giovedì 24 maggio 2018
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- Astrologia e dintorni

QUANTO ZUCCHERO?
     a cura di Marco Valentini
 
Quanto zucchero?

Nel 1974 Achille Campanile pubblica la raccolta “Gli asparagi e l’immortalità dell’anima”dove, proprio nel brano che dà il titolo al libro, lo scrittore tenta di trovare unapossibilerelazione tral’appetitoso ortaggio e quel complesso concetto metafisico che spazia addirittura dalla filosofia alla teologia. Naturalmente il titolo è solo un pretesto perché Campanile possa esplodere le sue micidiali battute umoristiche a corollario di ogni ipotesi di collegamento avanzata nella sua indagine; indagine comunque destinata al fallimento, visto che “… da qualunque parte si esamini la questione, non c'è nulla in comune fra gli asparagi e l'immortalità dell'anima ». Allo stesso modo forse si può pensare che una relazione su Saturno il cui titolo richiama una vaga idea di qualcosa di “dolce”, di “gradevole”, sancisca già dall’inizio un’errata elaborazione del simbolo: accostare lo zucchero a Saturno! Magari, se fosse stato il sale! Ovviamente occorre chiarire come prima cosa – e da un punto di vista simbolico - di quale zucchero stiamo parlando. Con la domanda “quanto zucchero”, non mi riferisco infatti a quello della canzone di Mary Poppins, quello che serve a rendere più tollerabile la “pillola”, intesa qui come l’insieme delle costrizioni sociali e culturali rappresentate dal lato collettivo di Saturno; né alludo al tipo di zucchero cantato dai RollingStones, al “Brown Sugar”, alla … “stupefacente” modalità di fuga adottata a fronte dell’incapacità di saper affrontare le proprie frustrazioni, il solito film in cui Saturno cede la regia a Nettuno; né mi riferisco alla zolletta che viene messa in bocca al cavallino ammaestrato del circo al termine della sua prestazione, al “premio” che compensa il proprio “servilismo”. Questi sono tutti tipi di zucchero servono a soddisfare bisogni legati ai primi gradini della scala di Maslow, collegati alle sicurezza, alle nostre necessità di adattamento, di accettazione; sono zuccheri effimeri, hanno una scadenza; sono limitati, li prendiamo dall’esterno da cui diventiamo dipendenti; soprattutto sono molto, molto costosi in termini di autenticità. Io credo che il compito prioritario dell’Astrologo Umanistico sia proprio quello di far capire al suo cliente che solo lui stesso può invece produrre lo zucchero “qualitativamente” più importante, ossia tutto ciò che aggiunge il sapore della spontaneità alla propria esistenzae svincola l’individuo dal percepirsi esclusivamente come un semplice “rappresentante”, così come il sistema cui appartiene lo vorrebbe considerare. Ora se un individuo produce e consuma quello che produce, diciamo che opera in un sistema “autarchico”: ed è qui che entra in ballo Saturno. Non è infatti Saturno a produrre lo zucchero, ma è il corretto utilizzo di Saturno che permette di garantire le condizioni di autosufficienza in cui, nell’immensità della nostra psiche, tutto diventa possibile, anche diventare imprenditore e operaio nello stesso momento. Certo è che al termine del primo ciclo di Saturno è più facile percepirsi come detenuti piuttosto che impresari, tanto è stato necessario piegarsi ai condizionamenti esterni: ma l’importante è non credere di essere condannati all’ergastolo, e che in qualche maniera è possibile uscire dal carcere. Esistono diversi modi per fare questo. Ad esempio, già nel prossimo convegno vedremo come sia possibile abbattere le mura della nostra Bastiglia interiore, magari al suono della Marsigliese e inneggiando al motto della Rivoluzione Francese, …con la necessità, però, di saper gestire il rischio di essere reclusi in una nuova prigione, magari improntata su un modello “ideale”, “futuristico”, ma anche impietosa e sorda a ogni lamento che ne giunge dalle segrete. Oppure possiamo attendere il convegno ancora successivo, quando davvero possiamo sbizzarrirci a scegliere la modalità di uscita: senza ricorrere alle solite banalità legate all’uso di droghe, si potrebbe semplicemente proporre al detenuto di introdursi in una bolla di sapone e attendere che la stessa attraversi, tranquillamente,le sbarre della cella… Ma perché dobbiamo aspettare Urano o Nettuno per uscire dalla prigione? Se la nostra società, o meglio la nostra cultura occidentale, ci ha formattato attraverso una sensazione “mancanza”, di “colpevolezza”, - e questo molto spesso attraverso la sua prima forma collettiva, la nostra famiglia - perché non utilizzare le stesse regole del sistema per uscirne fuori? E si, perché una delle modalità per uscire dalla prigione è semplicemente quella di affidarsi a un buon avvocato difensore che richieda la revisione del processo! E non è forse questo ciò che Saturno ci proponead ogni suo transito? Se il lato collettivo di Saturno è quello che ci ha ingabbiato in una dimensione dove le nostre istanze psicologiche sono prigioniere del giudizio altrui, il lato individuale dello stesso può portarci invece a dimostrare la nostra innocenza, a reclamareil nostro senso di dignità. Ed è solo qui che può nascere la nostra maturità! Così come è necessario che il detenuto colloqui in segreto con il suo avvocato difensore e si apra con questo in tutta la sua sincerità nell’esporre quanto conosce sui fatti affinché l’avvocato possa improntare un’arringa vincente; così un transito di Saturno invita l’individuo a vivere nel suo massimo isolamento e ad affidare, più che al cuore, alla lucida razionalità la valutazione del suo stato contingente. Inizia così la propria Contabilità Interiore dove il Saturno-Ragioniere redige il suo documento di Partita Doppia per mostrarlo poi al Saturno-Avvocato; una contabilità dove i conti del Dovere spesso non quadrano con quelli del Diritto;dove sono ancora attivi Fondi di Ammortamenti accesi per cespitiormaiobsoletie che vanno demoliti, cioè inerenti a supporti emotivi, affettivi esterni che non hanno più ragione di esistere; dove si evidenzia tutto lo spreco di Rimanenze di Magazzino invendute, ossia tanti buoni propositi mai realizzati; dove il saldo del conto Fornitori può rilevare un eccessivo volume di debiti, a dimostrazione che si ancora troppo dipendenti dagli Altri per l’approvvigionamento delle proprie materie prime, del proprio nutrimento psichico;dove i Crediti verso i nostri clienti esigono di essere riscossi,perché questo serve a nutrire anche la propria autostima: cruda realtà basata su principi di Bilancio, sulla quadratura tra Dare e Avere, tra Essere e Divenire. Ricevuti i libri contabili … l’Avvocato Difensore può ora scegliere di operare in due modi: può, così come fece nel giudizio di prima istanza, rimettersi alla “clemenza della corte”, e quindi implicitamente dichiarare ancora una volta l’incapacità di farsi carico della sua vera Funzione, del suo vero Ruolo; oppure può ricorrere alla ricusazione, chiedendo così la sostituzione di giudici perché ritenuti non attendibili nell’esercizio dello loro funzioni: i componenti della corte sono tristemente familiari all’accusato, perché già presenti nel primo processo di condanna (chi ha le sembianze del padre, chi del vecchio maestro di scuola, chi del capo-servizio…) e quindi si rischia la conferma della pena. Ma l’avvocato a chi presenta l’istanza di ricusazione? O meglio, chi permette la facoltà di ricusazione? Questo è un punto fondamentale della consulenza che l’Astrologo deve riuscire a far comprendere al suo Cliente: è l’imputato stesso (il Cliente) che deve decidere se mantenere la vecchia, collettiva, componente giuridica; o procedere a cambiarne l’assetto, improntando la nuova all’insegna dell’individualità, e quindi insediando al ruolo di giudice un’unica persona: lui stesso. Pubblico Ministero, Avvocato Difensore e Giudice allo stesso tempo, il tutto operando in una dimensione completamente oggettiva, con piena lucidità intellettuale, nel rispetto della propria e altrui morale, rinunciando al proprio autocompiacimento,riconoscendo e riconciliando le proprie vulnerabilità, accettando le conseguenze per quanto scaturisce dalle proprie scelte: ecco a voi Saturno, la capacità di soggettivarsi, la possibilità di uscire “legalmente” dalla prigione, cioè dalla porta d’ingresso. Individualizzarsi comporta però la presa di coscienza dei propri limiti,superando la paura che riconoscendoli si destabilizzi l’immagine grandiosa che abbiamo di noi stessi; ed è solo a questo punto che può nascere la possibilità di produrre una prima forma di zucchero “autoctono”. Saper gestire il proprio limite vuol dire rispondere infatti a una sistema di regole che l’individuo si dàcoerentemente contraguardi evolutivi raggiunti fino a quel momento. Ora se Saturno chiede costantemente di rispettare questa Legge,crea nello stesso momentoil terreno più adatto su cui può nascere l’esperienza del Desiderio. Zucchero, saper sorridere alla vita, dare sentimento alla propria esistenza per poi assaporarne il sacro contenuto,godere del proprio mondo interiore, vuol dire anchepermettersidi accedere al desiderio, permettersi di orientarsi al futuro: Saturno è si il limite della struttura, ma non della vita psichica; è il limite imposto da Saturno che prepara il terreno alla nostra capacità di simboleggiare, alla possibilità di provare un senso di piacere al solo “immaginare di ….”. Lo zucchero cui mi riferisco non deve essere concepito quindi come un ripiego per compensare reattivamente quanto di pesante, insostenibile, inaccettabile sembrano propinarci le lezioni saturnine; così come il desiderio non è una concessione alla nostra maturità e al nostro bisogno infantile, ma una vera e propria forza, dotata di significato simbolico, che ci spinge ad agire. Sarebbe un grave errore credere infatti che la disponibilità dello zucchero sia limitata alla temporaneità del desiderio, alla semplice atmosfera del vivere un Sabato nel villaggio già sapendo che verrà la domenica a ricordarci il nostro limite, come le sofferenze del viver quotidiano: in questo caso si può rischiare di “godere” della sofferenza, perché si è stati indottrinati a ritenerla come la giusta caparra che dobbiamo versare per la salvezza finale; oppure si può rischiare di “godere” nel vero senso della parola, in senso assoluto, senza alcuna remora: visto che non c’è nulla da perdereperché rinunciare, perché sacrificarsi? Non è certo Saturno che può rispondere a queste domande; ma è sicuramente Saturno che ci ricorda la nostra finitezza, che i nostri giri di giostra non sono infiniti; da questa certezza – l’unica cosa certa della nostra vita ce la indica Saturno - sta noi decidere se vogliamo mangiare lo zucchero filato mentre siamo sul cavallino della giostra; oppurese non vogliamo mollare neanche una delle redini che ci legano al cavallino perché abbiamo paura di cadere, e attendere quindi che la corsa finisca, per poi trovare lo zucchero filato in una certa bancarella… E se, quando scendiamo dalla giostra, sparisse d’incanto tutto il Luna Park ? Incredibile Saturno: nel momento in cui ci consegna l’unica verità oggettiva della nostra esistenza, schiude la nostra Anima al dubbio più grande! E allora ben venga il dolce affidarsi al proprio libero sentire, a quanto di irrazionalepuò trascendere l’eterno dilemma e ogni visione parimenti dicotomizzante e separante, a ciò che può schiudere l’Anima alla Fede e a percepire un bagliore di Unità… Quella gestita da Saturno è infatti una strana palestra doveall’inizio l’individuo vi accedenon tanto per potenziare i muscoli, quanto piuttosto per sviluppare la forma più rispondente ai normali centili di riferimento, e impegnarsi amantenere il corretto portamento attraverso una faticosa ginnastica posturale; il tutto per essere poi pronto a sfilareall’uscita della palestra, indossando l’abito più adatto che qualcuno gli ha già confezionato.Naturalmente ogni esercizio svolto in palestra sarà frutto di meccanicità, di sequenze gestuali scandite attraverso un implacabile metronomo basato sul principio di prestazione, eseguite senza alcun coinvolgimento emotivoperché quello che interessa è solo raggiungere la conformità verso un prototipo. Nel mentre sviluppa così automaticamente la sua struttura, l’individuo può anche abituarsi alle gocce di sudore che colano sulla sua pelle durante lo sforzo, al loro acre sapore che talvolta percepisce quando gli raggiungono le labbra; difficilmente riesce invece ad avvertire la contemporanea lacrimazione, lo stillicidio interiore prodotto dalla sofferenza della sua parte più intima che, schiacciata, invoca di essere ascoltata: e tanto più intenso è l’esercizio con cui modella la sua forma esterna, tanto più il gocciolamento interno può assumere le fattezze di un diluvio. Ecco, se in questo momento l’individuo usasse Saturno in una delle sue modalità più produttive – quella introspettiva - allora sospenderebbe per un attimo il suo esercizio, si ritirerebbeper il tempo che gli necessita nello spogliatoio … in cui si denuda l’Anima, e udirebbe… Quando infatti la consapevolezza va di pari passo con il sacrificio più graveche può operare Saturno, cioè con il silenzio della mente, la persona udirebbe il richiamo del suo cuore che batte all’impazzata dopo lo sforzo; udirebbelo scroscio di quelle lacrime che attraversano la sua interiorità; si chinerebbe sul greto di quel fiume per provare a berne un sorso e placare così la sete delle sue fatiche esteriori; e rimarrebbe stupito dal sapore di quell’acqua! Sono le lacrime del Femminile … e sono dolci! Per quanto lacrime, sono dolci, perché prodotte dalla nostra parte che ci ama incondizionatamente! Essere autonomi e indipendenti vuol dire anchericonoscere e sapersi alimentare da quella fonte, perché a quel punto il “palestrato” non ha più bisogno di alcun tipo di parametro esterno cui riferire il suo senso di identità; da questo momento vive la palestra – quella della vita – anche come un “centro benessere”, dove “si fatica” per essere “individualmente belli, dentro e fuori”, dove Saturnoincita sia alla costruzione interiore che esteriore, dove il principio di realtà si fonde con quello del piacere. Essere autonomi e indipendenti non vuol dire infatti essere spietati con se stessi; anzi, come a volte di fronte all’ostacolo è necessario tornare sui propri passi per prendere una rincorsa che ci permetta di dispiegare più potenza nello slancio, nella stessa maniera Saturno deve prendere atto delle proprie vulnerabilità e consentire le salutari, temporanee, regressioni che smobilitano energie non solo mai immaginate di possedere, ma indispensabili per il nostro ulteriore sviluppo. Certo la sensazione “zuccherina” che può derivare dal persistere in dimensioni supportantilegate a rivissutecondizioni passate, non deve portare a una vera e propria “stagnazione glicemica”, altrimenti l’inascoltato richiamo allo svincolo sollecitato dai transiti di Saturno può portare l’individuo a essere oggetto di inspiegabili e violente somministrazioni di “insulino…indipendenza” operate dall’esterno, magari sottoforma di inspiegabili e improvvise desertificazioni delle oasi emotive cui si faceva affidamento. Più sopra ho scritto che Saturno non produce zucchero, ma, considerando uno dei simboli che lo qualifica – quello del Padre – penso di aver commesso un errore. E’ nel momento stesso in cui decidiamo di avviarci verso l’autonomia e l’indipendenza, verso uno stato “adulto”, che prendiamo veramente consapevolezza delle nostra inferiorità primordiale, della nostra condizione di essere “figli”, con tutto il carico del “debito simbolico” che questo comporta. Come figlio: cos’è, se non zucchero, la sensazione di libertà che deriva dalla tua capacità saper rigettare ogni forma di dipendenza psichica che ti lega al tuo debito, non perché non lo riconosci, ma perché sei stato capace di trasformarne il significato, inquadrandolo piuttosto come un riconoscimento della tua filialità – e quindi della tua nuova capacità di renderti tu “padre” -,facendonecosì decadere la sua dimensioneinferiorizzante e obbligatoria? Come padre: cos’è, se non zucchero, il sentimento di pienezza interiore che deriva dal saper donare, dall’aver corrisposto al bisogno di riconoscimento del figlio, di avergli saputo testimoniare la possibilità che “è possibile conciliare” Legge e Desiderio? Questa è Umanità. E’ anche vero che talvolta lo zucchero prodotto da Saturno può assumere caratteristiche paradossali, fino a suscitare – soprattutto oggi - l’incomprensione dei molti: allora lo zucchero può avere il sapore amarissimo della cicuta, quandosi preferisce l’etica all’utile, il dovere sociale rispetto all’interesse privato, quando si vuole rispondere solo alla propria coscienza e ci rifiuta di tradirla perché la si ritiene “giusta”; oppure quando Saturno si allea con Nettuno e quindi, dopo averlo prima temuto e poi accettato, si è capaci di bere dal calice più amaro dell’esistenza perché il suo contenuto – l’Ombra dell’ Uomo – viene trasformato attraverso l’estremo dono di sè nel più dolce e rarefatto degli zuccheri: l’Amore Universale. Socrate, Gesù…Forse di loro Saturno potrebbe dire: “Quella si che è gente seria!”. Non so…! Forse il compito finale dell’Uomosta proprio nel trovare e saper bere la propria cicuta, nel trovare e saper bere dal proprio calice. Forse solo lì si spalancherebbe definitivamente la soglia custodita da Saturno. Ma, nel frattempo, e per quanto riguarda almeno il compito … dell’Astrologo, è invece auspicabile che lo stesso porti il Cliente meditare sul fatto che la sofferenza non è eliminabile dalla sua esistenza - ne è anzi un suo costituente, perché spesso è l’unico strumento di conoscenza –, ma che è comunque possibile governarla. Da qui il previlegio – tutto umano - di avvalersi anchedello zuccherodella propria vita–cioè di quanto scaturisce dalla cura di sé e dalla tensione creativa che nasce a ogni presa di coscienza delle proprie potenzialità e dei propri limiti -;di considerarloquindi come ingrediente fondamentale del suo processo di soggettivazione;ma anchedi saperlo dosare secondo la modalità suggerita dallo stesso, saggio, Saturno: KatàMétron, secondo misura…


 

 
 
 
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