mercoledì 21 ottobre 2020
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LE RUBRICHE DI ERIDANOSCHOOL - Astrologia e dintorni a cura di Lidia Fassio

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a cura di Gianfranco Casalis 
IL GRANDE SOGNO D'AMORE
 
Il grande sogno d'amore
Gli esseri umani credono nel grande sogno d’amore, come a quella possibilità di unione che può cambiare la vita in una relazione che implica il rispetto reciproco, fedeltà, condivisione, complicità. Sembrerebbe che nel profondo del nostro essere ci sia una sorta d’energia sconosciuta che ci spinge alla ricerca di un altro essere che non rappresenti soltanto una possibilità riproduttiva semplicemente biologica, per la quale siamo naturalmente dotati, ma una tensione a realizzare quell’unione che ha una matrice diversa da quella fisica, difficilmente definibile, che sentiamo continuamente sfuggente e la cui ricerca spesso ci pone di fronte ad un vuoto incolmabile e ad una sensazione di grande mancanza. La tensione a ricercare tale realizzazione ci conduce lungo territori sconosciuti per i quali all’inizio siamo come guidati da impulsi istintuali che, però, non risultano sufficienti a realizzare il grande sogno d’amore. Per comprendere meglio dovremmo scavare sotto la superficie e cominciare a ricercare ciò che non è immediatamente visibile. Prima di diventare esseri umani completi e in seguito adulti, abbiamo vissuto per nove mesi custoditi, contenuti, protetti, in una dimensione paradisiaca, in una calda avvolgente dimensione, nell’utero materno, nel mare primordiale, in cui potevamo percepire un profondo senso di completezza biologica e psicologia. In quelle tiepide, rincuoranti e oscure acque del mare primordiale, l’essere umano, probabilmente, non conosceva ancora che cosa è il bisogno e i meccanismi di adattamento e viveva cullato dalla risacca rassicurante dei ritmi e del respiro materno in una sorta di perfezione assoluta, non ragionata ma intensamente vissuta, in una percezione arcaica e lontana di cui l’essere umano, quando adulto, potrà percepire antiche, vaghe e indefinite tracce di memoria. Ma anche se non conserviamo nulla di quelle tracce a livello di consapevolezza la loro presenza è ancorata nel nostro profondo e primitivo sistema biologico e psichico. Questo periodo di profonda beatitudine è un’esperienza ancestrale presente e comune a tutta l’umanità. Il momento della nascita è in relazione alla prima esperienza di distacco, separazione da quella originale condizione paradisiaca di totale e inconsapevole benessere. La perdita di quella beata condizione si carica di angoscia poiché madre e figlio non sono più fusi in quella unità psico-corporea e il neonato comincia la sua vita da essere umano protetto e accudito in modo diverso dalla situazione primordiale precedente che insieme al nuovo modo di percepirsi attraverso le cure e l’amore materno si ricompone in una specie di nuova condizione paradisiaca. Questa nuova condizione sostituisce quella precedente anche se profondamente diversa e il neonato, comincia a vivere l’origine di quella mancanza che da quel momento in avanti continuerà a cercare di colmare per il resto della sua esistenza. Il bisogno dell’essere adulto di sognare e desiderare il grande amore, l’anima gemella, sembrerebbe avere origine da questi presupposti relazionali originari in cui la relazione di coppia sembra essere perfetta. Dietro il profondo e umano desiderio d’amore vi è dunque il bisogno di ripristinare questo senso di completezza totale, di infinita beatitudine e assoluta interezza. Ma dietro questo desiderio d’amore, spesso, nella relazione di coppia, si nasconde l’inganno dell’individuo che ancora rifiuta in modo oppositivo e inconscio la propria “nascita psicologica” e pretende, sempre inconsapevolmente, che il rapporto d’amore si adegui al suo bisogno paradisiaco in cui l’imperfezione legittima, umana del partner rappresenta una colpa, un difetto che non gli consente di ripristinare ciò che ha perduto e che ancora non ha emotivamente compreso del suo stesso remoto passato. Questa mancanza di accettazione più profonda dell’altro che scaturisce dall’incapacità di diventare individui più consapevoli dei propri e dei limiti altrui e impossibilitati di sostituirci a quella relazione primaria, sprofonda l’essere umano in una sensazione di vuoto incolmabile e lo spinge, alla ricerca di un bisogno di risarcimento dalla vita che pensa, inconsciamente, il partner dovrebbe consentirgli di ottenere. È come se quella parte infantile, non evoluta e inconscia pretendesse ancora di recuperare quell’amore incondizionato, in quella situazione beata, ormai lontana nel tempo ma continuamente presente e attiva, come una traccia di memoria antica e primitiva, nelle profondità del nostro essere che reclama d’essere rivissuta. In questo modo l’individuo adulto ha difficoltà ad entrare in un contatto più autentico con l’“altro” da sé È una sorta di pretesa inconscia di onnipotenza che ostacola, nell’essere umano, la possibilità di entrare veramente in contatto con l’altro. L’essere umano adulto dovrebbe comprendere e affrancarsi da quella condizione d’amore primario, legata alla relazione materna e profondamente radicata nella nostra dimensione più intima. In tal modo la consapevolezza che quella condizione non è ripetibile e che il nostro partner non può risarcirci di ciò di cui sentiamo la mancanza profonda ci consente di poter amare in modo più concreto, libero, autentico e profondo, dove il bisogno antico di dipendenza infantile si trasforma in interdipendenza consapevole e scambio reciproco nella consapevolezza e nel rispetto dell’autonomia di chi amiamo e dal quale siamo riamati. L’essere umano non ancora affrancato da quella relazione primordiale d’amore beato e fusionale nel rapporto materno si spinge continuamente e inconsciamente alla ricerca di un amore di coppia totalizzante, ma del tutto estraneo alla realtà dell’altro con cui è in relazione. Questo bisogno di amore assoluto entra in conflitto con i bisogni di indipendenza del partner che si sente spesso soffocato e ingabbiato da una richiesta non espressa e prevaricante. In questa situazione di relazione infantile di dipendenza reciproca in una relazione amorosa non ancora emancipata da quella legata alla situazione primordiale materna, i due amanti si ritrovano a scambiarsi accuse e ripicche reciproche in un gioco di potere involutivo, mortificante e deprimente. Inoltre, spesso, saranno spinti alla separazione dall’altro finché non riusciranno a comprendere emotivamente attraverso uno sguardo introspettivo meno superficiale, ciò che ripetono costantemente nelle loro relazioni in modo ignaro e che li riporta continuamente al punto di partenza, carichi di risentimento e insoddisfazione esistenziale dove le ombre del mondo inconscio vengono proiettate sull’altro considerato colpevole d’essere cambiato, diverso, non come lo avevamo conosciuto e quant’altro ancora. In questo modo si carica l’altro di colpe che spesso appartengono allo stesso individuo che non ha il coraggio di mettersi in gioco con se stesso e trova nell’altro il capro espiatorio della propria sofferenza e insoddisfazione nevrotica. Elaborare questo antico lutto relazionale del rapporto materno che ha inizio nella dimensione intrauterina, significa accettare emotivamente, profondamente e non soltanto con la razionalità che i partners non sono inseparabili. Nella meravigliosa esperienza dell’innamoramento gli individui tornano in quella situazione di rapimento estatico e incantato che riporta in quella dimensione fusionale di condivisione assoluta. In questa dimensione amorosa, gli innamorati idealizzano l’amante e non lo vedono per quello che è veramente, ma per ciò che vorrebbero che fosse, annullando ogni tratto che preferiscono non conoscere. Il bisogno fusionale legato alla dimensione intrauterina viene come reso nuovamente attuale in una sorta di risarcimento e di attesa infine soddisfatta. Vivere l’illusione di questo sogno d’amore, come avviene nel momento dell’innamoramento, significa rimanere ancorati ad un irraggiungibile ideale di perfezione. L’amore profondo e più autentico non si sviluppa nella dipendenza e nel bisogno perentorio d’essere amati senza esclusioni e incertezze, in cui la possessività la fa da padrona, esigendo che l’altro ci appartenga in modo oggettuale ed esclusivo. L’altro non può essere un oggetto fagocitato dal nostro bisogno di possesso, ma un soggetto con i suoi propri desideri, i suoi modi d’essere e di pensare. Se il bisogno fusionale atavico che l’innamoramento risveglia dal profondo del nostro animo non viene compreso ed elaborato non potrà evolversi in una dimensione d’amore più vera e porterà gli innamorati a vivere quella condizione di ricerca fusionale come una situazione mortifera tanto della coppia quanto del singolo individuo. L’amore si sviluppa se si nutre di libertà in cui gli individui sono capaci di donarsi reciprocamente nell’accettazione delle loro umane e legittime differenze in grado di mantenere profondamente vivo il fuoco del desiderio. L’amore autentico non è sinonimo di perfezione e nasce dall’abbandono dell’onnipotenza illusoria di fusione totale, dall’umiltà e dalla consapevolezza di seguire ciascun componente della coppia il proprio “processo di individuazione” in un mutuo e costante donarsi reciproco.












 
 
 
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