mercoledì 28 giugno 2017
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LE RUBRICHE DI ERIDANOSCHOOL - Astrologia e dintorni a cura di Lidia Fassio

RUBRICHE DI ASTROLOGIA

a cura di Elena Comini 
IL MITO DELL'EROE ARJUNA
 

Il mito di Arjuna si trova descritto nella Bhagavad-Gita, un antico testo indiano che fa parte di un’opera più vasta che è il Mahabharatha. Il libro narra del dialogo tra il guerriero Arjuna e il Dio Krishna sul campo di battaglia di Kuruksetra. L'antefatto, narrato nel Mahabaratha, è quello di una faida famigliare che vede da un lato i Kaurava, capeggiati dal malvagio Dhrtarastra, da suo figlio Duryodhana e dal generale Karna e dall’altro lato i Pandava. I Pandava con Arjuna e i suoi fratelli erano stati defraudati del proprio Regno ad opera dei loro parenti stessi, i Kaurava, e costretti all’esilio per 12 anni. Ma poi alla fine decisero di riconquistare il Regno. Al momento della guerra Arjuna sceglie di avere Krsna come alleato. Krsna è un Re di un altro Regno, famoso per la sua incorruttibilità e nobiltà d’animo ed anche caro amico della famiglia Pandava. Però succede che di fronte alla propria famiglia schierata da entrambi i lati sul campo di battaglia di Kuruksetra, Arjuna è assalito da vari dubbi...

Questo è un libro famoso per gli insegnamenti che impartisce Krsna ad Arjuna su come raggiungere la perfezione e la realizzazione della vita umana attraverso l’analisi di varie discipline e metodi. Fin da piccola cresciuta con un padre amante dell’Oriente sono sempre stata attratta da tali filosofie e sono ora contenta di poter integrare la conoscenza degli antichi Veda con le basi apprese fin qui con l’astrologia. Questi studi vedici sono stati approfonditi tramite 2 importanti maestri indiani: Sri Haridas Sastri Maharaja e Sri Satya Narayana das.
Qui non si vuole metter in luce e discutere il messaggio del maestro Krsna che impartisce ad Arjuna per dissolvere i suoi dubbi. Le strade per la realizzazione e l’elevazione della coscienza sono differenti e valide differentemente per ognuno di noi.
Il testo con il suo primo capitolo ci pone di fronte al viaggio che deve compiere l’uomo alla conquista della sua identità. La figura di Arjuna incarna qui l’uomo comune, né troppo elevato né troppo dedito ai piaceri materiali. Se fosse elevato spiritualmente sarebbe già su un piano di coscienza spirituale e al di là del dubbio, situato nel dharma della 12 casa, cioè del servizio incondizionato d’amore agli altri e all’Assoluto. E se fosse troppo dedito ai piaceri materiali non sentirebbe neanche la necessità di porsi delle domande morali ed esistenziali. La figura di Arjuna rappresenta quindi il genere umano che per crescere ed arrivare ad una certa consapevolezza deve superare proiezioni e lati ombra. Arjuna è qui sul campo di battaglia della vita colto da dubbi, dall’ansietà e dallo sconforto che possiamo provare tutti nel momento che intraprendiamo una strada di indipendenza e di luce e ci rendiamo conto di tutti i nostri attaccamenti corporei.


Arjuna è sul campo di battaglia, che rappresenta la vita, ed è un guerriero arciere, dotato di un’armatura che è stata fatta apposta per lui, di immensurabile pregio e molto forte. La figura dell’eroe è rappresentata da un guerriero, perché deve lottare per la conquista della propria identità. Arjuna indossa una prestigiosa armatura che rappresenta simbolicamente la forma umana, dotata di qualità uniche rispetto agli altri esseri viventi e che può portarci a mete di coscienza e conoscenza elevate.
Il corpo è quindi qui paragonato sia all’armatura sia al carro di Arjuna che si sposta e porta il Sé dovunque esso voglia. Dalle scritture si apprende che Arjuna proviene da una discendenza o lignaggio lunare e ciò ci fa capire come il suo corpo, le sue emozioni e tutto il suo corredo genetico dipendano da tale archetipo fondamentale insieme al Sé, rappresentato dal sole. La luna rappresenta inoltre le sicurezze che ereditiamo dalla famiglia come patrimonio sia genetico sia psichico. I due archetipi, i due luminari sono qui rappresentati quindi nella figura di Arjuna.
I sensi sono paragonati ai cavalli, la mente alle redini e l’intelligenza al guidatore del carro, in questo caso Krsna. Infine l’entità vivente, nella sua forma di coscienza, è paragonata al passeggero Arjuna. Lui è un’anima che cerca di trovare la sua vera identità. I sensi vengono paragonati ai cavalli (mercurio) perché se non tenuti sotto controllo da una buona mente e dall’intelligenza possono portarci su strade sbagliate. I cavalli hanno poi il colore bianco (venere) per indicare che i sensi devono essere puri, cioè indirizzati a scopi nobili e occorre per cui l’aver introiettato dei propri valori morali ed etici.
Le redini rappresentano la mente e mantenendo il rapporto fra il fuori ed il dentro del carro, tra il sé ed il carro, tra l’inconscio e il conscio, svolgono quindi anche la funzione lunare. La luna è il simbolo delle nostre emozioni e della conseguente reazione che esprimiamo poi all’esterno con i nostri sensi. Nella tradizione induista è interessante notare come la mente di una persona dipenda dal nutrimento che mangia la madre durante la gravidanza e dal cibo con cui la madre nutrirà il bimbo. La mente è infatti considerata costituita da natura materiale e i mattoni del nostro corpo dipendono dal tipo di cibo che ingeriamo. Cibo che può essere di varia natura e che quindi può farci prevalere più per una natura aggressiva o pacifica. Quindi la luna-mente-emozioni è in stretto rapporto con la figura materna che viene considerata il primo maestro di vita del nascituro e per ciò di fondamentale importanza perché condizionerà tutta la sua futura visone del mondo.
Krsna è qui a rappresentare l’intelligenza, la discriminazione e la capacità di giungere a delle conclusioni che ci aiutino nel percorrere la strada della vita. Arjuna deve quindi realizzare il suo Sé (sole) e per far ciò ci vogliono degli strumenti adeguati. Gli ingredienti ci sono tutti: il carro e l’armatura, cioè il corpo umano; le redini, la mente-luna, le nostre emozioni e reazioni; i cavalli (sensi-mercurio) che percepiscono e acquisiscono le informazioni e vengono rappresentati con il colore bianco e cioè il senso del valore (venere); l’intelligenza, la conoscenza e la capacità di giungere ad una conclusione (giove). L’arco del passeggero rappresenta invece la direzione verso cui tendere una volta giunti alla decisione. L’eroe potrà allora scoccare la sua freccia nella giusta direzione (marte) con determinazione, organizzazione, senza dubbi ed esitazione (saturno). Tutti questi sono gli strumenti rappresentati anche astrologicamente che contribuiscono alla realizzazione del progetto solare.

Il primo capitolo del libro si apre con la domanda di Dhrtarastra su cosa stia accadendo sul campo di battaglia di Kuruksetra, questo perchè lui è cieco ed è preoccupato per la sorte del figlio Duryodhana che è lì a combattere. Dhrtarastra è lo zio di Arjuna e colui che assieme a suo figlio ha organizzato il complotto anni prima per impadronirsi del Regno che spettava per discendenza ai fratelli Pandava. Dhtrarastra rappresenta qui il malvagio, corrotto e ingiusto, che ha usurpato il trono alla dinastia di Arjuna. La cecità di Dhrtarastra rappresenta il suo attaccamento materiale al corpo e alle cose correlate al corpo che ha generato poi egoismo, avidità ed infine la guerra. Tali cose lo hanno reso cieco ai veri valori della vita. Arjuna ha qui il compito di riscattare il suo Regno, non solo fisico ma anche spirituale, affettivo ed emozionale.

Krsna, anticipatamente, va anche da Karna, generale sul lato opposto del campo di battaglia, per cercare di mediare senza dover affrontare la guerra. Lui però si rifiuta di restituire il Regno preso con l’inganno ad Arjuna perché profondamente attaccato al suo sé illusorio, ed al suo essere eroe illusorio. Illusorio perché aveva agito con manipolazioni per avere il Regno.
L’anima pura è distaccata dalla materia, ma a causa dell’identificazione materiale non realizza la sua vera natura, ma adotta diverse identità in relazione al corpo ed è capace di qualsiasi cosa per essere eroe e divenire Re. Ma eroi si diventa con la purezza e non con manipolazioni e inganni. E la fine di questi malvagi sarà la morte ad opera di Arjuna, vero eroe che ha agito sempre con integrità e autenticità.

Il dubbio primario di Arjuna è il combattere o meno contro i propri parenti e pone varie scusanti per non combattere, soprattutto egli sottolinea la famigliarità con i nemici del lato opposto e la non violenza.
Al di là del campo di battaglia si trovano infatti i suoi parenti e questo è simbolicamente importante, perché essi stanno qui a rappresentare le nostre radici più profonde, astrologicamente la casa 4. Per poter prendere una nostra via indipendente verso la 10 casa e conquistare qualità proprie occorrerà distaccarsi da queste radici e trovare una propria autenticità interna. La casa 4 in questo caso è rappresentata dalla dinastia Kaurava e Pandava e nella tradizione Vedica queste dinastie discendono simbolicamente dalla Luna. La Luna è in effetti il legame simbiotico da cui prima o poi ci si deve svincolare per una vera realizzazione personale.

Dhrtarastra e i suoi figli rappresentano anche le proiezioni e l’ombra contro cui Arjuna deve combattere per poi trasformarle e superarle. Ma prima di tutto deve guardarle in faccia e il campo di battaglia con i 2 schieramenti l’uno di fronte all’altro, come astrologicamente l’asse casa 1-7 è la rappresentazione delle nostre proiezioni. Quando si riescono ad osservare lì di fronte a noi è arrivato allora il momento di prendere una decisione. Da qui sorge il dubbio: il ritirarsi ed il non agire oppure l’azione. Per non agire Arjuna inizia a porre mille scusanti, lui non vuole avere sconvolgimenti ed andare contro i suoi parenti e l’azione significherebbe invece prendere in mano la sua vita. Anche se era un guerriero temutissimo e di grande fama egli è così preso dallo sconforto che non è più in grado di tenere in mano il suo arco perché divenuto troppo pesante. Lo stato mentale aveva influito sullo stato fisico del corpo. Viene detto: “il suo arco gli scivolò dalle mani”. Arjuna era incapace qui di prendere il suo arco e scagliare la sua freccia, simbolo di marte e di azione. Gli attaccamenti lo stavano annebbiando e indebolendo e non aveva più alcuna direzione e obiettivo. Arjuna non aveva perso la forza fisica ma quella mentale perché la sua mente era divisa dai dubbi. Da qui è molto importante la scelta che con forti valori interni (venere) deve portarci a dissipare ogni dubbio. Importante è la discriminazione del bene e del male per giungere ad una sintesi (mercurio-giove) e poi compiere una scelta.
Ma alla fine l’eroe Arjuna mostra combattendo il modo in cui liberarsi dallo sconforto, che è un’affezione mentale. Piuttosto che affrontare i problemi e l’ignoto tante persone preferiscono invece rimanere nella staticità della loro vita.
Arjuna prima di combattere chiede a Krsna, la sua intelligenza, di fargli osservare i nemici, ed il carro si sposta così al centro del campo di battaglia. Da qui egli può osservare entrambi le parti, da un lato il suo esercito e dall’altro i suoi nemici e parenti.
Il primo passo è il sapere dove ci si trova per iniziare il proprio viaggio. Ci si deve quindi fermare e guardarsi dentro proprio come Arjuna in mezzo al campo di battaglia osserva i 2 eserciti lì schierati. Per realizzarsi spiritualmente Arjuna deve intraprendere così la lotta contro i suoi parenti, che qui rappresentano i suoi attaccamenti, le sue radici famigliari e tutto ciò che va dalla prima alla sesta casa.
I nemici devono essere ben visibili prima di poter essere affrontati. E’ un’illusione vincere i nemici se sono sconosciuti, bisogna prima conoscerli e guardarli in volto, ciò che fa Arjuna andando in mezzo al campo di battaglia. Si parla qui di lati ombra come lussuria, collera, avidità, illusione, invidia e attaccamenti, parti ombra di venere, marte, giove, nettuno e luna. Krsna inoltre richiede ad Arjuna di uccidere i suoi parenti proprio direttamente lui stesso, cioè di combattere personalmente i suoi propri attaccamenti. Non possono farlo gli altri per lui. Siamo eroi di noi stessi.

I Kaurava e i Pandava, i due eserciti, rappresentano quindi le due differenti qualità degli esseri umani, luce e ombra, che esistono fuori e dentro di noi. I conflitti esteriori sorgono in realtà perché esistono interiormente. Solo trionfando interiormente si sarà vincitori anche all’esterno. Ecco perché la battaglia dell’eroe Arjuna è prevalentemente una battaglia interiore. La nostra parte oscura ci mette sempre ostacoli che ci rendono inerti. Le persone nella luce sono libere dall’ansietà, fisse nella propria meta e diligenti, con mente tranquilla e ben organizzate (saturno). Così appariva l’esercito di Arjuna, pronto per la battaglia.
Entrambi gli eserciti erano stati addestrati in ugual modo perché appartenevano alla stessa famiglia, ma da qui si può notare la dualità e come ci siano due scelte che l’individuo può compiere, luce e ombra.
L’esercito di Arjuna era inferiore ma motivato da valori personali (venere) integri e forti, al contrario dell’altro esercito più numeroso ma guidato solo dall’obbedienza e basta. Le attività possono essere svolte solo per obbedienza verso le regole e le ingiunzioni (casa 6), che obbligano e disciplinano oppure ispirate ad un valore interno morale (venere), compiendole così per piacere e scelta personale e verso un fine altruistico e umanitario (casa 12).
Questi ultimi atti sono i più potenti perché liberi dal dubbio, ispirati da valori personali integrati nel Sé. Si può così capire quanto valgano i valori personali nella motivazione a lottare per la propria realizzazione. La sola obbedienza senza valori interni non può condurci ad una elevazione perché ci saranno sempre parti ombra che ci faranno cadere o soccombere o oltrepassare quei limiti morali non veramente introiettati dentro di noi.
La sofferenza è ciò che spinge l’essere umano a ricercare di migliorare la propria vita. Tutti gli eroi e i santi hanno attraversato crisi per arrivare alla verità.
Ma con l’azione, la volontà (marte) ed il potere personale (plutone e casa 8) la persona è in grado di trasformarsi.
Il vero problema principale di Arjuna era l’uccisione dei suoi attaccamenti, rappresentati dai parenti. Krsna invece insisteva nel fatto che Arjuna dovesse lottare, ma Arjuna pose varie argomentazioni e scusanti prima di comprendere.
Arjuna può apparire qui come un uomo che non vuole usare violenza, in realtà però non vuole usare il suo volere e coraggio (marte) ed il suo potere personale (plutone) per ritrovare il suo vero Sé. Krsna cerca di fargli capire che si deve staccare da una concezione prettamente corporea e da tutto ciò rappresentato dalla 6 casa e dalle case in generale sotto l’orizzonte. Queste sei case hanno contenuto il Sé nel corpo, nutrendolo e fornendogli una base per poter vivere, ma per un salto di evoluzione del Sé, esso si deve allontanare e per distaccarsi deve osservare i suoi lati ombra in 7 casa (nel campo di battaglia) per poi trasformali in 8 casa.
Inoltre Krsna dice: “questi uomini sono già stati uccisi da me. Tu sei soltanto uno strumento.” Ciò significa che per la parte Divina del Sé questi lati ombra in realtà non esistono, sono già morti perché parti non autentiche e integre, che non possono portare ad un piano di coscienza spirituale.
Arjuna vedendo i parenti, li considerava “suoi”, parte della sua identità e quindi la sua paura era anche dovuta al cambiamento che sarebbe derivato dallo scontro con tali parenti e alla conseguente paura della perdita d’identità personale che essi rappresentavano. Avrebbe dovuto affrontare l’uccisione da cui dipendeva la sua identità e quindi egli esitava. In realtà Arjuna non voleva tagliare le sue radici, ma invece se fossero state persone estranee egli non avrebbe esitato un istante. E quindi il punto cruciale è proprio questo: il tagliare le radici famigliari. Arjuna cioè doveva capire che il problema non stava nel combattere o meno, ma nel riconoscere e discriminare che quei parenti rappresentavano sia i suoi attaccamenti sia i suoi lati ombra da cui liberarsi per realizzarsi perchè fondamentalmente privi di luce. Infatti nella storia l’esercito opposto e i suoi parenti erano persone malvagie, dal lato oscuro, avide, egoistiche e che avevano agito con l’inganno. Il difenderle avrebbe dato adito anche ad Arjuna in un futuro di potersi comportare in ugual modo.
Se in questa circostanza soccombiamo alla depressione e allo sconforto possiamo giungere fino all’ignoranza o alle droghe (lato ombra di Nettuno), annebbiando la nostra coscienza e rischieremo di perdere la grande opportunità che ci ha dato la vita umana. Arjuna quando inizia ad argomentare la non violenza in realtà lo fa solo quindi come una scusante per non affrontare i suoi attaccamenti.
Inoltre il fatto che vi erano dei nemici sempre da combattere per Arjuna rappresentava una sfida per giungere al riconoscimento sociale, la gloria del Sé in casa 5. Senza più nemici esterni non avrebbe più potuto misurarsi per distinguersi dagli altri ed avere riconoscimento del Sé, ed anche tutto questo fa tremare in un primo momento Arjuna. Quindi qui abbiamo anche questo importante punto del riconoscimento del Sé e del fatto che il successo materiale non ha senso se non si può mostrare agli altri.

Successivamente Duryodhana, parente nel lato opposto del campo di battaglia, si mette anche a lodare l’esercito di Arjuna, ma tutto ciò non per vera stima ma per interesse personale. Quando una falsa persona ne lusinga un’altra sta in realtà sostenendo se stessa e compensando il proprio senso di inferiorità. Egli proietta, in quella persona che elogia come eroe, se stesso per rimediare alla sua personale debolezza che sente di avere. Compensa le proprie insicurezze con la millanteria cercando al contempo di manipolare l’altro. Duryodhana scelse quindi di elogiare l’altro esercito per manipolarlo. L’adulazione è uno strumento efficace di manipolazione, ma ha presa su di una persona che deve essere sostenuta perché senza valori personali. Qui Arjuna, invece, dopo i primi dubbi iniziali, dimostra di essere un capo carismatico senza bisogno di elogi speciali.
Colui che ha vera fiducia in sé può lodare genuinamente gli altri perché capace di riconoscere il vero Sé. Il capo dell’altro esercito invece soffriva di inferiorità. Duryodhana temeva l’esercito dei Pandava, si sentiva inferiore ma faceva però anche vanto e mostra di sé. Dando mostra di sicurezza e vantandosi egli cercava così di mettere in luce la propria superiorità che in realtà però non possedeva.
Arjuna quindi all’inizio decidendo di non combattere aveva cercato un compromesso con gli atti sbagliati e malvagi che avevano compiuto i suoi parenti. Atti che però non permettono ai propri valori personali di manifestarsi e andare verso l’indipendenza e l’autenticità.
E in questo mito tra i vari attaccamenti si sottolinea quello famigliare proprio perché il più forte (asse 4-10).
Sul campo di battaglia dall’altro lato c’erano parenti e nemici al tempo stesso e ciò procurava in lui dubbio. Le prove che giungono nella vita hanno il doppio effetto di misurare la nostra sincerità e di renderci forti. Il pensiero di Arjuna che l’uccisione dei suoi parenti empi fosse peccato era solo una scusante. Lui non voleva combattere per falsa umiltà e compassione, ma in realtà aveva paura di perdere i suoi attaccamenti. Aveva paura di rimanere solo, senza identità, e poi senza gli altri che ci elogiano non vi è soddisfazione dell’ego. In realtà quindi, lui anche nel non combattere era mosso da motivazioni egoistiche e personali. Arjuna, infatti, per non perdere i suoi attaccamenti ad un certo punto sarebbe stato anche disposto a rinunciare al Regno, se non avrebbe potuto goderne con i suoi parenti-attaccamenti, perché avrebbe avuto paura di perdere la sua identità.
Per affrontare tale battaglia di vita servono quindi tutti gli ingredienti qui descritti e soprattutto determinazione (saturno), coraggio (marte) e fiducia nelle proprie capacità e fede (giove).
Krsna chiede quindi la giusta visione, la giusta comprensione e discriminazione per arrivare ad una sintesi, ad una conclusione finale (giove) che avrebbe portato Arjuna da un piano di coscienza corporea ad un piano di coscienza spirituale in cui vi è l’abbandono di fini egoistici che portano l’uomo ai vizi.
Se l’intelligenza è ben salda e pura, allora può divinizzarsi e guidare il carro, il corpo umano che dotato di coscienza è il miglior corpo tra gli esseri viventi. L’armatura di Arjuna era stata costruita per essere la più potente. Il tempo poi ci insegna che le cose corporee o collegate al corpo, come i famigliari, sono temporanee perché verranno comunque portate via con il passare degli anni. E quindi è opportuno prendere coscienza di ciò e realizzare le proprie potenzialità evolutive senza indugiare.

E così dopo varie argomentazioni sulla vita e sulle vie di realizzazione spirituale, Arjuna decide di affidarsi al Sé Divino trovato con una intelligenza pura e sincera (impersonificato da Krsna). Il messaggio finale dato da krsna nella Bhagavad Gita è: “diventa Mio devoto e arrenditi a Me”.
L’affidamento, la fede (giove) è uno degli ingredienti base, forse il più importante, ed è richiesto per intraprendere questa strada sconosciuta che porta al Divino e all’amore incondizionato della 12 casa. Arjuna alla fine si affiderà a Krsna, che rappresenta appunto anche la Coscienza evoluta ed il lato Divino, e combatterà la sua battaglia da vincitore.








 
 
 
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