mercoledì 28 giugno 2017
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a cura di Lidia Fassio 
LA TEORIA DEI “CAMPI INVISIBILI” DI RUPERT SHELDRAKE
 
La teoria dei “campi invisibili” di Rupert Sheldrake La teoria di Rupert Sheldrake è tra quelle che dimostrano che spesso la scienza trova esattamente quanto di più lontano da ciò che cerca e spiega fenomeni presi da sempre in considerazione dalle scienze spirituali.

Sheldrake in pratica ha visto che quando un nuovo comportamento o una nuova potenzialità viene adottata da un numero sufficiente di esseri viventi appartenenti ad una specie, può trasferirsi automaticamente a tutti i membri della stessa specie, anche se non sono mai stati in contatto tra di loro.

E’ interessante questa teoria, perché, in un certo senso spiega scientificamente il concetto Junghiano di “inconscio collettivo” che, il grande psicologo svizzero intendeva come un “grande pozzo” in cui sono depositate le grandi potenzialità degli individui, pronte ad essere colte da chiunque abbia la capacità di catalizzarle.

Secondo Sheldrake questo fenomeno che può essere definito come un “trasferimento di informazioni” avviene per via di una “risonanza” che unisce, al di là dello spazio tempo, tutti gli esseri che appartengono a quella precisa specie.
Questo spiegherebbe anche perché in uno stesso momento una scoperta che viene fatta a New York viene fatta anche in un laboratorio dell’Australia, senza che vi siano stati contatti o, ancora di più, può spiegare perché civiltà che tra loro non sono mai state in contatto hanno elaborato le stesse filosofie nello stesso identico periodo storico.

Certo, quella di Sheldrake non è ancora considerata una vera teoria, ma una semplice ipotesi.. poiché nonostante l’osservabilità e la ripetitività non è ancora stata descritta in modo preciso e formale per essere accettata dalla scienza.. che, ha le sue regole.

Le sue regole però sono chiarissime e sperimentate: celebre è l’esperimento delle “scimmie” scientificamente documentato da Larry Watson. Ad un gruppo di scimmie che si stavano studiando, venero date da mangiare le patate.. assoluta novità per loro.
Le patate venivano lasciate sulla sabbia e le scimmie scendevano a prenderle per mangiarle; un bel giorno, lo scienziato vide che una scimmia lavava le patate nel mare in modo da togliere via la sabbia che si era accumulata sulla buccia. Successivamente notò che anche la madre della scimmia lavava la patata prima di mangiarla e.. pian piano.. si vide che le scimmie del branco lavavano tutte le patate; allora si pensò che in qualche modo la prima scimmia avesse insegnato alle altre come fare.
La cosa più ecclatante e sconvolgente fu però nel vedere che anche le scimmie che non erano venute a contatto con questo gruppo, da quel giorno, lavavano le patate in mare per togliere la sabbia dalla buccia.

Questo significava che in qualche modo l’informazione era passata attraverso “campi invisibili”. Esattamente quello che ipotizzò Rupert Sheldrake.

 
 
 
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