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LE RUBRICHE DI ERIDANOSCHOOL - Astrologia e dintorni a cura di Lidia Fassio

RUBRICHE DI ASTROLOGIA

a cura di Barbara Palumbo 
ARES/MARTE: I DUE VOLTI DELLO STESSO DIO
 
ARES/MARTE: I due volti dello stesso dio Fra tutte le divinità, che prendono parte al concilio degli dei, Ares è il dio che occupa sempre una posizione subordinata e poco apprezzata dagli altri numi: è colui che si distingue per la sua indole aggressiva, indomita, ribelle, a tratti feroce. E' l'unico che riesce a fare realmente adirare il grande Zeus Cronide che lo ritiene odioso perché si diletta in modo smodato di conflitti e rivalità.

Nella versione più conclamata del mito, Ares è figlio della sola Era che, invidiosa del marito per avere generato da sé Athena, concepisce “il bellicoso” senza l'intervento del padre degli dei. In questa dinamica generativa si nota già la rabbia e la gelosia della dea che ricorre ad un concepimento “autonomo” privando così il figlio della figura maschile-paterna, rendendo in tal modo Ares un puer aeternus che non conosce evoluzione psicologica proprio perché privo del confronto evolutivo col padre. Risulta chiaro allora come Ares debba necessariamente incarnare agli occhi della madre il ruolo del dio vincente, per meglio dire apparentemente vincente, e farsi carico di tutta la rabbia della dea nei confronti del suo compagno.
Non è un caso allora che l'alter ego del dio della guerra sia sempre Athena, che nasce armata dalla testa del padre Zeus, colei che rappresenta nella cosmogonia olimpica la saggezza, lo scontro razionale che diventa incontro, la forza dell'intelletto e della ragione al servizio delle insane passioni umane e divine.

L'infanzia del nostro dio è caratterizzata da due educatori: uno è Priapo, figlio di Afrodite, che gli insegna la danza e l'altra è Enio, anche lei figlia di Afrodite, che lo inizia alla tecniche della guerra cruenta e violenta. Fra i due insegnanti prevale Enio, che rappresenta la guerra devastatrice e non a caso è una divinità femminile.

Ricevuta una tale educazione bellica, il palcoscenico delle performance di Ares è sempre quello dello scontro aperto, del campo di battaglia, in cui può saziare la sua natura aggressiva e impulsiva, quella del dio è proprio una “fame”, una fame di sangue e di virilità cieca che non conosce ostacoli. Una fame emozionale che divora e che si esaurisce in breve tempo.
Omero presenta Ares sempre come colui che combatte, suda, corre, gareggia ed incita gli animi dei Troiani alla lotta e quando ritiene che i suoi incitamenti non sono sufficienti, non riesce a trattenere la sua indole impulsiva e scende lui stesso in battaglia, lui dio fra gli uomini, guerriero fra guerrieri. Soltanto in un duello Ares riceve una sconfitta da un...mortale, il greco Diomede. Nel quinto libro dell'Iliade lo scontro aperto e cruento fra il dio e il mortale vede il primo sconfitto e il secondo vittorioso, c'è da aggiungere che Diomede è sostenuto dalla dea Athena che lo incita in battaglia a punire clamorosamente e pubblicamente il fratello Ares. Ancora una volta l'energia spirituale della dea vince la forza bruta e terrena. Ancora una volta Athena (che è una divinità femminile) supera Ares (che è una divinità maschile).
Questa sconfitta subita da un mortale fornisce, altresì, l'unico episodio in tutta la mitologia greca della possibilità di un confronto fra Ares e Zeus: il primo vinto, ferito e sanguinante, raggiunge la sede dei numi, l'Olimpo scosceso, e si siede supplice accanto al padre, mostrandogli il sangue immortale che cola dalla ferita e chiedendo aiuto perché non si sente più in grado di fronteggiare Athena.
E' da notare come il dio ribelle nel momento in cui il suo corpo è ferito e il suo animo abbattuto e disorientato si reca dal padre...non dalla madre. Il grande Zeus inizialmente lo rimprovera e gli intima di non piangere, poi dopo aver maledetto l'indomito furore di Ares ereditato dalla madre (anche qui è ravvisabile il conflitto fra i genitori di cui Ares paga le conseguenze) chiama Peone, il medico degli dei, per sanare le ferite sanguinanti del figlio. L'unica occasione di confronto fra padre e figlio finisce con questo episodio, l'unica occasione di crescita rimane nel mito un fatto isolato che non conosce evoluzione psicologica, come d'altronde non la conosce Ares nel mondo greco.

L'istinto dinamico e l'energia, di difficile contenimento, del dio si riflettono anche nell'erotismo sessuale e nel narcisismo seduttivo: Ares non ama, seduce in modo bulimico anche se privo della ferocia erotica di Pan.
Sono molti gli episodi che trattano dell'amore del dio per Afrodite, ma quello che svela le dinamiche seduttive tipiche di Ares è narrato da Omero nell'ottavo libro dell'Odissea.
La dea della bellezza, moglie di Efesto - dio artista ma deforme e zoppo- si concede alle lusinghe amorose di Ares e approfittando dell'assenza del marito lo accoglie nella sua casa dove i due “consumano” l'amplesso sessuale proprio nel talamo nuziale. Il Sole che li osserva corre a riferire l'accaduto ad Efesto che, preso da rabbia e gelosia, medita la vendetta e, recatosi nella sua fucina, forgia catene tanto indissolubili quanto sottili affinché i due adulteri vi cadano avviluppati senza potersi più liberare. Disposte le catene intorno al letto, finge di partire e aspetta che la sua trappola si dimostri efficace per il libidinoso Ares e l'infedele Afrodite.
Partito Efesto, Ares raggiunge l'amata, per soddisfare la propria libido, ma appena si distendono sul letto rimangono aggrovigliati dalle catene che imprigionano i loro corpi. Infuriato Efesto torna a casa e invece di far loro una sfuriata degna di un marito tradito chiama come testimoni tutti gli dei dell'Olimpo che si presentano di gran corsa per poter ridere di Ares e della sua vis erotica vinta ed “avvinta”. C'è da aggiungere che fra gli spettatori di un tale spettacolo sono assenti tutte le divinità femminili che per pudore non desiderano partecipare, ancora una volta l'universo femminile preferisce fare andare gli uomini. Le dee non hanno bisogno di “vedere con gli occhi” una tale umiliazione, la sentono come una profanazione dell'intimità del momento amoroso.
Su richiesta del dio Poseidone, Efesto libera Ares dalle catene. Ci si aspetterebbe dal dio della guerra e dello scontro un'ammissione di colpa e un'assunzione di responsabilità, magari anche una colluttazione fra seduttore e tradito, fra due divinità che comunque ripropongono modalità umane, molto umane! Colto di sorpresa, Ares, che seduce ma non ama, che consuma ma non vive la relazione, cosa decide di fare? Scappa via...come il più banale dei mortali, lasciando da sola Afrodite che, vedendosi privata del supporto dell'amante focoso, non vede altra soluzione che...fuggire anche lei e rifugiarsi a Cipro dove le Grazie la confortano e la coccolano.

E' stata analizzata fin qua la figura mitologica di Ares nel cosmos greco, ne risulta un affresco che provoca nel lettore del mito di ogni tempo un sentimento di scarsa simpatia nei confronti del dio. In realtà per avere il suo riscatto personale e mitologico, Ares deve passare in eredità ai latini e assumere non solo il nome di Marte ma anche peculiarità che lo rendono gradevole e lo riscattano dall'interpretazione più popolare e degradante del mito.

E' chiaro che i latini non possono, e non vogliono, cambiare lo status mitologico del dio: Marte rimane in ogni caso il dio che esulta nella distruzione, che si esprime combattendo brutalmente, forza istintiva che non conosce ostacoli, il dio guerriero a cui ogni cittadino dell'impero romano chiede protezione nel momento in cui, prima di passare all'attacco, osserva il volto e lo sguardo del nemico che gli sta dinanzi.
Nel pantheon latino Marte è così importante che, dopo Giove, è considerato il maggior nume della religione tradizionale e protettore della città di Roma e del grandioso impero romano.
I latini si definiscono “figli di Marte” ed è attribuita a lui la paternità della coppia cosmogonica, Romolo e Remo, che pone le basi della futura e maestosa Urbe. Nonostante tale paternità il dio continua, come nella tradizione greca, ad essere un seduttore sleale: Rea Silvia non viene conquistata ma sedotta e amata nel sonno, quindi in un momento di inconsapevolezza della donna, a cui è preclusa la possibilità di agire e scegliere.
I latini onorano al tal punto Marte da attribuirgli non solo templi, boschi e festività (per es. le feriae martis) ma soprattutto il culto di un albero ritenuto sacro e ad esso fanno risalire le proprie origini mitiche: il fico ruminale. Sono di questa pianta le fronde che offrono riparo ai fondatori dell'impero, coprendo i corpi dei due piccoli di cui la lupa si prenderà cura.
La testimonianza di Plinio (I sec d. C.) fornisce la prima testimonianza dell'appellativo di ruminalis riferito all'albero sacro, denominato rumilia. Tale aggettivo deriva direttamente da rumis che in latino vuol dire “ mammella”, con chiaro riferimento alla mammella offerta dalla lupa ai neonati all'ombra del fico.
Tra le molteplici attestazioni Rumilia era la dea latina dei lattanti, ad essa si rendevano sacrifici con il latte e non con il vino come invece prevedevano i riti classici. Che fosse il riferimento alla mammella della lupa o piuttosto alla dea Rumilia, l'albero sacro a Marte è un albero di vita, di generazione, di fertilità, collegato al primo alimento di cui ogni bambino si nutre, il latte.
Può stupire come ad un dio guerriero i latini attribuiscano un albero sacro con una valenza generativa così forte, l' incipit di ogni vita.
C'è da aggiungere che i frutti del fico, prima della maturazione, contengono un succo dall'aspetto latteo, il latex, che richiama per consistenza lo sperma, motivo per il quale questo pseudolatte del frutto rimanda allo sperma del dio Marte e al valore fallico dell'albero a lui dedicato.
Andando a ritroso nel mito si scopre che il Marte latino non nasce da Giove (il mito ripropone qui lo schema greco) ma dalla sola Giunone,che aiutata da Flora, dea della fioritura, si unisce misticamente con un meraviglioso fiore.
Ha origine, così, la versione per cui Marte originariamente non è dio della guerra ma della natura primaverile, della rinascita della vegetazione, non a caso le feste in suo onore avevano luogo nel lasso di tempo fra marzo ed aprile, e in quel periodo l'epiteto del dio era Silvanus (dio dei boschi) e di Gradivus (colui che avanza).
Il passaggio di Marte da dio della natura a dio della guerra avviene per “necessità”, quando gli agricoltori che egli protegge devono difendere obbligatoriamente le loro terre e i loro raccolti. Così come i contadini si trasformano in soldati, così pure Marte diviene dio dello scontro armato e così rimarrà nell'immaginario comune.
La memoria mitologica si rende in tal modo garante dello scorrere del tempo, secondo quel concetto di unità che gli antichi avevano del divenire storico: il tempo per essi ha forma circolare, mai lineare, perché tutto ciò che accade è sempre riconducibile al tempo mitico e mitizzato delle origini.
Solo se si opera questo re-gressus, che in realtà è un prae-gressus, l'essere umano di ogni tempo storico può guardare avanti a sé, proprio perché avverte una unità senza fratture, un equilibrio di forze e di energie personali e universali, un continuum temporale ed evolutivo privo di interruzioni, un superamento del tempo e dello spazio che il mito può aiutare a fornire.
E in questo superamento spazio-temporale lo stesso Ares/Marte conosce la sua evoluzione e la sua riabilitazione ai nostri occhi, fruitori del mito inteso come strumento di conoscenza delle dinamiche psicologiche personali e collettive.

INTERPRETAZIONE ASTROLOGICA

Astrologicamente Ares è simboleggiato da Marte che, nel tema natale, rappresenta un archetipo legato all’istinto aggressivo.. che, di per sé non può avere nessuna particolare colorazione in quanto è addetto alla nostra sopravvivenza. Noi uomini moderni abbiamo una specie di idiosincrasia nei confronti della parola “aggressività” e quindi quasi sempre le diamo una connotazione “negativa”.

In realtà, la parola “aggressività”, dice Erich Fromm: “ha creato tanta confusione poiché il termine è stato utilizzato sia nel significato di difesa personale della vita, sia nel significato di attacco violento finalizzato all’uccisione o al ferimento di un’altra persona; non solo perché spesso si usa la parola aggressività sia per definire l’approccio sessuale di un maschio su una donna, sia per indicare la determinazione di un alpinista o di un venditore che vuole ottenere un risultato”.
Il significato della parola deriva dal vocabolo latino “aggredior” che, per lo più, indica un avvicinamento, un recarsi, un accostarsi a qualcosa, un cominciare o un intraprendere qualcosa.
Qui comprendiamo bene la domiciliazione di Marte nel segno dell’Ariete che indica tutte queste cose insieme: iniziativa, voglia di intraprendere e di cominciare e di accostarsi a qualcosa, non restare fermi e insabbiati¸però indica anche penetrazione o anche capacità di difendersi.
E’ vero però che la parola aggressione può dare l’idea di una pressione che via via si fa più elevata fino a diventare una precisa intenzionalità di penetrare, entrare dentro alle cose e, nel caso, ha più a che fare con la determinazione che è l’ovvia manifestazione dell’energia di Plutone che dal profondo dell’inconscio spinge Marte ad agire e ad essere incisivo e forte.
Ebbene però proprio qui.. sta la differenza; proprio nell’intenzionalità.. che è un fattore che riguarda Plutone che può fare la differenza tra l’istinto puro.. indifferenziato, potente e pressante che tende semplicemente ad affermare e a difendere la personalità, oppure può rappresentare una intenzione distruttiva che, invece, ha propositi altamente ostili.

Certo, Marte interviene sia quando si cerca di spostare o rimuovere un ostacolo che sta sbarrando la strada e che impedisce di andare avanti.. (blocca quindi una precisa volontà di andare in una direzione), sia quando si manifesta un vero desiderio di distruggere l’altro che, in qualche modo, sta dando fastidio.

Marte agisce attraverso la rabbia.. quindi , ogni volta che si prova rabbia si sta comunque esprimendo Marte che ha anche il compito di aiutarci a capire che c’è qualcosa che non viene rispettato dagli altri o che siamo noi non rispettosi della propria volontà o integrità.
Marte è il vassallo del Sole, afferma la sua identità all’esterno e cerca di farlo nel migliore dei modi, essendo incisivo e dando forza al suo “signore”.
Però Marte può anche non agire all’esterno.. quando si trova in segni difficili.. può anche tendere a “trattenere la sua energia e la sua aggressività”; in quel caso significa che è imperativo avere attenzioni e riconoscimento.. per cui viene messa da parte la volitività e il diritto e quindi tutto ciò “passa nell’inconscio” dove perde contatto con la rabbia ma, pian piano, la perde anche con la vitalità e l’energia pulsionale.

E’ interessante che il mito assegni ad Ares la nascita per partenogenesi.. perché, contrariamente a quanto si pensa, Marte nella prima parte della vita è esclusivamente soggetto all’impulso.. anzi alla compulsione plutoniana che lo fa “reagire” di fronte alle situazioni che mettono paura; nel tempo però anche Marte deve imparare a comprendere bene cosa si muove dentro, deve riuscire con l’aiuto dei Mercurio e Venere adecodificare le reali intenzioni interne in modo da prendere contatto vero con l’Io che è la parte che ha un preciso obiettivo ed un progetto. In pratica, Marte deve mettersi al servizio dell’IO Sole e proprio rispettando gli ideali di questo IO, si svilupperà la volontà e l’individualità, due ingredienti che porteranno alla vera “forza”, quella che nasce dall’interno e dalla capacità di intervenire solo qualora e nel modo che si crede necessario e migliore rispetto alle circostanze.
In un certo senso, Marte che astrologicamente rappresenta il “pene”, organo per eccellenza maschile, è mosso però da una energia di tipo istintivo e quindi più legata al mondo “femminile”, a differenza della sua dirimpettaia Venere che, pur essendo un simbolo di grazia e di seduttività, è invece mossa da un’energia che ha a che fare con la razionalità.. che, simbolicamente è più maschile.. in quanto capace di gestione e di decisione e di padroneggiamento.

L’aggressione è comunque uno spostamento dei propri confini: nessuno di noi può stare eternamente dentro ai limiti stabiliti: quando si cresce, si vuole andare oltre ai confini assegnati e quindi, in quel caso, si usa Marte che preme con la sua energia per creare uno spazio in cui poi, eventualmente si possano rinegoziare i propri diritti.
I confini sono la distinzione tra l’IO e il non IO e servono non solo per essere superati, ma anche per poterli riconoscere e capire fino a dove ci si può spingere.. I confini sono una sicurezza per l’Io e, quando non ci sono, emergono grandi difficoltà.
I confini e la protezione degli stessi hanno a che fare con il senso del valore personale e la capacità di difendere l’integrità.. se non è così cade il senso dell’autostima.

Marte, astrologicamente parlando rappresenta anche la parte di attacco del sistema immunitario, quello che è addetto ad intervenire e ad aggredire quello che, dall’esterno o dall’interno, potrebbe mettere a rischio la sopravvivenza.

 
 
 
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