martedì 23 luglio 2024
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    GLI ARTICOLI DI ERIDANOSCHOOL
- Astrologia e dintorni

T”A VUO’ FA FA’ ‘NA FOTO ?
     a cura di Marco Valentini
 
T”a  vuo’  fa  fa’ ‘na  foto ?
Quando misi piede per la prima volta su una spiaggia tropicale, lo spettacolo della Natura che si offriva ai miei occhi rispecchiò perfettamente quanto la mia immaginazione – ancora prima di partire – aveva concepito riguardo il paesaggio che avrei potuto ammirare
Inutile dire quanto e come il mio cuore si riempì di gioia in quel momento…
Durante il mio soggiorno ai Tropici, però, dovetti trascorrere gran parte della mia vacanza tappato in albergo perché le “brevi e notturne pioggerelle tropicali” – così definite dall’agenzia di viaggio…– si erano invece rilevate in tutta la loro realtà come incessanti e tempestosi acquazzoni.
Inutile dire quanta amarezza provai in quei momenti nel ritornare mentalmente alle immagini idilliache che – di nuovo – la mia fantasia aveva preconfezionato a suo tempo e che mi avevano cullato nel viaggio di andata, immagini che mi vedevano trascorrere i giorni sull’isola come un nababbo …
Quello descritto è solo un banale esempio di come possono agire sul proprio stato d’animo i nostri processi immaginativi, soprattutto in riferimento al soddisfacimento, o meno, delle nostre aspettative visive.
Nel secondo caso, poi, la delusione che si prova nel veder venir meno una nostra realtà immaginata, può perfino portare a considerare l’intera esperienza vissuta come un vero fallimento.
Ma si può parlare effettivamente di “fallimento” quando le nostre visioni, i nostri “sogni ad occhi aperti”, questi “capricci inventati dalla mente”, non trovano corrispondenza con la Realtà delle Cose?
Figuriamoci poi quando ad essere stroncate dalla cruda Realtà sono invece le aspettative esistenziali legate alle immagini interiori che riflettono il perenne rinnovarsi e progettarsi della nostra vita psichica! Qui lo sconforto che ne deriva può addirittura legarsi alla sensazione di essere stati traditi – come direbbe un tale di Recanati – dalla Vita stessa….
Io credo che in questa progressiva elaborazione dei Pianeti che ci viene proposta ogni anno dall’Eridanoschool nei suoi Convegni, si sia giunti questa volta con Giove a un punto fondamentale non solo per quanto riguarda l’analisi di nuove funzionalità psichiche – rispecchiate dalla simbologia del pianeta – ma, soprattutto, per quanto concerne l’essenza e l’esercizio dell’Astrologia stessa.
Riguardo al primo punto, ossia l’approfondimento di una nuova dimensione psichica che confluisce – nella sua dinamica più sottile – con il confidare in un ordine superiore e universale cui ricondurre il significato del proprio vissuto, ci ritroviamo infatti per la prima volta di fronte a qualcosa di “non dimostrabile”, di astratto, di irrazionale. Attraverso una presa di coscienza, possiamo verificare il grado applicativo dei nostri processi cognitivi ed eventualmente rimodellarli, riflettere sulla genuinità della nostra scala di valori ed eventualmente riformularla, valutare la forza di impatto della nostra capacità di affermazione e renderla sempre più efficace, possiamo, in sintesi, sottoporre all’esame della nostra razionalità l’effetto delle funzioni simboleggiate dai pianeti personali …; ma supporre e poi acclamare una concezione “finalistica” della propria esistenza senza la certezza di avere mai un’evidenza esteriore che “certifichi” tale filosofia, questo sfida veramente i limiti della ragione!
Giove ci invita infatti alla contemplazione delle immagini che nascono dal nostro Fuoco Interiore e a confidare in esse come nuove possibilità di conoscenza; e seppure qualcuno ha rinunciato a cercare al suo interno questa fiammella, o non ha saputo alimentarla anche di fronte alle vicissitudini della vita, non per questo cesserà mai di ardere e di alimentare le aspirazioni dell’Uomo.
Indugiare sulla soglia di Giove vuol dire quindi oscillare tra i due estremi del maggior dilemma che attanaglia da sempre l’animo umano: da una parte - citando ad esempio la teoria del nostro amico recanatese – considerare le nostre visioni interiori solo come brevi illusioni, in una vita dove gli unici attimi di felicità sono forniti dai momenti di fiduciosa attesa, in cui nutriamo “La Speranza”, ma che sono destinati immancabilmente a svanire nella vacuità del Tutto; dall’altra, considerare ognuna di queste immagini come uno dei simbolici fotogrammi di cui si compone la bobina, il film del nostro Divenire, in cui siamo chiamati – anche attraverso la sofferenza – a portare a compimento la nostra specifica natura.
Ora mentre non possiamo valutare, giudicare alla luce di questa alternativa la dignità di un individuo quando la personale elaborazione delle proprie esperienze lo porta ad abbracciare l’una o l’altra filosofia, credo sia lecito bensì riflettere su come l’intima adesione a uno delle due visioni esistenziali (inquadrandole sempre come esempi estremi….) determini invece le fondamenta ideologiche su cui l’Astrologo imposta tutta il suo lavoro: mi scuso per la schiettezza – e forse l’arroganza – ma credo che solo l’astrologo che “sente” come vera una dimensione “altra”, una dimensione “re-ligiosa” cui riferire l’accadere psichico di una persona e riesce a tradurre simbolicamente l’immagine energetica che lo riflette nella sua essenza – il suo Tema Natale -, interpretandola esclusivamente come “al servizio” di questa dimensione, solo lui può definirsi astrologo Umanistico.
Per quanto riferite entrambe a Giove, le capacità di “tradurre” e “di interpretare” sono infatti sostanzialmente diverse: un pianista, ad esempio, sa tradurre ogni segno scritto su uno spartito in un particolare suono (o pausa…); ma interpretare un brano musicale è tutt’altra cosa: qui l’Anima del pianista deve entrare in sintonia con l’Anima del compositore, deve “comprendere” quale intimo significato l’autore ha affidato alla sua musica e cercare di comunicarlo a chi lo ascolta, aggiungendovi la sua Arte.
Parimenti, l’interpretazione dell’Astrologo Umanistico supera completamente ogni intendimento concettuale e addita al Cliente la sua pregnanza esistenziale attraverso il coacervo di emozioni che sa suscitare l’Astrologo dall’elaborazione di ogni simbolo del Tema Natale.
Giove è Fuoco, deve saper entusiasmare, deve saper parlare al cuore: questo è richiesto all’Astrologo Umanistico.

Dopo questa lunga premessa proverò adesso a …guarda caso… a “immaginare” da un punto di vista astrologico come il nostro Fotografo Interiore gestisce i suoi strumenti di lavoro e di come i frutti del suo elaborare, le nostre immagini interiori, riescano a incidere così profondamente sul nostro processo psichico.

Mi piace pensare che, così come una brava mammina prepara la valigia per un figlio prossimo a fare un lungo viaggio ma ancora così piccolo da non essere autonomo per decidere cosa mettervi dentro…, nello stesso modo il nostro Sé, nel momento in cui intende vivere una nuova esperienza materiale valida per la sua evoluzione, predisponga una valigia con tutto l’occorrente necessario al suo “rappresentante terrestre” per affrontare l’avventura che lo attenderà dopo la sua nascita.
Nel momento in cui viene aperta la valigia, ogni parte che compone la psiche dell’individuo (pianeti) tenderà a prelevare gli strumenti che il Sé gli ha riservato seguendo un modello di distribuzione archetipico: Giove, da parte sua, troverà un album per foto, completamente vuoto, e una macchina fotografica dotata di grandangolo…

L’album che verrà gestito da Giove, occorre dirlo da subito, è un album veramente strano …
Basti pensare, ad esempio, che al suo interno non c’è alcun foglio, e che sulla copertina c’è solo una breve scritta: “Album del Divenire” …
Così come un bravo fotografo include in un raccoglitore le sue foto più espressive e che meglio rappresentano la sua modalità di intendere la fotografia, nello stesso modo il nostro Giove natale ama raffigurare le nostre esperienze più significative – quelle più emotivamente vissute - ed immortalarle nell’Album del nostro Divenire.
Il fatto che inizialmente l’album non possieda alcun foglio predispone Giove alla potenzialità per implementarlo senza alcun tipo di vincolo, aggiungendo pagine man mano che le foto vengono scattate durante il nostro vissuto.
Magari il mio album ha completate - ad oggi che ho poco più di cinquant’anni - solo una decina di pagine; ma Tizio, che ha la mia stessa età, ne ha riempite già venti ed ha aggiunto anche ulteriori dieci pagine vuote … perché, visto che il suo Giove è particolarmente forte e non subisce particolari condizionamenti, ha piena fiducia che riuscirà a riempirle!
Anche io posso aggiungere già da adesso ulteriori pagine vuote, ma per me magari è più faticoso perché il mio Fotografo Interiore deve dare spiegazioni a Saturno - con cui è congiunto al grado e in Capricorno -, sulla “necessità” perché io debba implementare l’Album …
Non è sempre facile convincerlo e quando Giove ci riesce ne viene fuori soltanto con il “benestare” per poche pagine in più … (e quindi, se da una parte il mio Giove dovrà sempre contenersi nello “scattare le sue foto”, dall’altra significa anche che cercherà di non sprecare la sua “immaginazione”).
L’importante per tutti, comunque, è non pensare mai che il nostro Album sia definitivamente concluso, altrimenti l’ultimo foglio continuerà sempre a mantenere un’unica foto, una foto così scura da rendere invisibile la nostra immagine, annegata nelle tenebre della Depressione.
Altra particolarità di questo strano tipo di Album è il fatto di non essere destinato ad essere una semplice collezione di figurine, dove è già saturninamente descritto di quale tipo di immagine dobbiamo venire in possesso e su quale numero di foglio dobbiamo incollarla…
No! In questo nuovo album è data invece a Giove la massima autonomia nello scegliere cosa raffigurare e come raffigurarlo, … e senza riferirsi per forza a una sequenza logica, quale può essere quella legata alla temporalità: magari dopo il primo foglio, in cui possono anche essere raccolte alcune figure della nostra infanzia, il nostro Fotografo ha inserito un’ immagine dove appariamo con sembianze adulte, vestiti con un frac da Direttore d’orchestra e di spalle a un’enorme platea, … per poi continuare nella pagina successiva con altre foto della nostra fanciullezza...
Agli occhi del “collezionista saturnino” quella foto da Direttore d’orchestra messa lì, in quel secondo foglio, senza coerenza, senza un minimo di criterio con quanto la precede a quanto la segue, sembrerebbe del tutto assurda, fuori contesto, senza senso …
Eppure … quella è una delle foto più sacre del nostro Album !
Se solo potessimo ancora nutrirci dell’energia che emana quella foto non avremmo mai più bisogno di ingurgitare integratori, alimentari o psichici che siano…; se solo avessimo il coraggio di indirizzare le nostre capacità per arrivare a vestire “dal vero” quel frac, possiamo veramente provare fino alla fine dei nostri giorni quello stesso appagamento interiore che un giorno abbiamo assaporato quando ci trovammo a passeggiare su quella spiaggia tropicale dove la realtà si era fusa con nostra immaginazione …
Ed è buona cosa, talvolta, tornare a scorrere il nostro Album; e questo non tanto per cercare di vivere regressivamente vecchie emozioni – questo lasciamolo alla Luna o a Nettuno – quanto piuttosto per “capire” cosa possiamo migliorare quando oggi ci troviamo a scattare una foto simile a una già archiviata; il nostro fotografo, però, attinge sempre la sua energia dall’esclusività del Fuoco, non ama quindi replicare da un negativo già sviluppato, ma cerca sempre di evolvere la sua tecnica immaginativa, cercando nuove soluzioni anche verso situazioni che sembrano ripetersi…
In questa operazione, in questa rilettura, c‘è però sempre un rischio da correre, o meglio … un’opportunità da afferrare !
Può capitare infatti che mentre scorriamo l’Album e voltiamo uno a uno i suoi fogli, la nostra mano improvvisamente si blocchi …
Ecco, siamo arrivati al punto del nostro Album dove sappiamo esistere un’immagine che “aspetta ancora” di essere guardata, di essere compresa, un’immagine la cui visione potrebbe anche affondarci negli abissi di un dolore antico: già sappiamo che nel prossimo foglio “qualcosa” racchiude un’energia che la mente non potrà controllare, ma che tenderà anzi a soffocare il fluire del nostro respiro…
Sicuramente ognuno di noi ha nel suo Album immagini che la nostra coscienza salta a pie’ pari, senza ascoltare mai il loro ammonimento: “Hai forse scambiato il tuo Divenire per il Gioco dell’Oca? La prossima immagine mi è legata come l’anello di una catena a quello che lo precede! Come puoi passare a vedere “altro” se non trovi il coraggio di affrontarmi, di accettarmi?“.
Non per niente i transiti di Giove ci aprono alla possibilità di trovare il coraggio per ricucire queste parti vissute ma non integrate completamente e quindi di sbloccare l’energia che ne risulta ancora legata.
Che sia il nostro Giove a compiere questo lavoro poi è più che naturale: è stato lui stesso a creare l’immagine quale struttura psichica capace di mediare con l’inconscio, e quindi a rendersi sensibile ai suoi messaggi codificati, a decodificarli e a condensarli in una visione che ci invita “a vivere”, a “entrarci dentro”, così come i due bambini nel film di Mary Poppins “entrano” nella dimensione cartoon e “vivono” la loro avventura; e questo perché Giove già sa cosa è utile per la nostra crescita, ma non può ricorrere alle parole, perché – come ci ricordano i veri Saggi - tutto ciò che è profondo, assoluto, può solo essere mostrato,… così come solo l’immaginazione del Fuoco sa fare.
Soltanto Giove può avere quindi le chiavi di accesso per comprendere la sua stessa creatura, e queste chiavi sono semplicemente legate alla peculiare “modalità” con cui Giove ama ritrarre il nostro vissuto.

Come si accennava precedentemente il principale strumento di lavoro che possiede Giove può essere simbolicamente raffigurato da una macchina fotografica dotata esclusivamente – come obiettivo – di un grandangolo.
All’occhio di una persona poco esperta di fotografia, nel vedere dall’esterno la gestualità con cui un bravo fotografo si prepara scattare una foto, potrebbe sembrare che l’obiettivo abbia in questa operazione un’importanza maggiore rispetto al “corpo macchina”, tanto quello viene manovrato, manipolato nel ruotare le sue ghiere; mentre per il corpo macchina occorre solo spingere un piccolo pulsante: … “clic !”… e i giochi sono fatti !
Rimane infatti invisibile la modalità con cui verrà applicato il rapporto tra luci e ombre che il nostro fotografo ha scelto di adottare, un rapporto che deciderà l’espressività, lo spessore emotivo – qualcuno direbbe la “tonalità affettiva” - di quella foto, l’unica qualità che deciderà se quell’immagine sarà degna o meno di alimentare il nostro Album: un buon Giove sa infatti che la vera ricchezza interiore – cui si finalizza lo scopo dell’Album – si nutre dell’energia che scaturisce dalla saggia accettazione delle nostre polarità.
Così come il “corpo macchina” ha tre diverse modalità (programmata, automatica e manuale) per regolare tempi e diaframma – che decidono appunto il rapporto luci/ombre -, nello stesso modo anche il nostro Giove ha la possibilità impostare differenti modalità elaborative cui sottoporre le sue immagini.
Per modalità “programmata” si intende che le operazioni di regolazione del rapporto tempi/diaframma vengono delegate dal fotografo a una sequenza di operazioni preimpostate dal costruttore della macchina fotografica e richiamate semplicemente scegliendo un “numeretto” tra quelli evidenziati nel display: il fotografo può adottare questa scelta per diverse ragioni, che vanno dal fatto di aver già verificato in passato che questo programma ben si adatta alle condizioni con cui si vuole scattare la foto, risparmiando così del tempo prezioso, … fino alla semplice indolenza, quando si pensa che, “visto che fa tutto lei”, perché scervellarsi a trovare personalmente i parametri per fare la foto ?!
Simbolicamente Giove adotta questa modalità “programmata” quando intende elaborare le immagini seguendo esclusivamente modelli di pensiero ripetitivi, archetipici, percorsi comportamentali delineati da sempre nella mente collettiva e raffigurati universalmente anche nelle mitologie di ogni cultura.
Impiegare questa “procedura forzata” vuol dire rimanere all’interno una dimensione pre-costituita, quindi nel nostro inconscio; e se questa modalità spiega come Giove possa - e debba - svolgere la sua funzione anche subito dopo la nascita – senza aver mai seguito prima un corso di fotografia -, non può invece giustificarsi se applicata ancora nell’elaborazione concettuale dell’individuo adulto, quando dovremmo renderci indipendenti da certi schemi predefiniti, o, tutt’al più, adottarli solo dopo una scelta cosciente. E’ questo un Giove sicuramente bloccato in tutte le sue potenzialità, un Giove completamente inespresso per quanto è assorbito dalla dimensione istintuale.
Nell’adozione della modalità “automatica” il fotografo sceglie invece tra: cosa impostare in maniera “personale” e quale funzione demandare alla parte “robotizzata”.
Quando, in senso simbolico, Giove si serve di questa modalità interpretativa allora vuol dire che l’individuo ha iniziato a rendersi indipendente in alcune componenti del suo processo deduttivo, ma non riesce a ancora a svincolarsi del tutto dal “bisogno” di sicurezze, di ricorrere anche a un supporto standardizzato, magari più vincolato alle regole collettive che a veri e propri condizionamenti archetipici.
In ultimo, la scelta della modalità “manuale” permette invece al fotografo di personalizzare ogni fattore espositivo dell’immagine inquadrata, creandone una significatività esclusivamente soggettiva che sfida qualunque giudizio esterno; nello stesso modo, un Giove libero da ogni condizionamento, riesce a imprimere nell’immagine un’eloquenza animica che può essere frutto solo della propria interiorità.
Di queste tre modalità (programmata, automatica e manuale), che rispecchiano pressappoco i diversi modi con cui Giove può procedere all’elaborazione delle immagini secondo le caratteristiche dei Segni che lo ospitano (Toro, Sagittario e Pesci), quella “manuale” è sicuramente la modalità più costosa da adottare in termini interiori: per arrivare a fotografare in “manuale”, per arrivare a vivere una piena creatività interiore libera da ogni dipendenza, occorre saper sacrificare molti “rullini”, bisogna saper accettare che si possano scattare foto malriuscite ma da cui possiamo trarre insegnamento ogni volta. “Sacrificio e accettazione”, due termini che in apparenza sembrano avere poco a che fare con la “giovialità di …Giove” e molto più con Nettuno; ma io credo che proprio la vicinanza di Nettuno permetta a Giove ad essere l’unico tra i pianeti di Fuoco a considerare la necessità di un impegno introspettivo e quindi a saper godere della vita perché conosce la sofferenza del “fare esperienza”.
Riferirsi al corpo-macchina per alludere simbolicamente alle diverse capacità elaborative delle immagini da parte di Giove, ci porta a un’ulteriore riflessione: preferiamo un apparecchio analogico o digitale?
L’impressionante evoluzione tecnologica intervenuta negli ultimi tre decenni nel campo fotografico ha sicuramente portato la stragrande maggioranza delle persone a favorire l’acquisto di un apparecchio digitale. D’altronde sono talmente tanti i vantaggi del suo utilizzo rispetto alla tradizionale macchinetta analogica! Inquadri, scatti, e subito hai la possibilità di vedere su un display il risultato; se non ti piace, puoi provare a rifare subito la foto … anzi, può farne tantissime, tanto non occorre comprare più alcun rullino, visto che una scheda di un centimetro quadrato puoi memorizzarne migliaia ! E vai ! Inquadri, scatti e vedi…, inquadri, scatti e vedi …..
Io credo che questa nuova modalità di gestire il nostro approccio all’immagine fotografica rifletta parecchio l’attuale criticità legata a un generale sottoutilizzo delle funzionalità analogiche attraverso le quali dovremmo elaborare il nostro vissuto, criticità verso cui ci porta l’adeguarsi ai nuovi modelli comportamentali imbastiti dalla moderna società: si perdono così tutte le ricchezze che Giove può offrirci proprio durante il “trattamento della “pellicola”.
Giove è speranza: così come nell’apparecchio analogico un’immagine viene impressa su un negativo e non diventa visibile fino a quando questo non viene sviluppato, così ogni immagine elaborata da Giove è sempre la “promessa” di un qualcosa che può diventare “reale”, “vivibile”, dove l’attesa tra l’impressione dell’immagine (clic) e la sua applicazione al piano della realtà (foto cartacea) è lo spazio/tempo in cui si consuma il dispendio energetico del desiderio e quindi l’essenza del vivere stesso…
Giove è germinabilità: come un negativo, una volta impresso, mantiene sempre tutte le sue potenzialità di sviluppo, così anche le immagini interiori modellate da Giove conservano nella nostra psiche tutta la loro energia, la loro disponibilità al divenire. Compito dell’Astrologo Umanistico è infatti anche quello di indicare alla persona quali negativi questi non ha ancora sviluppato, o per dimenticanza o, più spesso, perché non ha ritenuto “significative” le immagini che ne erano contenute…
Giove è affidamento: così come nel momento dello scatto con una macchinetta analogica non sappiamo ancora se abbiamo fatto una “bella foto” e solo la nostra esperienza ci consente di “validare” lo scatto appena eseguito, nello stesso modo Giove ci chiama a fidarci anche delle nostre prime impressioni, senza aver paura se queste possono risultare fallaci, perché è sempre possibile generarne altre, ma sempre “diverse”…
Giove è magia: così come solo all’interno di una camera oscura il processo di “sviluppo” rende possibile vivere il miracolo e l’intensa emozione che ne deriva nel veder pian piano comparire da un foglio bianco adagiato in una bacinella d’acqua un’immagine presente solo vagamente nella memoria e che pian piano si definisce sempre di più su un supporto esterno, nella stessa maniera rimaniamo meravigliosamente incantati dal prodigio con cui, nella nostra interiorità, Giove feconda e alimenta l’energia espansiva che prende progressivamente spessore nella realtà, fino a traguardare l’oggettivazione della visone interna, il “mantenimento della promessa”…

Per quanto riguarda invece l’obiettivo fotografico, è sicuramente avallata da ogni astrologo l’analogia che collega la “percezione d’insieme” propria della visione gioviale con le caratteristiche ottiche di un grandangolo, in cui l’angolo di ripresa risulta moto più ampio rispetto a quella posseduta da obiettivi che hanno una visuale simile a quella umana (obiettivi da 50 millimetri).
Ma accennare semplicemente alla capacità di Giove di vedere in “maniera allargata”, di considerare quindi ogni elemento contemplato solo in riferimento all’insieme che lo comprende, e quindi di riportare ogni significatività a un ordine superiore…., sembrerebbe quasi accontentarsi di quattro definizioni da manuale, senza però riflettere sulla qualità di base che distingue questa peculiarità di Giove.
Infatti, se ci pensiamo bene … e sempre parlando in modo simbolico, anche noi possiamo voltare lentamente gli occhi da destra a sinistra e vedere una porzione di spazio entro 80-90°; o anche girare la testa e vedere quello che ci circonda in un’ampiezza di 180°; addirittura i più bravi sono capaci di ruotare sulla pianta dei propri piedi e “vedere” tutto ciò che li attornia, addirittura in tutti i 360 ° dello spazio circostante!
Fatto sta che queste grandi capacità(!) sono possibili solo attraverso un “movimento”: degli occhi, della testa o dei piedi …
Non solo! Per avere un quadro d’insieme dobbiamo anche affidarci alla memoria per ricordare e assemblare quanto abbiamo visto “durante” questi movimenti, una volta terminati…
“Movimento fisico”, “memoria”, sono piuttosto qualità mercuriali, che poco si addicono a un sovrano! O, almeno, possiamo anche parlare in questi termini ma solo se saliamo a un livello più alto perché, non dimentichiamolo, Giove quando osserva il suo regno, lo fa dalla cima dell’Olimpo!
In barba al principio di realtà, anzi “deformando” una parte della realtà, Giove crea infatti la sua dimensione contemplativa accordando entro i suoi limiti le proporzioni di ogni fattore sottomesso al tempo, allo spazio e alla forma: ogni elemento assurge così al ruolo di protagonista, e diventa “partecipe” del “regno”, dove ogni suddito, secondo un processo associativo, può parlare a nome degli altri: la mobilità corporea e territoriale viene così trascesa dalla mobilità dell’Anima, cui viene sottomesso il costituirsi del Simbolo, che può essere contemplato, lui si, anche nell’immobilità degli occhi, della testa e dei piedi…
L’asservimento degli elementi a un’unica visione non va quindi inteso come l’assoggettamento a un principio di autorità, bensì come l’adesione a un senso di partecipazione che relativizza il proprio vivere, dove la propria esistenza, “strutturale” per l’Io, diventa “strutturante” per il progetto del Sé.
Ora può succedere che un bravo fotografo si “adatti” a scattare sempre con lo stesso grandangolo e che proceda, nel tempo, con lo stesso entusiasmo degli inizi della sua professione … fino a quando, chi l’avrebbe mai detto, un’immagine, mentre viene inquadrata entro i margini dell’obiettivo, sembra non appagare un nuovo e più profondo senso di completezza: una voce nascosta sussurra al fotografo che il significato cercato nell’immagine può essere determinato solo ampliandola con altri e nuovi elementi, e che occorre quindi dotarsi di un grandangolo più spinto.
A livello simbolico, infatti, la stessa cosa può capitare quando, soprattutto nel cadenzamento dei suoi transiti, Giove cerca di superare i limiti dettati da Saturno facendo uso della sua ricchezza più grande, cioè dell’immaginazione: quando avvertiamo che la nostra vita non corrisponde più al nostro modo di volere e che qualcosa ci spinge a sperimentare anche la diversità, le nostre immagini interiori cercano improvvisamente nuovi territori per espandersi, cresce “l’acqualina in bocca” verso nuovi orizzonti di senso.
Ed è proprio in questi momenti, quando l’individuo si sente soffocato ma nello stesso tempo percepisce tutte le sue potenzialità di espansione, che è possibile capire e vivere l’aspetto superiore di Saturno: assecondare il progetto del Se’ accettando il modellamento di una nuova forma psichica che possa accogliere i dettami dell’immaginazione evocati dallo slancio energetico profuso dall’Anima.
In questo gioco - in cui l’analisi del rapporto Giove/Saturno ne ritrarrà la dinamica e che si rinnova continuamente tra dilatazione e consolidamento -, occorre comunque sempre considerare che l’orbita di Giove è pur sempre racchiusa in quella di Saturno; ed è proprio per questo che prima si accennava anche ai “limiti” della visione gioviale, limiti che possono essere analogicamente rappresentati, in queste metafore fotografiche, dal diametro della lente attorno a cui è strutturato tutto l’obiettivo: per quanto possiamo dilatare la nostra visione, ci sarà sempre una struttura a contenerla…
Forse l’unica visione che può davvero trascendere la forma è quella nettuniana: in questo caso l’obiettivo fotografico può essere paragonato a una semplice bolla di sapone … capace di catturare e riflettere dalla sua superficie ogni cosa la circondi e di incantarci per quanto di indefinito e altresì meraviglioso lascia scorrere sotto i nostri occhi solo per il breve tempo di un sospiro…
Ma le caratteristiche di una visione “grandangolare” non terminano qui!
Probabilmente solo gli addetti ai lavori … fotografici… capiscono il termine “profondità di campo”; ma chissà quanti di noi, nel vedere una foto appena sviluppata rimangono delusi perché, magari, avrebbero voluto più definito lo “sfondo”, oppure quanto era presente in “primo piano”, “prima” del soggetto inquadrato…
La profondità di campo, infatti, è la distanza davanti e dopo il soggetto che risulta nitida, non sfocata.
Su ogni tipo obiettivo la profondità di campo può essere regolata dal fotografo intervenendo sull’apertura del diaframma; più il foro attraverso cui passa luce è piccolo, maggiore è la profondità di campo; ma se il foro è piccolo allora occorre far passare molta luce, altrimenti la foto risulterà scura …, per cui il fotografo dovrà compensare decidendo per un’esposizione più lunga: senza entrare in dettagli tecnici, possiamo sintetizzare dicendo che una maggiore profondità di campo è determinata dalla scelta applicativa, e artistica, del fotografo…
Ora al di là delle impostazioni adottate dal fotografo, è importante sapere che, a seconda delle proprie caratteristiche costruttive, ogni obiettivo ha già una sua profondità di campo “naturale”, intrinseca, e, per la sua lunghezza focale, il grandangolo è appunto l’obiettivo che ha una maggior profondità di campo rispetto agli altri.
Perché, per le nostre considerazioni astrologiche, è importante rilevare questa particolarità?
Semplicemente perché la cosiddetta visione d’insieme di Giove non può interessare l’individuo soltanto nell’ottica di una dimensione partecipativa e globale, nell’ambito quindi di un quadro di riferimento più vasto simbolicamente rappresentato dalla visione panoramica del grandangolo; ma, parallelamente, riguarda anche la dimensione profondamente unitaria del soggetto stesso, in cui la visione d’insieme della sua identità nasce dal passato, attraversa il presente e si proietta verso il futuro.

E quindi come la visione grandangolare consente una maggiore profondità di campo, così nel momento in cui Giove mette a fuoco la nostra immagine (quando ci “contempliamo”) riesce nello stesso tempo a illuminare, a chiarire, sia quanto ci precede e abbiamo già percorso (il nostro vissuto = primo piano), sia quanto ci segue e possiamo traguardare (le nostre aspirazioni = lo sfondo): in questo modo Giove permette di risolvere una delle contraddizioni fondamentali dell’individuo, e cioè la sua percezione unitaria e la sua contemporanea eterogeneità.
Qui l’Io diventa il “ponte”, il Simbolo che unifica due realtà, opposte per la coscienza ma intimamente collegate dalla saggezza del nostro inconscio; qui Giove esercita anche sull’Io la propria funzione simbolica e lo mantiene “vivo”, ossia capace di trasmettere universalmente la propria, stra-ordinaria Verità.


Un esempio di foto

Segnato dalla sua opposizione natale Giove-Nettuno quel tale di Recanati - un certo Giacomo Leopardi - si trova un giorno a contemplare il limite esistenziale simboleggiato da una siepe presente sulla sommità di un colle, una siepe che copre quasi completamente la linea dell’orizzonte: questa immagine basta al suo Giove per scatenare tutta la propria forza immaginativa.
Il Fotografo Interiore di Leopardi inizia a giocare come un regista mettendo prima a fuoco la realtà dell’attuale condizione, Saturno, la siepe, e poi l’opposta dimensione nettuniana, simbolicamente delimitata da un orizzonte ora solo supposto e concepito come inarrivabile: in questo gioco di fuochi che si alternano e che restituisce l’enorme profondità dell’immagine, la ragione vacilla e la paura di essere completamente rapiti prende il sopravvento.
Seppure il suo cuore si senta soffocato dai limiti e vorrebbe slanciarsi altrove (magari mettendo a fuoco solo lo sfondo e tralasciare quello che c’è al di qua, ossia l’Io e le sue esperienze), il Poeta cede alla razionalità del suo Saturno che non riesce a sopportare l’assurdità dell’indefinito, dell’indeterminato che lo ha abitato per un istante.
Ma pur nella brevità di un attimo, Giove ha già scattato la sua foto e una goccia di Infinito viene impressa sulla sensibilissima pellicola del Poeta, un goccia che conserva tutta la sua enorme carica emotiva e che Leopardi intende vivere solo come immaginazione (“nel pensier mi fingo”) di “interminati spazi” e “sovrumani silenzi” .
Non c’è però il coraggio di “sviluppare” direttamente quel negativo: le mente interviene paragonando in termini opposti (“vo comparando”) le due diverse realtà con il preciso scopo di interiorizzare e vivere nella sicurezza del presente l’eco della dimensione nettuniana.
Ora Giove può anche riprendere la sua attività, ma adesso le nuove sensazioni che derivano da quell’esperienza, le nuove immagini forgiate dallo Spirito, sono “protette” da Saturno e convogliate entro una dimensione fissa e immutabile (“e mi sovvien l’eterno”) in cui, unicamente, sono contemplate le ricchezze delle sensazioni ineffabili provenienti dal passato (“e le passate stagioni”) e dalla realtà del presente (“e la presente e viva, e il suon di lei”): qui ogni visione di Giove è la benvenuta, tanto il “naufragar m’è dolce in questo mare”.
Al di là dell’intensa drammaticità che fa raggiungere a questa poesia l’apice lirico della letteratura italiana, credo sia difficile non ammettere che se Leopardi avesse sviluppato quel negativo, se avesse cioè integrato nella sua esistenza la veridicità di un contatto con l’Irreale abbandonandosi completamente all’immensa pulsione vitale che questo emana, senza ricondurla esclusivamente al controllo della ragione e viverla solo in forma regressiva - come l’analogia mare-Madre invita a tradurre -, forse avrebbe potuto riconciliarsi con quella dimensione esistenziale a cui aveva più volte rinunciato e che Giove invita più di ogni altra cosa a non abbandonare mai: il futuro e la sua possibile progettualità.
 

 
 
 
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