mercoledì 28 ottobre 2020
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LE RUBRICHE DI ERIDANOSCHOOL - Astrologia e dintorni a cura di Lidia Fassio

RUBRICHE DI ASTROLOGIA

a cura di L. Fassio - B. Palumbo 
ERACLE E LA CERVA DI ARTEMIDE – (LA 4° FATICA)
 
Eracle e la cerva di Artemide – (La 4° fatica) Non gli fu concesso di riposarsi neanche per breve tempo, terminata la fatica che lo aveva visto raggirare Atlante e rubare i pomi delle Esperidi, ad Eracle fu imposto da Euristeo di sottrarre la cerva sacra alla dea Artemide, sorella di Apollo.

“Ad Artemide? La dea della vendetta? La dea che con una sola freccia del suo arco può recare pestilenza e morte agli umani? La dea vergine che disdegna l'amore e l'amplesso? ”

Queste furono le parole di Eracle. Parole che si trasformarono presto in pensieri, in paure, in dubbi ed inquietudini.

Euristeo scrollò le spalle, non aveva risposte alle esitazioni dell'eroe, non era affar suo! Gli intimò soltanto di condurre fino alla sua reggia, a Micene, la cerva viva, caso contrario la fatica sarebbe stata valutata nulla.

Un primo passaggio interessante di questa IVa fatica consiste nel fatto che ad Eracle non viene chiesto di uccidere.. ma bensì di catturare e portare la cerva viva: possiamo cominciare a vedere un preciso cambiamento nel percorso iniziatico del nostro eroe che, per poter concludere con successo questo step, dovrà impadronirsi di nuovi strumenti.. molto diversi da quelli conquistati in precedenza che sono la forza.. e l’astuzia; questa volta deve accedere a qualità psicologiche più mature e legate alla funzone sentimento e alle potenzialità dell'Io di controllare gli impulsi: tra essi ricordiamo la sensibilità, l’attesa e la capacità di controllare e padroneggiare l’istinto aggressivo, non permettondogli di scendere in campo senza controllo.

La cerva di Cerinea, che viveva in Argolide, aveva lucenti corna d'oro, sonanti zoccoli di rame ma particolare più rilevante era una delle cinque cerve sacre alla dea Artemide (Diana per i romani).

C'è da aggiungere un breve excursus mitologico: nella tragedia “Ifigenia in Aulide” di Euripide la fanciulla, figlia di Agamennone e scelta dal padre come vittima sacrificale, viene condotta in salvo dalla stessa Artemide poco prima del sacrificio e al suo posto viene immolata una cerva.

Nel mondo classico alla cerva sono metaforicamente legate quelle peculiarità tipicamente femminili quali la timidezza, la dolcezza, lo spirito di sacrificio e la sottomissione.

In effetti, possiamo intravedere le qualità del segno del Cancro nella cerva sacra ad Artemide.. sorella di Apollo e Dea lunare: Artemide è la “Dea trifasica” e, nel ciclo lunare, rappresenta la parte della luna crescente, quella che mantiene in sé tutte le promesse e che simboleggia le possibilità dell’adolescenza in cui, tutte le carte sono ancora da giocarsi pienamente.

Sono questi i valori con cui deve misurarsi Eracle in questa fatica, tanto è vero che - avuto il monito di non uccidere l'animale ma di condurlo vivo - l'eroe lo insegue braccandolo per un intero anno.

Un tempo lungo in cui la baldanza e l'impulsività dell'eroe trovano un limite esterno, i suoi impulsi si misurano ora con tempi più lunghi, i tempi femminili, tempi pensati e non agiti, tempi attesi e non consumati. Eracle si confronta con il tempo femminile, con il tempo della divinità più muliebre del pantheon greco, non la femminilità pronunciata ed esasperata di Afrodite, ma quella che racchiude in sé la passività apparente e l'ardore della ribellione, che cova in ogni donna, e che -se ben veicolata- diviene autonomia e libertà di pensiero, appunto Artemide nel cosmos mitologico greco.

Il Cancro fronteggia il segno del Capricorno e il pianeta Saturno e, in questa fatica Ercle deve necessariamente misurarsi con questi due simboli, deve riuscire a conoscerli per avere successo. Infatti, un anno di inseguimento denotano grande pazienza, costanza e tenacia; Eracle si trova di fronte all’ impossibilità di risolvere le cose in maniera rapida ed impulsiva, ma per garantirsi il successo deve rispettare i tempi reali, quelli di cui una esperienza ha bisogno per essere metabolizzata ed assimilata.

Come vedete, siamo molto distanti dall’Eracle arietino che voleva tutto e subito e che non riusciva neppure a perseguire una minima strategia: ora è maggiormente padrone di sé stesso, segue una strategia, sa attendere e comprende quando sarà il tempo giusto per agire in maniera efficace e cosciente evitando errori o fallimenti.

In questo aspettare che sia la “preda” ad essere sfinita, troviamo molte delle connotazioni del Marte in Cancro che, infatti, teme un’affermazione troppo incisiva per paura di perdere delle opportunità e di creare tagli irreversibili per questo segno sempre molto difficili; pertanto, la forza si raffina ulteriormente e diventa “forza persuasiva” in grado di “fiaccare” la volontà dell’altro che, non viene attaccato direttamente, ma “lavorato ai fianchi”.

Pensate al piccolo “granchio”, animaletto che cammina di lato… in modo da non fronteggiare mai nulla direttamente; questo fa Eracle.. non affronta la cerva ma aspetta che sia “stanca”.


Al termine di un intero anno in cui il tempo/temperamento maschile di Eracle si misura col tempo/temperamento femminile, la bestia sacra, sfinita per l'inseguimento, si rifugiò sul monte chiamato Artemisio, da lì raggiunse il fiume Ladone; mentre lo stava attraversando, Eracle la colpì alle zampe con una delle sue frecce, la catturò e, caricandola sulle spalle, si mosse attraverso l'Arcadia.

Durante il tragitto si imbatté in Artemide che lo attendeva insieme al fratello Apollo. L'incontro fra la dea e l'eroe -nel racconto mitico proposto nella versione di Apollodoro- diventa il confronto fra la modalità maschile e quella femminile, riproponendo l'archetipo del tempo maschile e di quello femminile.

La dea è furiosa con Eracle perché le ha sottratto qualcosa che le è sacro e lo ha fatto senza consultarsi con lei, le ha tolto ciò che da sempre è in suo possesso, ma ciò che è più grave è che non le ha chiesto il permesso. Messo alle strette da tanta ira “pacata” e dal ciglio burbero di Apollo che, pur rimanendo in silenzio, incute timore nel cuore dell'eroe, Eracle invoca la necessità della sua impresa e del suo cammino iniziatico, attribuendo ad Euristeo la responsabilità della propria tracotanza.

Artemide, archetipo della misura femminile, ascolta le suppliche di Eracle, le comprende, le sente e le fa sue perché sa che la generosità autentica, la necessità di prestare il proprio aiuto a qualcuno che è in difficoltà, non nasce da un'intimazione esterna ma da una propensione ed una sympatheia interne, profonde e umanamente universali.

Conclude così il racconto di Apollodoro: “Avendo così placato la collera della dea; Eracle riportò la cerva viva a Micene.”

Ancora una volta l'universo femminile ascolta, intuisce, accoglie, perdona e sorride proprio come Artemide.

Nel finale questa fatica ci ricorda che solo una reale integrazione tra maschile e femminile può fornire ad un eroe la possibilità di avvalersi di tutte le potenzialità: di quelle solari, maschili, che forniscono grande coraggio e di disprezzo del pericolo, ma anche di passare all’aggressività nel momento in cui non trova altra strada pe raggiungere l’obiettivo; e di quelle Lunari, femminili in cui l’empatia, il rispetto per la vita e per i tempi altrui, nonché la capcità di ascoltare realmente cosa l’altro ha da dire per comprenderlo anche laddove non è esattamente come ci aspettiamo, sono gli ingredienti che danno ad Ercle un senso di reale completezza interiore.

In questa fatica Eracle acquisisce la capacità di “sentire” che lo renderà più raffinato sul piano intimo,. più pronto a riconoscere e ad onorare anche il dolore e la rabbia altrui e, quindi, più empatico e più in grado di “allargare la sua consapevolezza".

 
 
 
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