paralisi e staticità imposta dall’ordine costituito.
Come splendidamente suggerisce Kerényi non si tratta semplicemente di un abito psicologico, così evidente nei soggetti mercuriali, bensì di un modello archetipico attivo a livello profondo, che investe l'intero campo della nostra esistenza e il mondo nel suo divenire. Che cos'è infatti il caso o ciò che quasi con fare apotropaico amiamo definire coincidenza, “scherzo del destino”, se non un intervento improvviso e inaspettato del dio burlone che spiazza i nostri schemi mentali, impone un corso inedito agli eventi, muove in una nuova direzione aprendo a possibilità inesplorate? Un deragliamento perturbante dai binari troppo lineari e conosciuti che ci spaventa e insieme ci seduce, perché intuiamo che qualcosa in questa strana rivoluzione dell'ordinario racchiude un significato numinoso per la psiche.
Potremmo dire con Jung che tale irruzione salvifica e necessaria non sia altro che la manifestazione di quella interezza da cui siamo stati separati, una breccia che proditoriamente si apre nel campo ben regolamentato, ma perciò anche isterilito, della nostra coscienza solare:

Mercurio, il dio ambiguo, viene come lumen naturae, servator e salvator in aiuto soltanto a quell’intelletto che prende la sua norma dalla luce più alta che l’umanità abbia mai ricevuta, invece di affidarsi, immemore di essa, esclusivamente alla sua cognitio vespertina. Giacché in questo caso il lumen naturae diventa un pericoloso fuoco fatuo, e lo psicopompo un diabolico seduttore.


Mercurio non è dunque tout court figura dell’intelletto ordinatore e del logos, come talora si afferma nella vulgata astrologica, di quella “cognitio vespertina” che stabilisce il nostro controllo razionale sul mondo e che può divenire pericolosa in quanto paralizzante, separante e separata, troppo luminosa e moralmente ineccepibile per essere vera e viva. Mercurio è piuttosto il simbolo di quella istanza conoscitiva e trasformatrice della psiche che aspira all'unione di coscienza e inconscio, luce e ombra, Terra e Olimpo: egli non a caso è figlio di Zeus e di Maia, una divinità notturna, che lo partorisce in un’oscura grotta del monte Cillene, ed è detto anche “Uno e trino”, androgino. In Alchimia, è l’Androgenes hermeticus, il Monstrum hermaphroditum, il Rebis (res bis: la doppia cosa) in cui il principio solare o maschile si fonde con quello lunare o femminile. Il suo simbolo è il Caduceo, raffigurazione della dualità della natura nella quale si confrontano i principi opposti e complementari: luce e tenebre, femminile e maschile .
La grazia che Mercurio conduce a noi nella sua funzione di tramite-traduttore-messaggero dello Spirito è dunque contenuta nella sua ambiguità, nella furbizia, nel furto e nell’inganno. In questa duplicità – o meglio sarebbe dire ‘trinità’ - felicemente amorale del dio risiede il misterioso significato e il propellente della trasformazione psichica.





Mercurio astrologico

L’essenza ambigua, ‘una e trina’ di Mercurio, è tutta riassunta nel suo glifo: al centro il cerchio dello Spirito, alla base la croce della Materia e in alto la mezzaluna dell’Anima. Mercurio contiene insomma tutti i simboli astrologici, indicando la potenziale integrazione di spirito, anima e materia e la sintesi di tutti gli altri pianeti, così come le relazioni tra loro.


Riprendendo in questa luce la favola della tartaruga-lira e declinandola in chiave astrologica, possiamo vedere rappresentati i tre momenti dell’azione di Mercurio nei suoi domicili: percezione-intuizione visiva della forma ideale (Gemelli → Aria/Spirito); separazione e selezione delle parti tesa alla costruzione di un nuovo strumento funzionante (Vergine → Terra/Materia); creazione di una musica capace di sedurre Apollo (Scorpione → Acqua/Anima).
Si tratta di un ciclo in cui ognuno dei tre momenti è essenziale: l’astrazione ‘gemellina’ in quanto collegamento con le sfere più elevate dello Spirito conduce a noi i messaggi degli Dei donando significato all’esperienza; l’analisi virginiana invera il messaggio nella concretezza della sua manifestazione terrena, fornendo all’anima, come avrebbe detto Gurdjieff, il “fertilizzante” del corpo; la sintesi scorpionica, attraverso l’incontro di basso e alto, produce un movimento evolutivo (artistico) per la psiche.
È in quest’ultima sede, quella scorpionica appunto, che si compie il processo finale che si è tentato di mettere a fuoco, non essendo altro la trasformazione se non appunto l’esito di tale incontro, l’unione di luce e ombra, basso e alto, coscienza e inconscio. Qui, unendosi a Plutone, Mercurio può penetrare all’interno dell’oscurità, far luce e portare in superficie il nuovo messaggio al Sole-Apollo, mutandone profondamente l’essenza . E non a caso proprio la trasformazione è il compito finale di questo segno:

In Scorpione, il pianeta accompagna, simbolicamente, il percorso che deve fare questo segno, scendendo nell’inconscio (Hermes che scorta gli eroi agli inferi) e portando in superficie i contenuti che vengono dunque “visti” e, come conseguenza, hanno possibilità di essere padroneggiati, dato che in ottava casa e in Scorpione l’Io deve imparare, come percorso emotivo, a padroneggiare ciò che si muove in profondità, deve conoscere le vere intenzioni e deve, quindi, mettere una pausa di riflessione tra le pulsioni di Plutone e l’azione di Marte.


Portare semi di luce alla coscienza; permettere il passaggio “dalla potenza all’atto” della nostra essenza; rendere “consapevole l’uomo del proprio valore e destino” secondo l’antica formula incisa nel tempio di Delfi, trovando la connessione con le proprie parti inconsce e insieme i vincoli che lo legano in un disegno significante al mondo e all’universo: questa è l’opera tutt’altro che minore di quel Mercurio che l’Alchimia mediovale non a caso definiva “il Grande Trasformatore”.
Oltre alle indicazioni che solitamente si traggono nell’analisi astrologica, la posizione di Mercurio in un oroscopo servirà dunque anche a comprendere se la persona ha più o meno facilità a portare a fondo la propria esperienza evolutiva: Mercurio in segno d’Aria con accentuata dominante Aria nel tema può ad esempio condurre ad una sorta di corto circuito della fase ‘Gemelli’, ovvero ad una intelligenza tautologica, sedotta dalla visione di forme ideali e statiche, prive di anima perché non possono – come all’anima è necessario – incarnarsi. Al contrario, un Mercurio di Terra, magari appesantito da rapporti con Saturno (penso particolarmente a trigoni, sestili e ancor di più congiunzioni), può avere difficoltà a cogliere un significato che vada oltre una prospettiva contingente e limitata, non permettendo all’anima il dialogo con una dimensione spirituale ed extra-personale e dunque ostacolandone in altro modo la creatività. Anche la presenza di Mercurio in segni fissi, può dar luogo a qualche resistenza nell’accettazione di una mobilità che conduca alla coscienza contenuti nuovi.
Ovviamente, si tratta di considerazioni schematiche e puramente orientative, poiché Mercurio, la sua posizione e gli aspetti che forma con gli altri pianeti divengono significativi solo dentro l’interezza e la specificità del disegno astrologico individuale.
Verrebbe da dire anzi che proprio la capacità di trarre un significato di sintesi, attraverso uno sguardo capace di separare e poi ricollegare le parti della mappa in una seducente ‘musica’ dell’anima, sia proprio una delle peculiarità mercuriali che fanno dell’astrologo un buon “Mago”.
































 

 
 
 
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