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- Astrologia e dintorni

GIOVE ALCHEMICO
     a cura di Francesca Piombo
 
GIOVE ALCHEMICO

L’Alchimia medioevale e rinascimentale aveva come scopo primario quello di creare la mitica Pietra Filosofale, o Elisir di lunga vita, attraverso la fusione e la trasformazione dei metalli vili in oro, considerato il metallo nobile per eccellenza in grado di garantire l’immortalità.

Nell’immaginario alchemico i pianeti e le stelle avevano un ruolo fondamentale; secondo Paracelso, grande medico e alchimista svizzero della fine del ‘400, proprio attraverso il simbolo e quella che la filosofia junghiana definisce “immaginazione attiva”, l’alchimista aveva “il potere di moderare i cieli, muovendosi da stella a stella”, diventava egli stesso “stella” e quindi poteva liberarsi dai vincoli del destino, autodeterminarsi e soprattutto elevarsi spiritualmente.

Allo studio dell’Alchimia medioevale e rinascimentale, Car Gustav Jung ha dedicato diversi scritti; ha esaminato attentamente il processo alchemico, le sue tematiche fondamentali, i suoi simboli ed emblemi, fino ad arrivare a mettere in analogia la Pietra filosofale con il Sé, ma anche con la possibilità di ricongiungere se stessi alla Fonte spirituale del proprio essere.
Gli stadi del processo alchemico quindi, non sono che l’esatta metafora del “percorso d’individuazione” junghiano che tende a ricomporre gli opposti; sono i passaggi obbligati del bisogno inconscio di purificazione della coscienza che, resa torbida dalle passioni e dagli attaccamenti, dai condizionamenti e dalle cariche energetiche distruttive, nonché dalle spinte collettive coscienti ed inconsce che hanno dominio sull’Io e ne bloccano l’individuazione, è chiamata dall’inconscio personale a rientrare in contatto con la sua Totalità e permettere la nascita di uno stadio conclusivo dell’essere totalmente rigenerato, il Sé junghiano, l’archetipo della completezza.

La visione junghiana della libido quindi, diversa da quella freudiana che la riconduce esclusivamente alla pulsione sessuale, porta alla conclusione che l’energia psichica ha bisogno della dinamica dei contrari per dare il meglio di sé.
Le passioni, gli stati d’animo conflittuali, le contraddizioni e le tensioni che si generano nella psiche ed il conseguente desiderio di risolverli sono il necessario presupposto a che si generi quella spinta propulsiva, quella corrente energetica necessaria ad elaborare le cariche distruttive trasformandole in creative, in un moto continuo e perenne di elevazione. Infatti, se da una parte si deve riconoscere l’impossibilità da parte della coscienza di poter integrare completamente l’inconscio per il mistero stesso che impregna la vita, è proprio l’energia psichica il presupposto che spinge a non fermarsi, ad andare avanti, per approdare a stadi migliorativi dell’essere, in un continuo sforzo di sublimazione e tensione spirituale.

E, in questo processo di trasformazione, Giove occupa un posto fondamentale; se a prima vita può sembrare che il pianeta, col suo significato primario di benessere, di crescita ed ampliamento non trovi apparentemente spazio nell’accostamento con l’alchimia, disciplina di spoliazione e destrutturazione di una forma per arrivare alla nascita di una forma nuova, ad una visione più approfondita si può concludere che è proprio grazie a Giove che si può compiere tutto il percorso sia alchemico che psicologico, perché la capacità trasformativa della psiche può essere elaborata solo se supportata dalla speranza, dalla fiducia che deve accompagnare la persona di buona volontà che voglia crescere in consapevolezza, che voglia diventare “alchimista di se stessa” e quindi capace di attuare quell’integrazione tra conscio e inconscio, tra luce ed ombra che è alla base del percorso d’individuazione junghiano.

Per questo motivo, Giove è giustamente l’archetipo della fortuna, così come vuole la tradizione astrologica, una fortuna, che per l’astrologia umanistica indica dei potenziali soprattutto spirituali: infatti è attraverso Giove e la casa nona che entriamo in contatto con la religiosità della vita, dove il termine “religiosità” non è necessariamente collegato ad una fede o a un dogma da seguire e professare, ma piuttosto ad una filosofia di vita che permetta, anche nei momenti più bui, di continuare a guardare lontano, senza perdere il contatto con la propria interiorità; solo così si avrà la possibilità di “re-ligere” e cioè riunire gli opposti interni, le ambivalenze e le contraddizioni che coabitano dentro di noi, visualizzarle e tentare un’integrazione. Solo a quel punto si può partecipare della scintilla divina che è racchiusa in ognuno di noi e che aspetta soltanto di essere liberata.

Scrive Jung in “Psicologia ed Alchimia”: “(Nella formulazione cristiana) l’uomo attribuisce a se stesso il bisogno di essere redento e trasferisce sulla figura divina l’opera di redenzione, il vero e proprio “opus”; (in quella alchimistica) egli assume il dovere di compiere l’opus, attribuendo il bisogno di redenzione all’anima mundi imprigionata nella materia”.

Giove alchemico è quindi il ponte che l’alchimista/Io riesce a vedere nel suo percorso creativo, dopo che si è liberato con sofferenza di tutto ciò che rallentava il suo procedere, dopo che Saturno e Marte hanno tagliato lì dove occorreva tagliare, alleggerendo l’intero percorso e mettendo a fuoco le priorità che possono permettere la scelta migliore, quella suggerita da Venere e dal cuore.

In alchimia Giove è collegato alla sublimazione e allo stagno.
Il metallo non solo era tenuto in altissima considerazione dai popoli antichi perché si legava col bronzo, ma è interessante notare come attualmente in ogni continente c'è un importante produttore di stagno; è il materiale più presente sul pianeta Terra, è quindi quello più a disposizione per l’opera dell’uomo.

Questo, a livello simbolico, non può che confermare quanto sia indispensabile l’opera di Giove come archetipo di fiducia e benessere, di pienezza e potere creativo in grado di dare impulso nuovo a che non si interrompa il percorso di trasformazione, quando – al primo contatto con l’inconscio - subentrino incertezze e timori e venga a mancare la speranza di andare avanti e oltre, per le inevitabili prove che s’incontrano sulla via dell’individuazione.

E’ grazie alla carica energetica di Giove infatti, che noi possiamo riprenderci dopo momenti di sconforto o di dubbio; lui irrompe nel nostro cielo quasi sempre in momenti di crisi in cui dobbiamo visualizzare, attraverso il simbolo, qualcosa di fondamentale per la nostra crescita spirituale, che è anche il fine primo dell’Opera alchemica. E’ proprio la crisi, spesso indotta da Saturno o dai pianeti lenti, che ci permette di visualizzare ciò che conta per noi, ciò che costituisce ed impregna la nostra essenza, la nostra sapienza profonda, la parte più vera di noi.

Sembra infatti che gli alchimisti abbiano tratto la parola sublimatio dal termine greco rhinisma che significa “limatura”. Leggiamo in un testo alchemico: “Se non rendi gli elementi sottilissimi, fino ad essere impalpabili al tatto, non raggiungerai il tuo fine. Se non sono stati macinati, ripeti l’operazione ed assicurati che siano macinati e sottilizzati”.
Prima di sublimare quindi, prima di elevarsi ad uno stadio superiore, bisognerà riconoscere la propria umanità, in un percorso che vede l’integrazione tra Saturno e Giove, i cui glifi sono molto significativi in questo senso perché simili tra di loro; un procedimento che affina, che fa toccare dimensioni più sottili e quindi spirituali, dopo che si sia onorata la prima materia che, profondamente bistrattata dall’uomo occidentale sempre più in difficoltà con istinti ed emozioni primarie, diventa il prerequisito stesso della trasformazione, il substrato da cui si deve partire se si crede nell’individuazione.

Non a caso i monaci Zen, quando prendono in considerazione nella filosofia dei loro giardini solo pietra, sabbia e piccole piante, parlano di “scorticare la natura”, simboleggiando la volontà di raggiungere l’essenziale, di puntare al cuore delle cose, perché solo così si può contattare la caldaia interna del fuoco creativo che simboleggia Giove, attraverso quell’atto di coraggio che s’impone per passare dallo stadio Scorpione allo stadio Sagittario, dall’Acqua al Fuoco, dall’ottava alla nona casa.

La sublimatio alchemica trasforma quindi ciò che è solido in stato gassoso, volatilizzandolo ed elevandolo, dal latino “sublimis”, alto.
Analogamente avviene nel percorso psicologico, come specifica Jung in “Mysterium coniunctionis”: “Ogni volta che un sogno o una situazione di vita vengono interpretati dal punto di vista archetipico, si sta promuovendo sublimatio. Il successo di tali interpretazioni può essere espresso nei sogni per mezzo della liberazione di uccellini in gabbia, o di un qualche altro fortunato movimento a salire”.

In effetti, è solo grazie all’Aria che si può acquistare quello stadio definito da Jung dell’ “Io osservante” che permette alla coscienza di distaccarsi anche per un breve periodo e quindi non identificarsi con le forze che agiscono nell’inconscio ma separarsi da loro così da poterle osservare, senza giudicarle ma provare a padroneggiarle dall’alto.

Scrive Edward Edinger nel suo “Anatomia della psiche”: “La sublimatio è l’ascesa che ci solleva al di sopra delle limitanti complicazioni dell’esistenza terrena immediata. Più in alto si va e più ampia e globale diviene la prospettiva, ma anche ci si allontana dalla vita reale divenendo meno capaci di intervenire su ciò che viene percepito: si diviene spettatori magnifici ma impotenti”.
Non solo ci si eleva quindi, ma si riconosce anche di non poter intervenire, è sostanzialmente un naturale atto di resa all’idea che l’unica depositaria di scelta in quel momento dell’esperienza, sia la vita; è per questo, penso, che Giove e Nettuno li ritroviamo insieme in Sagittario e in Pesci; entrambi ci dicono “Affidati, senza smettere di credere”.
Un vero e proprio snodarsi di voli e discese, di picchi e cadute, intensamente voluti dalla psiche, per arrivare – attraverso l’energia libidica che si sprigiona - ad uno stadio di centratura, perché è nel centro che si può trovare la Verità.
Scrive Jung: “Ascesa e discesa, altezza e profondità, movimento verso l’alto e verso il basso descrivono una realizzazione degli opposti sul piano emotivo, la quale conduce o dovrebbe condurre gradualmente ad un livellamento degli stessi; la sublimatio non è un incanalare forzato dell’istinto in un campo di applicazione spurio, bensì una trasformazione alchemica.”

Ne consegue che non si può sublimare nulla che non sia stato prima “umanizzato”, non si può trascendere nulla che non sia stato prima riconosciuto grezzo ed imperfetto e a quel punto, dopo averne preso VISIONE (Giove), trasceso.
Sublimare è “andare oltre” dopo aver trovato il giusto mezzo tra le polarità che sono state visualizzate; l’ “in der mitte” junghiano, il “metaxu” greco, il “bardo” tibetano simboleggiano tutti un “non luogo” trascendentale, indispensabile per potersi incontrare con quella che Aldo Carotenuto definisce nel suo “Integrazione della personalità”: “sospensione del tempo dell’esperienza interiore”, capace di stemperare gli stati d’animo estremi proprio perché si è conquistata una “terza dimensione” in cui è possibile visualizzare ed integrare gli opposti su una base nuova.

In alchimia, ogni operazione portata all’eccesso infatti e non calibrata ha effetti rovinosi; nel caso della sublimatio, si può arrivare a tutti quei rischi a cui espone Giove, quando lavora male: ipertrofia dell’Ego, smanie di grandezza, deliri illusori, così che la possibilità del volo, degli spazi aperti a cui ci spinge Giove, della visione alta che non è mai visionaria perché mai dimentica del limite terreno, si vanificano e si sprecano.

Il volo gioviale è quindi possibile solo se c’è la volontà di tornare giù… e cioè non ci può essere una reale sublimazione se non intervallata da discese nella materia, dalla presa di coscienza del proprio essere fallibili e finiti, perché il movimento verso l’alto fa avvicinare all’Eterno, ma il movimento verso il basso è altrettanto necessario perché non fa perdere il contatto con la propria umanità.
In astrologia, potrebbe essere questa l’essenza della dinamica di un asse terza/nona che si compie, dove Mercurio raccoglie curioso i dati e Giove li elabora premiando ogni sforzo di verità con quella benevolenza e senso positivo della vita che, a ragione, i suoi transiti portano secondo la tradizione, con quel senso di speranza di potercela comunque fare, a dispetto di ogni ostacolo, a dispetto di ogni prova, perché rimane forte una fede incrollabile nell’ordine superiore delle cose, rimane un senso positivo di riuscita, che solo la certezza di aver operato eticamente nel rispetto di sé e degli altri, può garantire.




Bibliografia:

C.G Jung, Mysterium coniunctionis, Opere, vol. 14/1, Bollati Boringhieri, 1990, pgg. 212-213
C.G. Jung, Psicologia ed Alchimia, Bollati Boringhieri, 2006, pag. 312
E. F. Edinger, Anatomia della Psiche, Simbolismo alchemico nella psicoterapia, Vivarium, 2008, pag. 213
A. Carotenuto, Integrazione della personalità, Bompiani, 2007, pag. 183

L. Fassio, seminario su Giove

 

 
 
 
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